12 ottobre 2016

Perché l'America di Obama è alle prese con Trump

Cosa è accaduto alla società americana in otto anni, dalla trionfale cavalcata di Obama dell’anno 2008 all’emergere dell’America di Trump? Gli europei sono i primi a chiederselo: non esiste sondaggio che non mostri - quasi in tutta Europa - la nostra preoccupazione per l’affermazione del fenomeno Trump. Eppure gli europei dovrebbero essere i primi a comprendere la natura dell’America del 2016, quella della risposta anti-establishment, populista e rabbiosa, agli effetti di lungo periodo della crisi economica.

La tesi che si vuole sostenere qui - che andrebbe analizzata, rafforzata e interpretata in maniera sistematica, quasi un programma di lavoro sul futuro delle società occidentali - è che la crisi economica abbia reso sempre più similari le forme di organizzazione, gli attori e le tematiche affrontate nel dibattito politico sulle due sponde dell’Atlantico (dell’europeizzazione del sistema politico americano - o dell’americanizzazione di quello europeo - si discute già da molto tempo, in realtà). E questo nonostante l’America abbia dato una risposta alla crisi economica ben diversa rispetto a quella europea, un fattore non di poco conto. A Washington si sono attuate, in questi otto anni, politiche anticicliche, basate sull’aumento della spesa pubblica. L’Europa ha invece scelto la via dell’austerità, fortemente sostenuta dalla Germania, il dominus del sistema intergovernativo europeo. Per liquidare con una battuta un problema di grandissimo rilievo, si può dire che gli Stati Uniti abbiano cercato una via di uscita “progressista” e keynesiana alla crisi, memori di quanto accaduto dopo il crack del 1929, mentre l’Europa ha di fatto dato corso a una via di uscita (?) geopolitica alla crisi, che ha favorito la Germania e generato grandi squilibri di potere nelle relazioni tra i Paesi membri dell’Unione.

La risposta alla crisi non è stata identica, ma in entrambi i casi alcuni candidati al governo del paese, o alcuni primi ministri in carica, hanno assecondato e promosso agende simili, con successo. Il muro di Trump con il Messico e il muro “inglese” contro i rifugiati di Calais; le politiche contro l’accoglienza dei rifugiati di Orban e Trump; la retorica nazionalista della Le Pen e la retorica nazionalista di Trump; le parole al vetriolo sulle politiche contro l’immigrazione clandestina della leader di Alternativa per la Germania, Frauke Petry, e il suo equivalente trumpiano; la retorica, generalizzata e trasversale, contro l’establishment: le agende politiche di Stati Uniti ed Europa trovano molti, inquietanti, punti di contatto. Eppure rimane una specificità americana, che trasforma queste elezioni del 2016 in uno scontro, per certi versi epocale, tra due Americhe. E lo scontro racconta una parte di quanto accaduto negli otto anni dell’amministrazione Obama e della reazione a essa.

La specificità ha a che fare con una miscela tutta americana, e spiega l’emersione di Donald Trump a otto anni di distanza dal “change” obamiano: se è vero che esistono in tutto l’Occidente gli “sconfitti della globalizzazione”, ovvero quei segmenti di società che all’apparire della crisi economica hanno subìto un drastico peggioramento delle condizioni di vita (meno servizi, salari più bassi, perdita dei posti di lavoro), nel caso americano a percepire il declino sono stati soprattutto i ceti medi di etnia bianca dei centri del manifatturiero, i più colpiti dalla delocalizzazione industriale e dalla crisi, nonché i meno protetti dalle politiche anticicliche obamiane.

Per quanto possa apparire semplificata, l’idea di interpretare il caso americano come un conflitto economico/razziale tra due segmenti della società americana - politicamente schierata su due fronti avversi - è senz’altro una pista di lavoro. I dati più recenti sullo stato di salute delle famiglie americane - forniti dl Census Bureau - hanno mostrato nel 2015 una crescita media dei redditi del 5,2%, con un aumento consistente del numero di famiglie che non vivono più al di sotto della soglia di povertà. Un dato interpretato come un successo delle politiche avviate dall’amministrazione Obama nel 2009 (sebbene non si torni ancora ai livelli di benessere precedenti alla crisi del 2008).

Un’analisi dettagliata di questi dati mostra però che ad aumentare il proprio reddito sono state principalmente le famiglie più povere, delle quali fanno parte in maggioranza gli ispanoamericani e gli afroamericani: i salari sono lievemente aumentati, come anche il numero di persone occupate per famiglia.

Lo stesso non avviene nel ceto medio declinante bianco, quello magistralmente raccontato dal giornalista americano Alexander Zaitchik nel suo libro The Gilded Rage, a wild ride through Trump’s America, frutto di decine e decine di interviste agli elettori radunati nei comizi di Trump. Le sue parole risultano estremante utili a comprendere il fenomeno: “Sono stato in diverse zone che potrei definire aree economiche depresse nel Nordest, nel West e altrove. Lontane tra loro ma simili, per come sono state colpite duro dalla globalizzazione. L’economia americana era organizzata attorno alla middle class, c’era buon lavoro sindacalizzato in questo Paese e molti tra coloro che votano per Trump sono cresciuti in quel mondo. E quando ascoltano lo slogan 'Make America great again' è a quello che pensano: un mondo dove la stabilità economica era moneta corrente, si cresceva economicamente anche se in famiglia anche se uno solo lavorava (…). I nuovi lavori sono soprattutto nei servizi non qualificati: si viene facilmente licenziati, non c’è rappresentanza sindacale, si guadagna meno. Una situazione che ha generato quella che definirei disperazione politica” (questa citazione proviene dall’intervista ad Alexander Zaitchik del giornalista italiano Martino Mazzonis).

Questo è lo stato delle cose: un’America emergente (quella delle minoranze) destinata a divenire l’America del futuro - in quaranta anni gli elettori “non bianchi” e non di origine europea sono passati dal 12% al 36% - e un’America declinante che fatalmente coincide con il ceto medio, e medio-basso, che vive nelle zone a maggioranza bianca. Nella saldatura del blocco obamiano - da un lato la classi medio/alte urbane, scolarizzate e capaci di riposizionarsi nei settori economici in espansione, dall’altro le minoranze impiegate per lo più nel nuovo “terziario arretrato” - nasce la sconfitta della vecchia America della working class bianca e l’emersione del fenomeno Trump.

 

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