17 febbraio 2020

Per le strade di Pechino, stretta nella morsa del Coronavirus

Grossi fiocchi di neve hanno ripulito la capitale cinese dalla spessa coltre di smog che la avvinghiava fino a poche ore prima. Sugli striscioni rossi con slogan che tappezzano l’ingresso del Centro servizi della comunità di quartiere Qichejuhenan si leggono alcune delle istruzioni date qualche giorno fa da Xi Jinping: “Rafforzare la fiducia”, “Unirsi in tempi difficili”, “Prevenzione e cura scientifiche”, “Implementare politiche mirate”, “Fare affidamento sulle masse”.

 

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                              Pechino (febbraio 2020), il Centro servizi della comunità di quartiere Qichejuhenan (foto di A. De Pascale)

 

Proprio una di quelle shequ che per il presidente cinese devono diventare “solide roccaforti” nella battaglia contro l’epidemia di Coronavirus. A detta di Xi Jinping, sono loro la “prima linea” nelle attività di prevenzione e controllo, in grado di arrivare a ogni famiglia e a ciascun individuo.

Il rumore di fondo della città appare attutito. Per strada ci sono meno veicoli e persone, complice anche la neve che lentamente si è assottigliata, per poi dissolversi nel pomeriggio. Ma complici sono anche le nuove dinamiche lavorative incentivate da molte aziende della capitale. In un’indagine demoscopica effettuata qualche giorno fa a Pechino, il 56,4% degli intervistati ha dichiarato di lavorare da casa; il 16,7% di usufruire di turni di lavoro flessibili (in questo caso le aziende vogliono evitare che i propri dipendenti vadano a lavoro nelle ore di punta); e il 26,9%, infine, di dover andare regolarmente in ufficio, senza variazioni di alcun tipo rispetto al passato.

 

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Pechino (febbraio 2020), striscioni rossi all’entrata di un complesso residenziale. “Uniti nel cuore e nello spirito come una persona sola”, “Sconfiggere l’epidemia”, recitano due degli slogan (foto di A. De Pascale)

 

È proprio il tema dell’occupazione a destare alcuni timori. Le ricadute che l’epidemia potrebbe produrre in termini di licenziamenti non vanno sottovalutate. «Prevenire riduzioni di personale su vasta scala», è stato sottolineato in una riunione del Consiglio di Stato cinese presieduta dal premier Li. Ma l’argomento è stato sollevato anche da Xi Jinping, il quale ha tenuto a sottolineare che i governi locali devono lavorare duramente per «garantire la stabilità generale del mercato del lavoro». Come riportato dal South China Morning Post, Xinchao Media, una grande azienda del settore pubblicitario, lunedì scorso ha licenziato 500 dipendenti in 80 città, operando un taglio del personale pari al 10%. Non è l’unico caso del genere.

Va riconosciuto che questa crisi sta mettendo a dura prova il Paese. Lo stesso ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha parlato di «dura sfida» per la Cina e per il mondo. Per rispondere al malumore che serpeggia tra le tante persone insoddisfatte di come è stata gestita l’emergenza a livello locale, dopo la destituzione disposta nei confronti di alcuni vertici della sanità della provincia di Hubei, è stato operato un ricambio anche nelle fila del Partito comunista cinese (PCC). Il segretario del Partito della provincia, Jiang Chaoliang, è stato sostituito dall’ex sindaco sessantunenne di Shanghai, Ying Yong, stretto alleato di Xi. Non è il solo: anche il segretario del Partito della città di Wuhan, Ma Guoqiang, 56 anni, ha dovuto far posto a Wang Zhonglin, 57 anni, segretario del Partito a Jinan, capoluogo della provincia di Shandong. Un altro nome di peso mandato nel capoluogo dell’Hubei è quello di Chen Yixin, segretario generale della Commissione per gli affari politici e legali del Comitato centrale. Con alle spalle oltre trent’anni di carriera nello Zhejiang, dove il suo destino si è incrociato con quello dell’attuale presidente cinese, il quale nella ricca provincia costiera ha ricoperto diversi incarichi dirigenziali dal 2002 al 2007, viene considerato un protetto di Xi. Dal dicembre 2016 al marzo 2018 Chen è stato anche segretario del comitato municipale del PCC proprio nella città di Wuhan. Tutti questi movimenti sono avvenuti a pochi giorni dal decesso di Li Wenliang, l’oftalmologo di 34 anni che aveva cercato di segnalare la presenza di una nuova polmonite simile alla SARS, consacrato eroe sui social cinesi. Alla mezzanotte tra l’11 e il 12 febbraio, i contagiati tra il personale medico risultano 1.716, mentre i morti sono 6.

