6 maggio 2021

I piani economici di Biden nei primi 100 giorni

Nel discorso alla seduta congiunta del Congresso del 28 aprile scorso per i primi 100 giorni dal suo insediamento, il presidente Joe Biden ha annunciato il terzo pilastro della strategia economica della nuova amministrazione democratica, l’American Families Plan, «l’investimento nelle nostre famiglie – nei nostri bambini» da 1.800 miliardi di dollari, circa l’8% del prodotto interno lordo americano, in 10 anni.

Insieme all’American Rescue Plan, la risposta da 1.900 miliardi all’emergenza economica da Covid-19, e all’American Jobs Plan, il piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi in 8 anni presentato a marzo, costituiscono la Build Back Better Agenda di Biden, che nelle parole della Casa Bianca deve salvare, risollevare e ricostruire gli Stati Uniti investendo nel popolo americano.

Sul fronte economico, Biden sta dimostrando in questa prima fase della sua presidenza di essere tutt’altro che sleepy e di aver fatto tesoro dell’esperienza come vice durante l’amministrazione Obama, il cui stimolo economico da 900 miliardi di dollari per fronteggiare la crisi del 2008 è stato considerato da più parti insufficiente. Il piano pluriennale della Biden economics infatti, se approvato dal Congresso, tra sostegno diretto ai cittadini, investimenti, incentivi fiscali, politiche attive a supporto del lavoro e politiche industriali per il sistema produttivo, sarà pari a circa un terzo dell’attuale PIL americano, uno sforzo sei volte superiore a quello obamiano.

La crisi determinata dalla pandemia da Covid-19, d’altra parte, ha mostrato di avere dimensioni economiche comparabili a quelle della Seconda guerra mondiale, come sembra confermato anche dall’entità delle risorse, 5,5 trilioni di dollari, messe in campo proprio dal governo americano nel corso degli ultimi 12 mesi.

Dopo i circa 3mila 500 miliardi di dollari, secondo i dati del Fondo monetario internazionale, messi in campo dalla presidenza Trump per fronteggiare la caduta di oltre il 30% del PIL nel secondo trimestre 2020, che hanno contribuito ‒ insieme probabilmente a politiche di chiusura dell’attività economica meno stringenti a scapito della salute pubblica ‒ a contenere la contrazione statunitense a livelli significativamente più bassi della zona euro (-3,5% contro -6,6%), il primo passo della strategia della presidenza Biden, ovvero il piano di salvataggio, ha puntato anzitutto a rassicurare nel portafoglio gli americani, insieme a una campagna vaccinale a tappeto.

Come ribadito con forza nel suo discorso, Biden ha rivendicato con orgoglio di aver inviato all’85% delle famiglie americane assegni di sostegno da 1.400 dollari per persona, che si aggiungono ai 600 stanziati da Trump a dicembre, ridefinendo la platea dei beneficiari. Misura straordinaria che è stata accompagnata da interventi fiscali a sostegno in particolare delle famiglie con figli ‒ tema su cui batte molto anche il Piano per le famiglie americane ‒, dall’estensione e dall’incremento straordinario dei sussidi di disoccupazione e dal supporto alle piccole imprese colpite dalla crisi, oltre a interventi per ridurre il peso delle assicurazioni sanitarie sulle famiglie (e per estenderle nel caso di perdita o riduzione del lavoro), per gli affitti e i mutui e al rafforzamento dei programmi di sostegno alla nutrizione, con partnership con i ristoranti colpiti dalla crisi per garantire pasti alle famiglie bisognose.

Un intervento forte, proposto ancor prima dell’insediamento ufficiale, nella consapevolezza del momento storico e probabilmente anche alla luce di una lettura in chiaroscuro del risultato elettorale – e del successivo inquietante assalto a Capitol Hill – che seppur caratterizzato da una netta vittoria democratica, ha visto il contestato e divisivo presidente uscente incrementare il proprio sostegno popolare rispetto al 2016 di oltre 11 milioni di voti, nell’ambito dell’elezione più partecipata degli anni Duemila e non solo.

Secondo le stime del Bureau of Economic Analysis, il primo intervento dell’amministrazione Biden ha contribuito a spingere la crescita del primo trimestre guidata da un rimbalzo dei consumi, con una proiezione sull’anno a un tasso del 6,4%, tanto da aver innescato un dibattito tra economisti non tacciabili di simpatie repubblicane, come Blanchard e Summers da un lato e Krugman e altri dall’altro, sui rischi inflazionistici derivanti dallo stimolo anti-Covid.

