17 febbraio 2021

La politica vaccinale dell’UE, un bilancio in chiaroscuro

 

Dopo mesi di strenua difesa del proprio operato, alla fine anche Ursula von der Leyen ha ceduto e la settimana scorsa ha ammesso che non tutta la strategia vaccinale dell’Unione Europea (UE) è andata secondo i piani. Tuttavia, si è difesa la presidente della Commissione europea, scegliere l’approccio comune davanti al virus è stata la cosa migliore da fare. «Non voglio nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se alcuni grandi Stati membri si fossero assicurati le dosi dei vaccini lasciando gli altri a mani vuote», ha detto l’ex ministra tedesca il 10 febbraio davanti ai parlamentari europei, «che cosa avrebbe significato per il nostro mercato interno e la nostra unità europea? In termini economici sarebbe stato un controsenso e avrebbe potuto sentenziare la fine della nostra comunità». Difficile contestare il punto di vista di von der Leyen, che è laureata in medicina e 20 anni fa insegnava nel Dipartimento di epidemiologia della Scuola medica di Hannover (Medizinische Hochschule Hannover, MHH). Ma allo stesso tempo, è impossibile chiudere gli occhi davanti ai tanti errori e intoppi che hanno scandito gli ultimi mesi. Soprattutto in settimane come queste, mentre l’Unione Europea sembra stia lentamente tornando alla situazione di marzo e aprile 2020, con lockdown duri e confini chiusi a macchia di leopardo. Un senso di déjà-vu che porta a chiedersi se un anno di lotta alla pandemia abbia davvero insegnato qualcosa ai governanti europei. 

 

Un primo bilancio

Senza l’azione di coordinamento di Bruxelles, i Paesi più piccoli e meno ricchi si sarebbero trovati in serie difficoltà nel reperire le dosi necessarie per una vaccinazione di massa entro l’autunno. Presentarsi davanti alle aziende farmaceutiche a nome di quasi 450 milioni di cittadini dà un potere negoziale a cui nessun singolo governo UE potrebbe mai aspirare.

Per un bilancio più approfondito, per quanto parziale, della politica sui vaccini adottata finora dalla Commissione serve però ripartire dalle parole di von der Leyen davanti al Parlamento UE. «Non siamo dove avremmo voluto essere nella lotta al virus», ha ammesso, «siamo arrivati in ritardo nell’autorizzare i vaccini, siamo stati troppo ottimisti sulla produzione di massa e forse abbiamo anche dato per scontato che le dosi ordinate sarebbero arrivate in tempo». I ritardi nelle consegne, l’opacità delle modalità con cui sono stati firmati i contratti con le case farmaceutiche, la disparità di trattamento fra Stati membri e soprattutto la totale mancanza di autocritica da parte della Commissione, hanno prodotto nell’opinione pubblica la sensazione che la politica vaccinale UE non sia stato un vero successo. Se a tutti questi elementi si aggiunge poi lo sgangherato tentativo ‒ riuscito solo a metà ‒ di uniformare le politiche nazionali sulle chiusure dei confini e il pasticcio combinato in Irlanda sul controllo delle esportazioni dei vaccini, la sensazione è che l’azione della Commissione sia costellata finora da buoni successi, ma anche da tanti, forse troppi, passi falsi.

 

I rapporti con le case farmaceutiche

Dopo la confusione dei primi mesi, la Commissione ha cercato di prendere in mano la situazione e puntare sullo sviluppo di un vaccino anti-Covid. Da gennaio 2020 sono stati mobilitati oltre 660 milioni di euro solo attraverso il programma per la ricerca e l’innovazione Orizzonte 2020 per sviluppare vaccini, nuove cure, test diagnostici e sistemi medici per prevenire la diffusione del Coronavirus. Nel frattempo, l’esecutivo ha negoziato a nome dei 27 Stati membri la fornitura di oltre 2 miliardi di dosi di vaccini da sei case farmaceutiche, che continuano ad aumentare con il passare delle settimane. Un approccio che ha causato le critiche dell’Organizzazione mondiale della sanità, vista la sproporzione evidente rispetto alla parte più povera del globo e che va a scontrarsi con quanto dichiarato fin da subito dall’intero esecutivo comunitario: il vaccino deve essere un bene universale accessibile a tutti i Paesi del mondo.

Come evidenziato dalla stessa von der Leyen, l’errore più grande è stato però sottovalutare la complessità del processo di produzione e fissare obiettivi troppo ambiziosi per la copertura vaccinale. «Abbiamo sottostimato le difficoltà di una produzione di massa» del vaccino, perché si tratta di «un processo molto complesso. Semplicemente non c’è modo di mettere in piedi una catena di produzione da un giorno all’altro», ha detto, ammettendo ciò che era ormai chiaro a tutti da tempo. Per questo è stato deciso di mettere il commissario al Mercato interno, Thierry Breton, alla guida di una nuova task force con il compito di accrescere la produzione dei vaccini.

L’altra novità di questi giorni riguarda un’iniziativa chiamata HERA (Health Emergency Response Authority, Autorità europea di intervento in caso di urgenza sanitaria), che dovrà accelerare la risposta europea davanti alle mutazioni del virus. In parallelo, è stata ideata anche una procedura accelerata per l’approvazione dei vaccini adatti a combattere le nuove varianti.

Nonostante le nuove iniziative messe in campo, l’unico vero metro di giudizio con cui verrà giudicata nelle prossime settimane l’azione di Bruxelles è l’efficacia della fornitura di vaccini ai Paesi membri. L’inizio della campagna è stato finora zoppicante (ne abbiamo già parlato qui) e ha costretto la Commissione ad alzare la voce con le case farmaceutiche per ottenere il rispetto dei contratti. L’obiettivo confermato in questi giorni anche dalla commissaria alla salute Stella Kyriakides è quello di avere 700 milioni di dosi a disposizione entro fine settembre, che saranno sufficienti a vaccinare il 70% della popolazione UE. Ulteriori intoppi nella produzione potrebbero però compromettere definitivamente il suo raggiungimento.

 

                       TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 
Immagine: Ursula von der Leyen (2 ottobre 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0