Per le strade la mascherina è d’obbligo. Praticamente tutti ne indossano una, dalle guardie all’ingresso del complesso residenziale in Baiyun Road 1 intente a maneggiare un termometro a infrarossi a scansione istantanea per misurare la temperatura corporea ai passeggeri delle auto che intendono varcare la sbarra automatica del cancello, agli autisti degli autobus che si concedono un riposino sullo sterzo in attesa della corsa successiva, passando per le impiegate di Wedomé alle prese con gli impasti dolci che venderanno in giornata.

 

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Pechino (febbraio 2020), giovane donna cinese indossa una mascherina per proteggersi dal Coronavirus (foto di A. De Pascale)

 

Uno dei vicoli che percorrevo ogni giorno per raggiungere la metro è stato chiuso. Adesso solo i residenti possono accedervi. Non troppo lontano da lì, uno dei miniprogrammi di WeChat, l’app tuttofare indispensabile qui in Cina, segnala la presenza di due malati affetti da Covid-19. Ma checkpoint sono stati installati un po’ ovunque. «I residenti e i loro veicoli devono essere registrati e sono richiesti lasciapassare in ingresso e in uscita», recita un comunicato del 9 febbraio in cui vengono annunciate le norme da seguire all’interno delle comunità residenziali. I corrieri che fino a qualche settimana fa consegnavano pacchi e spesa fuori dalle porte di casa, ora devono fermarsi davanti ai cancelli principali dei vari xiaoqu, le aree residenziali.

 

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Pechino (febbraio 2020), a sinistra, strada che porta alla stazione della metropolitana di Muxidi, in cui è interdetto l’accesso ai non residenti; a destra, due signore provvedono alla registrazione dei residenti del complesso residenziale in Baiyun Road 7, rilasciando pass d’ingresso (foto di A. De Pascale)

 

Quanto a scuole e università, la loro apertura è rimandata a data da destinarsi. In molti casi le lezioni si terranno on-line. «Il prossimo semestre inizierà regolarmente il 9 marzo, come da programma, ma le lezioni si svolgeranno on-line. Le attività off-line, invece, per ora sono rimandate», racconta ad Atlante Treccani Alessandro Ceschi, uno studente italiano al secondo anno di un master in regia qui a Pechino. «Ogni giorno, tramite una app, dobbiamo comunicare all’università la nostra condizione di salute e la nostra posizione geografica. Dal 28 gennaio, ci è proibito di uscire dal campus universitario, salvo motivazioni particolari per cui va fatta comunque richiesta, e al massimo ci viene concessa un’uscita di due o tre ore», prosegue Alessandro.

 

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Pechino (febbraio 2020), a sinistra, lasciapassare per i residenti del complesso residenziale in Baiyun Road 7; a destra, corriere del colosso cinese di e-commerce JD consegna pacchi all’ingresso principale di un xiaoqu (foto di A. De Pascale)
 

Continua, inoltre, a essere sospesa la vendita dei biglietti delle principali attrazioni turistiche della capitale. Come si legge nei vari comunicati pubblicati in rete, l’obiettivo resta ridurre al minimo il convergere di grandi flussi di persone in uno stesso luogo. Questo nonostante i casi segnalati finora a Pechino siano piuttosto pochi: nel momento in cui scrivo, i pazienti attualmente contagiati ammontano a 263, su un totale di circa 20 milioni di abitanti.