Il secondo passo della strategia Biden è stato quello di tracciare una prospettiva di lungo periodo per l’economia americana attraverso investimenti pubblici, «che solo il governo può fare» nelle parole del presidente, che da un lato possano garantire lavori ben pagati, che non possano essere delocalizzati e che per il 90% dei posti che saranno creati non richiedano un titolo universitario; dall’altro possano spingere manifattura e ricerca alla frontiera della competizione internazionale.

Un piano del lavoro quindi basato su un incremento di investimenti dell’1% di PIL all’anno per 8 anni, probabilmente già preconizzando un secondo mandato democratico, che incidono sulle principali infrastrutture materiali degli Stati Uniti, considerate da commentatori ed analisti ormai datate, dai trasporti (621 miliardi di dollari previsti), alla banda larga fino alle zone rurali del Paese (100 miliardi), dalle infrastrutture idriche (111 miliardi) alla rete di trasmissione elettrica e alla produzione di energia (100 miliardi) con l’obiettivo dichiarato di raggiungere nel 2035 il 100% di elettricità carbon-free.

La dimensione verde dell’American Jobs Plan è particolarmente significativa, basti pensare che nell’ambito dei trasporti 174 miliardi di dollari sono concentrati sullo sviluppo del mercato americano dei veicoli elettrici, sullo sviluppo di una rete nazionale di ricarica e su misure simbolo come l’elettrificazione di una quota significativa dei classici bus gialli per gli studenti. Il Center for strategic and international studies, più in generale, stima che circa il 56% di tutte le misure previste nel piano possa contribuire a rispondere alle sfide del cambiamento climatico. Questa dimensione, nella veste dell’efficientamento energetico e della riduzione delle relative emissioni, è ben presente in un altro capitolo significativo del piano di ammodernamento e ricostruzione delle infrastrutture degli USA, che riguarda gli edifici privati e pubblici a cui sono dedicate risorse per oltre 300 miliardi di dollari, tra investimenti, contributi a fondo perduto, incentivi finanziari e fiscali: abitazioni private, edifici commerciali, scuole, edifici federali e ospedali per veterani sono alcuni degli obiettivi di una molteplicità di misure che nelle intenzioni punta a modernizzare i diversi luoghi fisici del vivere e a migliorare i servizi che vi sono connessi, di apprendimento, cura, con lo sguardo rivolto al miglioramento delle condizioni di vita e lavoro per chi ne usufruisce e per chi vi lavora.

In quest’ultima ottica è ancor più significativa la proposta di Biden di un’“infrastruttura della cura”, utilizzando una traduzione letterale che rende ancor più l’idea, chiedendo al Congresso di approvare 400 miliardi di dollari di interventi rivolti ad allargare l’accesso alle long-term care fornite dal Medicaid e all’aumento dei luoghi di cura e di lavoratori “caregivers” ben retribuiti che possano occuparsi di anziani e disabili.

Un altro grande capitolo dell’American Jobs Plan riguarda i 300 miliardi destinati a rivitalizzare la manifattura e alle piccole e medie imprese, con alcune proposte di particolare interesse come ad esempio quella di creare una struttura dedicata al monitoraggio delle capacità industriali nazionali e fondi per intervenire a supporto della produzione di beni di particolare criticità in linea con l’ordine esecutivo già adottato dal presidente Biden sulle supply chain, oppure la volontà di sfruttare il potere di domanda dell’amministrazione federale orientando 46 miliardi di dollari verso manifattura che produca beni e tecnologie per l’energia verde o ancora l’investimento di 50 miliardi nel settore dei semiconduttori considerato strategico anche in chiave geopolitica.

Un passaggio specifico del discorso del presidente è inoltre stato dedicato agli investimenti in R&S non militare, esemplificato simbolicamente nell’idea della creazione di una Advanced Research Projects Agency for Health sul modello della famosa DARPA, l’analoga Agenzia per la Difesa che tanto ha contribuito allo sviluppo tecnologico americano, con l’obiettivo dichiarato di affrontare scientificamente malattie come Alzheimer, diabete, cancro e con uno spirito quasi epico – “Let’s end cancer as we know it” – che fa riecheggiare le parole di una serie molto amata dai patiti di politica americana.

Il piano dell’amministrazione americana, d’altra parte, riporta esplicitamente la proposta di un’altra Agenzia, quella per il clima, cosiddetta ARPA-C a dimostrazione, una volta di più, dell’attenzione dell’amministrazione Biden per la competizione nelle tecnologie verdi, a cui sono dedicati 45 dei 180 miliardi di dollari previsti nel capitolo investimenti in ricerca e sviluppo e tecnologie del futuro, cifre comunque contenute rispetto all’insieme degli investimenti pubblici e privati annuali statunitensi che l’OECD stima per il 2019 in circa il 3% del PIL.

