9 ottobre 2018

Politica estera cinese, oltre la non interferenza

Fin dagli anni Cinquanta i “cinque principi della coesistenza pacifica” (heping gongchu wuxian yuanze) rappresentano i pilastri della dottrina ufficiale della politica estera cinese. È sulla base di questi principi che Pechino ha instaurato relazioni diplomatiche e avviato scambi commerciali, economici, scientifici, tecnologici, culturali e di cooperazione con la maggioranza dei Paesi del mondo; ha risolto i problemi di confine con buona parte dei vicini e ha mantenuto la pace e la stabilità nelle sue aree circostanti. In anni più recenti, hanno rappresentato la base del modus operandi della Cina popolare (RPC) nei confronti dei Paesi in via di sviluppo (PVS) in Africa, Asia e America Latina – elargizione di aiuti economici e tecnici senza condizionamenti politici (bu fujia zhengzhi tiaojian) – favorendo l’emergere di un “modello Cina” (Zhongguo moshi).

Tra tutti il principio della “non interferenza negli affari interni” (huxiang bu ganshe neizheng) di altri Stati – progettato per riflettere la solidarietà con gli Stati postcoloniali di nuova indipendenza e sottolineare il rispetto per la sovranità territoriale – ha acquisito fin dall’inizio un ruolo di preminenza nella gestione degli affari esteri cinesi, sebbene sia stato regolarmente violato da Pechino negli anni Sessanta e Settanta, quando il governo comunista era impegnato a sostenere i movimenti rivoluzionari nei continenti africano e asiatico; ha poi riassunto una posizione centrale negli anni Ottanta, quando il Paese ha iniziato a perseguire una politica estera indipendente, ma di fatto è stato rigorosamente rispettato solo negli anni Novanta, nel periodo post-Tiananmen, quando il governo di Pechino era votato ad una politica estera di moderazione e di “basso-profilo”, per rimediare ai danni alla statura della nazione, riprendersi dall’isolamento internazionale e proseguire lungo la strada della modernizzazione e della crescita economica.

La politica di “basso profilo” e ancor più il principio della non interferenza hanno iniziato ad essere messi in discussione con l’avvio del nuovo millennio, complici gli interessi globali in espansione della RPC e le conseguenti sfide cui il Paese si è trovato di fronte. Come ha sottolineato lo studioso Wang Yizhou, dell’Università di Pechino, uno dei cambiamenti più drammatici intervenuti nella politica estera cinese nel nuovo millennio risiede nel fatto che la Cina si trova a dover proteggere e tutelare gli interessi economici e la sicurezza dei propri cittadini presenti oramai in ogni angolo del pianeta – ad oggi più di 70 milioni di cinesi, tra rappresentanti ufficiali e cittadini comuni, quali studenti, lavoratori migranti, uomini d’affari e turisti, viaggiano all’estero ogni anno, laddove alla vigilia del lancio della politica riformista di Deng Xiaoping erano poco più di 9 mila. Tra questi spiccano i lavoratori migranti (circa 5 milioni) inviati da Pechino, quasi allo sbaraglio, in contesti geopolitici difficili, contrassegnati da instabilità politiche e sociali, e spesso teatro di guerre civili.

Non stupisce, pertanto, che il governo comunista sia sottoposto a crescenti pressioni, in particolare tra la nutrita comunità dei blogger cinesi, per garantire la loro sicurezza. Si tratta di un compito tutt’altro che semplice, che richiederebbe una presa di posizione vigorosa da parte di Pechino, ma che il governo centrale è riluttante ad adottare, data la sua tradizionale avversione all’ingerenza negli affari interni di altri Stati. Bisogna ammettere, tuttavia, che alcuni episodi in particolare stanno alimentando un acceso dibattito, sia dentro che fuori le stanze del potere, che induca a sviluppare una strategia globale per proteggere i cittadini e le imprese cinesi in tempi di crisi.

