20 novembre 2015

Parigi può essere la tomba dell'Isis

In politica la razionalità non equivale all’intelligenza. In altre parole, la capacità di considerare i fatti politici razionalmente non corrisponde alla capacità di comprenderli politicamente. Ragion comune e ragion politica non sono sempre equivalenti bensì spesso distanti. È con ragion politica che occorre considerare il quadro politico internazionale legato agli attentati parigini anche se, per molti versi, le sue convulsioni sfidano la razionalità comunemente intesa. È tuttavia ormai comprensibile che la violenza civile in uno Stato si internazionalizza nel momento in cui Stati esterni scelgono di esserne coinvolti e, di conseguenza a questo, diventano coinvolti l’un con l’altro in quel contesto di violenza. Questo è ciò che accade da anni in Siria, laddove gli Stati hanno fiancheggiato fazioni locali per abbattere il regime politico attuale. Gli attentati di Parigi e le loro connessioni con la guerra siriana rendono evidenti alcune implicazioni di questa situazione.

La prima è che la funzione del principio di non intervento negli affari interni degli Stati non è solo quella di difendere la sovranità statale contro la minaccia di interferenze esterne. È anche quella, oggi persino più importante, di limitare il pericolo posto all’ordine internazionale dal coinvolgimento degli Stati sui fronti opposti in una guerra civile. La seconda è che, come già Gramsci aveva ben chiarito, non occorre mai dimenticare un fatto: nella competizione di potere fra gli Stati, ognuno di essi ha interesse che l’altro sia indebolito dalle lotte interne e le fazioni sono appunto gli elementi delle lotte interne. Per queste fazioni è dunque sempre possibile la domanda se esse esistano per forza propria, come propria necessità, o esistano invece solo per interesse altrui. È proprio questa la domanda oggi ineludibile e mai chiaramente formulata alla quale occorre rispondere dopo i fatti di Parigi: il Daesh esiste per forza propria o per interesse altrui? Nell’uno o nell’altro caso, in quale misura?

Una risposta alla domanda su che fare in Siria, laddove agisce tra le fazioni in guerra anche il Daesh, è già stata formulata dal Segretario delle Nazioni Unite, di fronte alla 70a Assemblea Generale dell’Onu: “Quattro anni di paralisi diplomatica del Consiglio di Sicurezza hanno fatto sì che la crisi siriana sia finita fuori controllo’. Soggiunse allora, in modo più esplicito, pensando a come richiudere la porta della guerra: ’Cinque Paesi in particolare hanno la chiave: Arabia Saudita, Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia’. La risposta decisiva spetta invece, inevitabilmente, ancora a queste potenze e alle loro responsabilità, dirette e indirette, perché nulla nella storia scompare ma tutto si mescola e si trasforma e l’unica vera tradizione diplomatica è cambiare.

Ciò detto, la strage parigina ha forse segnato un punto di svolta nella vicenda del Daesh e dunque delle sue cellule operative europee, autonome o eterodirette che siano.

Intanto, dal punto di vista della politica interna, l’attentato più importante del fittizio ‘Stato islamico’, ossia quello destinato a colpire il luogo nel quale si trovava il presidente francese, se non proprio a colpire lui stesso, è fallito a causa delle misure di sicurezza. Il simbolo politico della Francia è uscito illeso, confermando l’incapacità degli attentatori di superare il proprio status di criminali comuni, ovvero di colpire le istituzioni dello Stato, bersaglio logico di qualsiasi entità che rivendica prerogative politiche oltre che criminali. Peraltro, e significativamente, neppure la propaganda attribuisce dichiarate finalità politiche eversive a quegli attentati bensì di semplice violenza. Essi sono rivolti a vendicare qualcuno più che a rivendicare qualcosa, ossia a far ’sentire l’odore della morte per aver deciso di colpire i musulmani nella terra del Califfato’. Naturalmente, l’odore della morte si sente in tante situazioni, e una matrice ideologica di questo tipo è priva di sostanza politica. In generale, l’islamismo estremista militante è settario e avulso dal sistema politico europeo. Non genera disarticolazioni politiche in tale sistema perché alla violenza non associa alcun referente politico capace d’aggregarne gli interessi. Al contrario, esso schiaccia la dinamica politica, normalmente fondata sulla divisione e la contrapposizione, allineando posizioni alternative dietro alla necessità di una risposta collettiva alla minaccia per la sicurezza comune.

Al tempo stesso, dal punto di vista della politica internazionale, la violenza e la portata della strage parigina sembrano aver prodotto un effetto analogo, benché apparentemente inintenzionale: contribuire a far convergere in misura sufficiente gli interessi divergenti delle grandi potenze finora coinvolte, come sostenitori e oppositori, nella vicenda del Daesh. Naturalmente, l’epicentro di questa vicenda è oggi la guerra siriana per la quale la strage parigina rappresenta, dopo anni complicati di antagonismo o d’ipocrisia, il più rilevante momento di riflessione e forse d’azione collettiva delle grandi potenze. Dalla capacità di gestire le loro relazioni reciproche e di esercitare adeguata pressione sulle riluttanti potenze regionali coinvolte dipende, in larga parte, l’esito di questa vicenda. Parigi può essere la tomba del Daesh, se non della guerra siriana.

 


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