25 settembre 2020

Perché le elezioni USA sono a rischio

Nel novembre 2018, a sei giorni dal voto di metà mandato, il presidente Donald Trump twittava quel che leggete qui: «Rick Scott e Ron De Santis dovrebbero essere dichiarati vincitori delle elezioni in Florida. Sono comparse una quantità di schede dal nulla e molte altre sono scomparse. Una onesta conta dei voti non è più possibile, le schede sono state manipolate. Bisogna concludere le operazioni nella notte elettorale!». Il presidente si riferisce alle elezioni per il seggio del Senato e del governatore del Sunshine State e chiede che la vittoria venga assegnata a chi si trova in vantaggio nella notte elettorale, nonostante ci siano ancora decine di migliaia di schede da contare. Per la cronaca, quel voto lo vinsero i repubblicani anche dopo il conteggio completo, ma come avrete capito, non è questo il punto.

 

Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione sul processo elettorale. Rispondendo a una domanda sull’eventuale transizione a una presidenza Biden, Trump ha risposto: «Beh, dovremo vedere cosa succede. Sapete che mi sono lamentato molto per le schede, le schede sono un disastro. Sbarazzatevi delle schede, e il trasferimento dei poteri sarà pacifico...tra l’altro non ci sarà nessun trasferimento. Ci sarà continuità. Ma le schede sono fuori controllo. Lo sapete. E sapete chi lo sa meglio di chiunque altro? I democratici». Non è la prima volta che il presidente parla di elezioni truccate, persino dopo aver vinto nel 2016, Trump twittava: «Se milioni di persone non avessero votato in maniera illegale, avrei vinto anche il voto popolare».

 

Gli Stati Uniti stanno andando verso il voto in una situazione caotica e confusa, una situazione che non somiglia a quella di un Paese che cominciò a dotarsi di un sistema di regole democratico nel lontano 1776 – un sistema immaginato da una élite di ascendenza britannica, varrà la pena notarlo.

 

Il pericolo di una dinamica complicata del processo elettorale è sulla bocca di tutti da mesi per due ordini di problemi, lo sforzo di limitare il diritto di voto da parte degli Stati a guida repubblicana e l’aumento, certo, del voto per posta. A questi nodi, da qualche giorno se ne è aggiunto un terzo: la Corte suprema.

 

Delle modalità attraverso le quali si limita il diritto di voto delle minoranze abbiamo già detto e raccontato su AtlanteUSA2020, ma richiamiamole in sintesi: cancellazione dalle liste elettorali, obbligo di presentarsi con determinati documenti, distribuzione delle macchine elettorali (poche macchine molta fila: spesso si allungano le file nelle zone ad alta presenza di neri e ispanici). Se ne volete sapere di più, l’elenco continua in Give us the ballot, fateci votare!, il podcast che abbiamo dedicato al tema. Mesi fa una figura importante della campagna Trump venne registrata durante un meeting a porte chiuse nel quale spiegava che lo sforzo per limitare il voto dei neri sarebbe stato imponente: è probabile che ai seggi si presenteranno decine migliaia di osservatori repubblicani.

 

Poi c’è il Coronavirus e la presumibile impennata del voto per posta. Negli Stati Uniti si vota unicamente per posta in 3 Stati, in 27 non è necessaria nessuna giustificazione per chiedere di spedire la scheda, nei rimanenti 20 serve una giustificazione del perché non si voti in presenza. E così gli avvocati di entrambi gli schieramenti stanno discutendo nei tribunali statali se la paura di prendere il virus sia o meno una giustificazione valida. C’è poi la discussione sulla data di riconsegna della scheda elettorale: la Pennsylvania ha adottato una legge per cui le schede che arriveranno alla commissione elettorale entro i tre giorni successivi al 3 novembre dovranno essere contate. I repubblicani intendono portare la legge alla Corte suprema. Di dispute sulle modalità attraverso le quali il voto per posta debba essere ritenuto valido ce ne sono in tutto il Paese.

 

E qui torniamo al tweet di Trump del 2018. A meno di una valanga democratica è probabile che la notte delle elezioni il presidente risulti in vantaggio nella conta del voto ai seggi. E questo è il punto di cui si discute. Aspetterà la fine della conta prima di dichiararsi vincitore su twitter? O comincerà a sostenere che i voti arrivati per posta sono truccati? E se così fosse, cose prevedono le regole? L’unica certezza che l’impianto costituzionale ci regala è relativa alle date: dal 4 novembre si contano le schede per posta o in assenza, entro l’8 dicembre gli Stati devono risolvere le eventuali dispute e dichiarare il risultato (ovvero chi sono i grandi elettori), il 14 dicembre i grandi elettori si riuniscono in ciascuna capitale statale e votano, il 6 gennaio il risultato viene ratificato dal nuovo Congresso e infine, il 20 gennaio, si insedia il nuovo presidente (qui una cronologia completa degli atti formali).

 

Su quel che succede tra la conta dei voti e il giuramento, la Costituzione e gli emendamenti successivi che regolano il processo elettorale sono vaghi. Ad esempio: i Congressi statali possono decidere di nominare i grandi elettori a prescindere dal risultato elettorale. La sottolineatura sulla élite di origine britannica che ha immaginato l’architettura costituzionale americana non era casuale: l’idea di fondo era quella di una democrazia di eguali che riconoscono i propri avversari e possiede consuetudini comuni. La crescente polarizzazione politica e della società, il mancato riconoscimento dell’avversario, divenuto il male assoluto, stanno minando nel profondo l’architettura – un sondaggio di questi giorni segnala come il 61% sia favorevole alla fine dell’Electoral College.

 

Come abbiamo potuto osservare in questi mesi, ogni volta che nelle città è esplosa una protesta di Black lives matters, dopo qualche giorno si sono presentati gruppi armati di suprematisti bianchi. Alcuni tra questi teorizzano la necessità di una nuova guerra civile. Come si comporterebbero questi gruppi in caso di un’elezione contestata? Difficile a dirsi, ma preoccupante.

 

Veniamo alla Corte suprema. Una delle ragioni per cui Trump ritiene urgente nominare un giudice è per non avere una Corte di 8 giudici, ovvero potenzialmente in pareggio. Se, come in Florida nel 2000, si arrivasse a un risultato contestato e vicino in termini numerici, potrebbero essere proprio i giudici a decidere del voto. E allora, pensa Trump, meglio avere una supermaggioranza conservatrice – il presidente Roberts ha più volte votato in maniera non in linea con le sue origini conservatrici.

 

A oggi il presidente Trump ha spesso minacciato sfracelli senza poi essere conseguente: ma certo il clima verso il quale si va al voto accresce le preoccupazioni. In ballo non c’è solo il risultato di quel voto, ma la possibilità che le crepe che i sistemi democratici più avanzati hanno mostrato negli ultimi anni, incalzati come sono da modelli e ipotesi più autoritarie, si allarghino fino a diventare falle.

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 
Immagine: Donald Trump durante una manifestazione elettorale presso il Giant Center, Hershey, Pennsylvania (10 dicembre 2019). Crediti: Evan El-Amin / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0