Ben diversa la situazione a 1.100 km dalla capitale cinese, dove sulle sponde del fiume Yangtze si erge il capoluogo della provincia di Hubei, la città di Wuhan, lì dove tutto è iniziato. Analizzando il grafico in cui vengono riportati in funzione del tempo i nuovi casi di contagio e i nuovi casi sospetti segnalati giornalmente a livello nazionale ci si accorge che dopo il 5 febbraio le due curve in esame hanno evidenziato un trend decrescente. Questo fino a mercoledì 12 febbraio, quando a fine giornata sono stati confermati nella sola provincia di Hubei 14.840 nuovi casi di contagio, più di 9 volte superiori a quelli accertati il giorno precedente (martedì ammontavano a 1.638); i decessi, invece, sono più che raddoppiati, arrivando a quota 242 (erano 94 quelli certificati nelle 24 ore precedenti). Dietro a questa impennata una modifica apportata nei criteri diagnostici. Da mercoledì scorso infatti vengono considerati nel conteggio dei casi conclamati nell’Hubei anche quelli “diagnosticati clinicamente”. In precedenza, venivano contati solo i pazienti risultati positivi ai test a base di acido nucleico, che però hanno un limite: anche se danno esito negativo non è possibile escludere completamente che si tratti di un’infezione da Covid-19. Dei 14.840 nuovi casi accertati mercoledì nella provincia epicentro dell’epidemia, 13.332 sono quelli diagnosticati clinicamente secondo i nuovi criteri di diagnosi. Nei giorni successivi, poi, la situazione si è stabilizzata nuovamente.

È importante notare che nella sola provincia di Hubei si registrano 49.844 casi di contagio su un totale di 57.842  a livello nazionale (al netto di morti e pazienti guariti), mentre i decessi sono 1.696  contro i 1.772  certificati in tutta la Cina. Wuhan rimane la prima città per numero di persone contagiate (36.384) e morti (1.309).

Un altro dato da prendere in esame è quello relativo alla seconda provincia più colpita, che ad oggi è il Guangdong, in cui si contano 833 casi di contagio (sempre al netto di morti e guariti). Tra la prima e la seconda provincia più colpite c’è quindi un salto di 49.011 soggetti contagiati. Questo accadeva anche prima dell’adozione dei nuovi criteri di diagnosi. Un elemento positivo, inoltre, che va assolutamente segnalato è quello dei pazienti guariti e dimessi in tutto il Paese: 11.025 nel momento in cui scrivo.

Quanto alle ricadute economiche prodotte dalla crisi che sta investendo la Repubblica Popolare, non bisogna dimenticare i target interni fissati da Pechino per il 2020. Da qualche giorno il tema è stato sollevato anche dagli organi di stampa del Partito. Uno degli obiettivi principali sul fronte interno consiste nel portare a pieno compimento l’edificazione della xiaokang shehui, la società del “piccolo benessere”, che prevede, tra le altre cose, il raddoppio del PIL e del reddito pro capite dei residenti urbani e rurali rispetto ai livelli del 2010. Diversi economisti cinesi l’anno scorso concordavano sul fatto che per mettere a segno questo obiettivo, la Cina dovrà assicurare una crescita di almeno il 6,2% nell’arco di tutto l’anno. Riuscirà a farlo? Ancora presto per dirlo. Per il momento sulla stampa locale si tende a sottolineare che l’epidemia non avrà grosse ripercussioni sul lungo termine e che la Repubblica Popolare farà di tutto per centrare i suoi obiettivi di sviluppo del 2020. Questo nonostante la stabilità tanto ricercata dalla leadership cinese e posta lo scorso dicembre in una posizione di vertice nella scala delle priorità del Paese sia venuta a mancare fin da subito.

 

Immagine di copertina: Pechino (febbraio 2020), un motorino in Baiyun Road, nel distretto di Xicheng (foto di A. De Pascale)

 


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