Una fonte di grande allarmismo è rappresentata dalle cosiddette “crisi degli ostaggi” (renzhi weiji) che da qualche anno hanno iniziato ad interessare un numero sempre maggiore di lavoratori cinesi all’estero, diventati facile bersaglio per svariati attori criminali che vanno dai terroristi ai gruppi antigovernativi, a bande criminali di svariati Paesi, in maggioranza africani. Per quanto non si tratti di numeri rilevanti, appare comunque come una tendenza preoccupante, che risulta connessa, oltre che al numero crescente di lavoratori inviati in zone calde, dove risultano concentrati i maggiori investimenti cinesi, anche al modus operandi dello stesso governo di Pechino che, generalmente, intrattiene relazioni solo con i partiti al governo, laddove tralascia i legami con le forze dell’opposizione o con i gruppi ribelli e, più in generale, con la società civile. Uno degli ultimi casi ha visto come protagonisti, nel giugno del 2017, due giovani insegnanti presi in ostaggio e poi uccisi dall’Isis nella provincia pachistana del Belucistan, area nella quale è stato avviato il grande progetto infrastrutturale del Corridoio economico Cina-Pakistan, nell’ambito del programma della Nuova Via della Seta.

Di fronte a tali episodi, in effetti, la dottrina della non interferenza ha iniziato ad essere percepita sempre più come un dilemma da parte dei governanti cinesi, data la mancanza di consensi su come bilanciare il rispetto nei confronti di questo dogma tradizionale con i crescenti interessi d’Oltremare e le sempre maggiori responsabilità internazionali che questi determinano. Numerosi studiosi e analisti concordano nel sostenere come la non interferenza stia diventando un peso crescente, che rischia di danneggiare gli interessi nazionali del Paese, dal momento che per soddisfare i propri bisogni economici la Cina si vede costretta a trattare con Paesi fornitori e clienti, a prescindere dalla loro natura o dal loro livello di stabilità. E rappresenta oltremodo un problema per le ambizioni della RPC di porsi come attore globale “responsabile”, che accetta di condividere la gestione della governance internazionale.

Vi sono evidentemente diversi fattori che rendono complesso un ripensamento, e men che meno un abbandono tout court di un principio che costituisce da sempre uno dei pilastri portanti della politica estera cinese. Tra tutti la consapevolezza che la non interferenza abbia costituito lo strumento principale per preservare la sovranità cinese da intromissioni esterne, così come per costruire delle relazioni preziose con i Paesi africani, e in generale con i PVS, stanchi dei condizionamenti imposti dall’Occidente – non a caso è uno dei pilastri maggiormente apprezzati del Beijing consensus; né bisogna trascurare i timori legati ad un possibile rinvigorimento della famigerata teoria della “minaccia cinese” (“Zhongguo weixie” lun), come conseguenza di un maggior attivismo della RPC.

Alla luce di tali considerazioni, alcuni studiosi cinesi hanno sviluppato nuovi paradigmi per descrivere come la Cina potrebbe essere più attiva e svolgere un ruolo costruttivo nelle relazioni internazionali, senza una completa negazione o rinuncia ai suoi tradizionali principi di politica estera. Tra tutti spicca il concetto di “coinvolgimento creativo” (chuangzaoxing jieru) di Wang Yizhou. Il punto di partenza della sua riflessione è la considerazione secondo la quale la Cina sta vivendo le implicazioni tipiche dello status di grande potenza. Insieme alle crescenti responsabilità legate alla maggiore interdipendenza negli affari internazionali e alla presenza fisica nei quattro angoli del mondo, la Cina deve anche rispondere alle aspettative sempre più alte della comunità internazionale. Di conseguenza, non può permettersi di continuare a rimanere un free rider del sistema internazionale; piuttosto è chiamata a cambiare il corso della sua diplomazia e a dare il proprio contributo, dando seguito, laddove necessario, a politiche e strategie che prevedano una sorta di interferenza con “caratteristiche cinesi” – da condursi nel massimo rispetto dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e nella totale considerazione delle capacità e degli interessi vitali o fondamentali (hexin liyi) del Paese. La grande operazione di evacuazione di civili cinesi dalla Libia nel 2011, così come l’impegno di Pechino nelle ultime missioni di mantenimento della pace nel continente africano – con il dispiegamento, per la prima volta in assoluto, di truppe da combattimento in Mali e in Sud Sudan – sembrano andare in questo senso.


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