4 giugno 2018

Perché Turchia e Russia potrebbero uscire dal Consiglio d’Europa

Negli scorsi giorni una delegazione del Consiglio d’Europa ha visitato la Turchia in vista delle elezioni del prossimo 24 giugno che marcheranno per Ankara il passaggio dal modello parlamentare a quello presidenziale. E c’è chi si chiede se questa sarà l’ultima volta che questo accade. Lo status della Turchia all’interno di questa organizzazione internazionale, infatti, così come quello della Russia, appare sempre più a rischio, tra denunce di violazione dei principi democratici da parte del Consiglio d’Europa e rappresaglie economiche da parte dei due Paesi.

Anche in quest’ultima missione in Turchia, gli osservatori hanno evidenziato come lo stato d’emergenza, attivato dal presidente Erdoğan in seguito al tentato colpo di Stato del 2016, abbia portato a limitazioni delle libertà di espressione e di riunione, con arresti di politici, giornalisti e operazioni di sicurezza nelle zone curde che «hanno avuto un impatto negativo sul clima elettorale».

Parole che testimoniano delle relazioni sempre più tese tra Ankara e l’organismo europeo, fondato nel 1949 (dunque ancora prima della Comunità Europea, dalla quale è tuttora distinto) per promuovere il dialogo e la cooperazione tra i Paesi europei appena usciti dalla Seconda guerra mondiale e divenuto un punto di riferimento per la tutela della democrazia e dei diritti dell’uomo nei Paesi che ne fanno parte.

La situazione della Turchia ricorda quella della Russia, il cui diritto di voto nell’Assemblea è stato già sospeso (in seguito all’occupazione della Crimea) e che per ritorsione ha interrotto i cospicui pagamenti dovuti al Consiglio d’Europa. Nel caso di Mosca, accettata tra le polemiche nel 1996, c’è chi ne ha già chiesto ufficialmente l’espulsione, come il rappresentante del Regno Unito nel Consiglio d’Europa, il conservatore britannico Roger Gale, suscitando però la reazione del presidente francese Macron e del segretario generale del Consiglio d’Europa, il norvegese Thorbjørn Jagland, che temono che l’uscita della Russia metterebbe ancora più a rischio di violazioni dei diritti umani i suoi cittadini, attualmente protetti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (principale organo di tutela dei diritti umani nell’ambito del Consiglio d’Europa).

La situazione di Ankara, però, è resa ancora più emblematica dal fatto che la Turchia è di fatto tra i membri fondatori del Consiglio d’Europa, avendo aderito fin dal 1950, appena un anno dopo la sua creazione. Analogamente alla Russia, anche nel caso di Ankara la Corte europea dei diritti dell’uomo è l’unico soggetto internazionale di questo tipo di cui venga riconosciuta l’autorità (al contrario della Corte di giustizia dell’Unione Europea, che è un’emanazione dell’Unione Europea (UE), di cui la Turchia non fa parte). E anche nel caso turco, la rappresaglia per le critiche ricevute si è concretizzata in un taglio ai contributi dovuti al Consiglio d’Europa, il quale si trova, a causa dell’impatto congiunto di questa misura e di quella analoga da parte della Russia, in difficoltà finanziarie, al punto da essere stato costretto a un piano di emergenza per stabilire tagli ai servizi (c’è chi propone di iniziare proprio dall’abolizione del turco come lingua di lavoro) e alle strutture (compreso il personale).

La preoccupazione per una rottura di questo tipo è resa evidente anche dai ramoscelli d’ulivo tesi, questa volta, dall’Unione Europea, anche pragmaticamente interessata al proseguimento del controverso accordo sulla gestione e rimpatrio dei migranti stabilito con Erdoğan. Il capo della delegazione UE ad Ankara, l’austriaco Christian Berger, ha ventilato l’ipotesi di eliminare la necessità di visti per soggiorni di breve periodo di cittadini turchi nei paesi dell’UE e soprattutto la possibilità di riaprire le pratiche per l’ingresso nell’Unione qualora Erdoğan annullasse lo stato d’emergenza (anche se proprio il nuovo governo austriaco, cui spetta la presidenza dell’Unione Europea nella seconda metà del 2018, ha pubblicamente chiesto la chiusura della pratica di allargamento).