L’American Jobs Plan ha inoltre una parte, magari meno significativa nei numeri ma non meno importante nella visione e nella volontà di modificare in senso progressista il contratto sociale statunitense, che lega gli investimenti previsti nel piano al miglioramento degli standard lavorativi e a un orientamento quantomeno neutrale delle imprese all’organizzazione sindacale, e prevede per i lavoratori la proposta di 100 miliardi di dollari di misure di sviluppo e protezione della forza lavoro.

La riscrittura del contratto sociale a partire dalle condizioni economiche del ceto medio, chiaramente al centro dell’attenzione di Biden già da vicepresidente, sembra alla base anche del terzo passo della strategia del presidente, ovvero l’investimento nelle famiglie e nei bambini richiamato all’inizio, suddiviso in 1.000 miliardi di investimenti effettivi e 800 miliardi di tagli alle tasse, crediti, incentivi fiscali per lavoratori e famiglie in particolare per quelle con figli.

L’estensione dell’istruzione pubblica gratuita sia in età prescolare ai bimbi di 3 e 4 anni – i primi due anni della nostra scuola materna per intendersi – e sia per i community college costituiscono le misure simbolo, che si accompagnano alla volontà di creare un apposito programma che garantisca permessi retribuiti per motivi familiari e di salute che possano arrivare a coprire 12 settimane, per evitare che le situazioni di difficoltà personale e familiare si tramutino in situazioni di difficoltà economica come la pandemia ha particolarmente evidenziato.

Nuovi diritti sociali che nell’ottica dello Stato sociale sembrano avvicinare un po’ le due sponde dell’Atlantico, e che si legano a significative misure di alleggerimento fiscale per la middle class e le famiglie più numerose, a partire dal rendere stabili e rafforzare le misure emergenziali adottate per la crisi da Covid-19, a interventi mirati di supporto ai docenti e ai sostegni allo studio e alle politiche per una nutrizione sana e sufficiente.

Un impianto complessivamente corposo, ma anche oneroso per le casse pubbliche, che la presidenza Biden ha deciso di affrontare sfidando il tabù delle tasse e prospettando una riforma della tassazione delle società e dei capital gains oltre ad un aumento delle aliquote fiscali per i ceti più abbienti in grado sull’arco di 15 anni di coprire le necessità di bilancio richieste dalla strategia di Biden.

In realtà l’incremento della tassazione sui percettori di un reddito superiore ai 400.000 dollari riporterà semplicemente le lancette indietro a prima dell’intervento repubblicano del 2017, aumentando l’aliquota marginale dal 37% al 39,6%. Ma il presidente Biden vuole sia accompagnato da un lato da una revisione del sistema fiscale in tema di dividendi e capital gains e dall’altro da strumenti più incisivi di controllo da parte delle agenzie fiscali americane.

L’intervento più significativo dovrebbe riguardare la tassazione societaria, la quale da sola dovrebbe generare 2.000 miliardi di dollari di nuove risorse per le casse pubbliche statunitensi, con un incremento dell’aliquota sulle società dal 21% al 28%, accompagnata da un insieme di misure contro elusione, evasione, paradisi fiscali e varie pratiche di offshoring, oltre che l’eliminazione in ottica green dei vantaggi fiscali a favore delle fonti fossili presenti nel sistema tributario.

La notizia che ha fatto il giro del mondo è però la “global minimum tax” sulle multinazionali americane al 21%, eliminando le esenzioni fiscali previste sui guadagni sugli asset detenuti all’estero attualmente previste, che nel Made in America Tax Plan elaborato dal Dipartimento del Tesoro statunitense è accompagnato dalla proposta di un accordo globale per dare fine alla corsa al ribasso sulla tassazione delle imprese tra i principali Paesi al mondo. Janet Yellen, prima donna a ricoprire il ruolo di Alexander Hamilton, ha chiaramente espresso la volontà di cambiare il gioco di una competizione tra sistemi Paese basata sul dumping fiscale e normativo invece che sulle capacità dei sistemi produttivi.

Grandi propositi e grandi impegni, che dovranno attraversare il vaglio del Congresso per trovare la loro approvazione e la loro eventuale configurazione definitiva, ma che mostrano come il pendolo della storia, al pari di altri momenti di particolare criticità, indica la necessità di istituzioni pubbliche in grado di intervenire e dare risposte ai bisogni dei cittadini.

È troppo presto per dire se Biden sarà un presidente in grado di cambiare le cose, sicuramente ha ragione quando ricorda a tutti che bisogna dimostrare che lo Stato ancora funziona, che la democrazia ancora funziona.

 

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