8 maggio 2022

‘Donne pace e sicurezza’: una risorsa strategica ancora inespressa

 

In una fase in cui è acceso il dibattito su quali strumenti possano essere più utili e appropriati per fronteggiare la grave crisi internazionale in corso, può essere d’aiuto riflettere su un aspetto apparentemente marginale ma in realtà fortemente strategico: il ruolo delle donne nei processi di pace. Si tratta di un tema sul quale da un ventennio è impegnata la comunità internazionale tutta, dalle Nazioni Unite alle organizzazioni regionali, ai singoli Stati, alle organizzazioni della società civile, fino alle comunità locali. Quando nel 2000 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la prima ‘storica’ risoluzione su Donne pace e sicurezza (DPS) era difficile immaginare che si sarebbe da questa sviluppata una vera e propria Agenda internazionale, con articolazioni a vari livelli.

Le ragioni di questo successo – quella che ha dato inizio all’Agenda (UNSCR 1325/2000) è forse la risoluzione più nota tra quelle mai adottate – vanno individuate in una serie di fattori. Il più noto tra questi è il suo carattere innovativo, che vede le donne non già vittime dei conflitti, ma agenti di cambiamento e protagoniste dei processi di pace. Tra i meno conosciuti, ma non meno rilevanti, il processo che ha portato all’adozione della risoluzione, risultato di una straordinaria sinergia tra organismi internazionali, Stati e organizzazioni della società civile. Più nascosto ma cruciale il potere ‘trasformativo’, la possibilità di incidere sul modo in cui la comunità internazionale si impegna nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, attraverso l’inclusione di una componente marginale rispetto alle forze combattenti e alle sedi decisionali ufficiali e quindi portatrice di modalità di approccio al conflitto basate più che sul potere politico o sulle armi, su pratiche di pace tipiche della trasformazione nonviolenta dei conflitti (ascolto, dialogo, mediazione). In quest’ultimo aspetto – caro ai gruppi della società civile che ne sono stati promotori – risiede un forte valore strategico, terribilmente attuale e tuttavia ancora in larga parte inespresso.

L’evoluzione delle politiche DPS ha infatti seguito la tendenza internazionale a privilegiare la protezione – nel caso delle donne in particolare dalla violenza sessuale – rispetto alla gestione delle dinamiche di conflitto. A livello di attuazione, è comunque forte l’impegno a garantire la partecipazione delle donne nelle operazioni sul terreno e nella diplomazia, con l’incremento di personale femminile nelle forze armate nazionali che riforniscono i contingenti internazionali e la creazione di reti di donne mediatrici. Le donne sono invece ancora drammaticamente assenti nei tavoli negoziali, mentre rimane assolutamente inadeguato il sostegno alle risorse locali che dal basso sono impegnate nella promozione della pace; sostegno che – anche a prescindere che si tratti di gruppi di donne – l’Agenda prevede.

Nelle politiche dell’ONU dedicate alla costruzione della pace è oggi centrale il concetto di ‘pace sostenibile’, che valorizza il ruolo della società civile nel suo complesso e in particolare quello delle donne e dei giovani, con la prevenzione dei conflitti come chiave di volta dell’intero sistema. Se gli equilibri attuali sembrano negare alle Nazioni Unite il ruolo di guida in materia di pace e sicurezza nella governance globale che le spetterebbe, altre opportunità possono essere individuate nelle politiche di livello regionale, in particolare dell’Unione Europea (UE). Il suo progetto originario, forse meno visionario di quello delle Nazioni Unite, è comunque di pace e si fonda su valori che comprendono l’uguaglianza di genere. L’Unione è legata alle Nazioni Unite da una solida partnership nell’ambito della gestione delle crisi che prevede al primo posto l’Agenda DPS, per la promozione della quale l’UE ambisce ad avere un ruolo di leadership.

L’UE ha adottato nel 2018 una politica particolarmente avanzata in materia (Approccio strategico su DPS) innovativa e libera da false retoriche. La partecipazione che promuove, «equa e significativa», riguarda infatti non solo le donne, ma anche uomini e ragazze/i di diversi background (economico, sociale, geografico, etnico, religioso) in una visione che integra genere ed intersezionalità. Anche laddove si parla specificamente di donne, ad esempio nella prevenzione dei conflitti, si specifica quali circostanze possano determinare il loro valore aggiunto (svolgimento del ruolo di cura, impegno nella coltivazione della terra, nell’educazione). Nell’ambito della protezione dove più frequentemente prevale una visione vittimizzante e stereotipata, si adotta un approccio incentrato sulle vittime, si parla di sopravvissute alla violenza, si sottolinea come anche gli uomini siano vittime della violenza dei conflitti, sia di violenze specifiche anche sessuali sia di uccisioni e reclutamento forzoso. Un approccio che privilegiano le organizzazioni di peace-building che preferiscono l’analisi del conflitto sensibile al genere al più tradizionale approccio binario che contrappone donne e uomini, identificando le prime come oggetto di discriminazioni e violenze e portatrici di pace.

Il quadro così delineato non regge tuttavia al confronto con la realtà: non solo le singole misure ma la stessa visione complessiva che l’Agenda DPS propone sembrano smentite da una prassi che confina al margine gli strumenti propri della «pace con mezzi pacifici» che – stabiliti come prioritari da norme e politiche generali – l’Agenda DPS intende valorizzare e promuovere offrendone una lettura di genere. Donne e politiche di pace rappresentano dunque una risorsa ancora largamente inespressa, che attende di dispiegare appieno il suo potenziale.

L’impegno di tutte le componenti attive per la promozione, lo sviluppo e l’attuazione di questa Agenda – inclusi gli Stati che come il nostro hanno adottato piani d’azione dedicati – potrebbe ancora fare la differenza, assicurando non solo sicurezza e difesa, ma anche sostegno specifico ai processi di pace basati su criteri di inclusività, efficacia, sostenibilità. Le donne e tutte le persone che sostengono le politiche di pace lo auspicano da tempo, e ora che il tempo è quello dell’emergenza lo chiedono con forza ed urgenza.

 

Immagine: Edward Hicks, Peaceable Kingdom, 1830-32 circa. Crediti: MET, New York