Nonostante i rischi finanziari e i tentativi di mediazione, c’è però chi insiste nel dire che per mantenere la propria credibilità il Consiglio d’Europa dovrebbe iniziare a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di una clamorosa rottura con la Russia e la Turchia.

E la discussione su quanto quest’ultima possibilità sia effettivamente concreta passerà a breve anche per l’Italia, con un’attenzione autorevole al tema in occasione del convegno della Società italiana di diritto internazionale e diritto dell’Unione Europea, organismo che riunisce i massimi esperti del settore e che quest’anno sarà organizzato e ospitato dal dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Ferrara, tra mercoledì 6 e venerdì 8 giugno. Il tema centrale del convegno sarà la “Codificazione nell’ordinamento internazionale ed europeo”, ma proprio alla situazione turca sarà dedicata la tavola rotonda che si terrà in apertura, in collaborazione con la Società europea di diritto internazionale.

«Certamente lo Statuto del Consiglio d’Europa, in particolare all’articolo 3, impegna gli Stati membri al rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che nel preambolo sono indicati come i principi dai quali dipende una vera democrazia. E certamente quello che sta accadendo in Turchia sta mettendo in discussione questo impegno» conferma Serena Forlati, docente di diritto internazionale all’Università di Ferrara e tra le coordinatrici del tavolo tematico.

«La Turchia è sempre stata un membro problematico, ma certo non l’unico, se pensiamo che anche l’Italia ha un numero elevato di condanne da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo. E fino ad ora non era mai stata in dubbio la volontà della Turchia di impegnarsi in un percorso virtuoso» continua Serena Forlati. Osservazione confermata dal fatto che, ancora nel 2015, la Turchia aveva addirittura richiesto di aumentare il proprio contributo finanziario al Consiglio, entrando a far parte del club dei grandi donatori. E se Ankara aveva inizialmente faticato ad accettare l’autorità della Corte, che vigila sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, col tempo aveva progressivamente iniziato a collaborare: giungendo persino a rispettare condanne legate al conflitto con la Repubblica di Cipro, sempre argomento estremamente delicato per loro.

«Ora però si è posizionata in una rotta di collisione su molteplici fronti: accanto a problemi di lunga data come quello relativo al trattamento della minoranza curda o la situazione a Cipro del Nord, la reazione al tentativo di colpo di Stato del 2016 sta mettendo in discussione l’indipendenza del sistema giudiziario e colpendo intere categorie, come giornalisti e accademici  – conclude Serena Forlati – e tutto questo può mettere effettivamente in crisi l’idea stessa della sua partecipazione al Consiglio d’Europa. Teoricamente anche dal punto di vista formale, visto che gli articoli 8 e 9 dello Statuto del Consiglio prevedono la sospensione di un Paese nel caso non ne rispetti gli obblighi finanziari, e soprattutto la possibilità di sospendere un membro o invitarlo a uscire dall’organizzazione, nel caso si venga meno agli impegni di democrazia e rispetto dei diritti umani, che costituiscono la ragione stessa della sua esistenza. Un passo di questo tipo però rischia di compromettere ulteriormente il livello di rispetto dei diritti fondamentali in quel Paese».

Alla tavola rotonda dell’Università di Ferrara sul ruolo del diritto internazionale ed europeo sui diritti umani in Turchia, parteciperanno anche Pasquale De Sena (Università Cattolica di Milano), Martina Buscemi (Università degli Studi di Firenze), Rosa Stella De Fazio (Università di Napoli “Federico II”), Tamás Molnár (Università Corvinus di Budapest), Emanuele Sommario (Scuola superiore Sant’Anna di Pisa), Fabio Spitaleri (Università di Trieste) e Daniela Vitiello (Università di Firenze).

Alle elezioni del 24 giugno, invece, parteciperanno circa 50 milioni di elettori turchi. E dalla loro scelta potrebbe dipendere in modo diretto anche il diritto del loro Paese a sedere tra le democrazie europee e indirettamente il futuro stesso del Consiglio d’Europa.


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