28 giugno 2019

Presentato a Manama il progetto USA di “normalizzazione” della questione israelo-palestinese

La parola araba tatbi῾ suona assai familiare tra le popolazioni del Medio Oriente che parlano questa lingua, in particolare tra i palestinesi. Significa ‘normalizzazione’ e viene spesso utilizzata per identificare l’accettazione in quanto normale di ciò che normale non è affatto. Il summit di Manama, capitale del Bahrain dove si è tenuta la due giorni di presentazione del ‘piano del secolo’ di Donald Trump per Israele e Palestina, ha assunto tutti i connotati del tatbi῾, cioè della normalizzazione intesa come accettazione dello status quo in cambio di dollari sonanti.

Destinatari di questo messaggio inequivocabile sono stati proprio i palestinesi, cui Donald Trump aveva promesso «qualcosa di buono» ad agosto 2018, dopo aver riconosciuto – a maggio – la sovranità israeliana su Gerusalemme trasferendovi l’ambasciata statunitense situata fino a quel momento a Tel Aviv.  Un’iniziativa che implica il riconoscimento della città ‘tre volte santa’ quale capitale dello Stato ebraico, che in verità la considera tale in virtù della legge fondamentale del 1980.

Nella capitale del Bahrain, alla presenza di funzionari e delegati diplomatici – per la verità non di primissimo piano – sono stati presentati gli aspetti economici del ‘deal of the century’ messo a punto da Jared Kushner, genero e consigliere dell’inquilino della Casa Bianca, per mettere fine a quella che da decenni è la ‘questione’ mediorientale per antonomasia: quella israelo-palestinese.

L’evento, intitolato Peace to prosperity, ha dato l’idea di un’operazione difficilmente destinata al successo sin da quando ha aperto i battenti martedì 25 giugno. Anzi, che le ragioni per essere ottimisti fossero poche era parso chiaro già prima dell’inizio dei lavori, con la degradazione dell’evento da ‘conferenza’ a ‘workshop’, complice la constatazione del basso livello delle delegazioni presenti. La due giorni ha visto presenti diplomatici e uomini di affari vicini ai governi arabi di Giordania, Qatar, Marocco, Arabia Saudita, Egitto, i padroni di casa del Bahrain e un team tecnico dell’Unione Europea. L’iniziativa è stata invece boicottata dai diretti interessati: palestinesi – tanto ANP quanto Hamas – e Israele. Assenti anche Kuwait, Iraq e Siria.

«Questo workshop è per voi!» ha dichiarato Kushner all’apertura dei lavori rivolgendosi ai palestinesi. «Il mio messaggio – ha proseguito – è che il presidente Trump e l’America non vi hanno abbandonato… La visione che abbiamo sviluppato – ha concluso – se eseguita correttamente porterà ad un migliore futuro per il popolo palestinese, un futuro di dignità, prosperità e opportunità».

In sintesi, a Manama si è parlato di investimenti economici e di infrastrutture in Palestina per un ammontare di 50 miliardi di dollari. L’obiettivo annunciato è quello creare un milione di posti di lavoro per i palestinesi e costruire vie di comunicazione per collegare Gaza e Cisgiordania: è il caso – stando alle indiscrezioni – della futura autostrada a 30 m d’altezza che congiungerà i due territori passando letteralmente sopra Israele.

Il summit in Bahrain è servito sostanzialmente a sondare il terreno tra gli alleati regionali di Washington per capire chi di loro sia disposto ad investire nel progetto.

Sin dalle prime ore del vertice, in linea con quanto accaduto nei giorni precedenti, il ‘workshop’ di Manama è stato accompagnato da proteste in tutti i territori palestinesi, con manifestazioni a Nablus, Betlemme, Hebron e Gerico, e addirittura con uno sciopero generale a Gaza. L’OLP, dal canto suo, ha bocciato l’iniziativa come «una formula che nessun popolo dignitoso può accettare», la quale «cerca di vendere il miraggio di una prosperità economica per il popolo palestinese fintanto che accetta e sostiene la perpetua prigionia».

In altri termini: la normalizzazione dello status quo (tatbi῾) in cambio di sovvenzioni economiche, in una negoziazione completamente monca della sua parte politica. D’altronde non poteva andare diversamente, dato che Israele tornerà alle urne il 17 settembre prossimo dopo che Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare il nuovo esecutivo all’indomani delle elezioni del 9 aprile scorso. Ma anche dall’altra parte del muro di separazione le cose non vanno molto meglio. Mahmoud Abbas, presidente dell’ANP dal 2005, non gode più di un consenso così granitico da garantirgli un sicuro successo elettorale in caso di elezioni. La sua legittimità ne risulta, di conseguenza, inevitabilmente compromessa.

Poste queste condizioni, era impossibile affrontare i nodi politici della questione senza interlocutori politici degni di questo nome. E così il dato economico ha prevalso nell’agenda di Manama, ma non ha convinto gli osservatori internazionali né i diretti interessati.

Degno di nota il fatto che all’evento, quasi a sottolinearne l’impianto economicistico, erano presenti anche la presidente del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde e il presidente della FIFA Gianni Infantino. Se la prima ha certificato la bontà, almeno nelle intenzioni, della road map economica partorita da Kushner, il secondo ha sottolineato l’importanza dello sport e dei Mondiali in Qatar del 2022. Il nuovo stato di Palestina, secondo Infantino, dovrebbe investire parte dei fondi previsti dal ‘piano del secolo’ in strutture sportive ed anche partecipare alla Coppa del Mondo nell’emirato.

L’aspetto politico, dunque, si appiattisce su quello economico: un gioco che agli arabi non piace. Giordania e Libano, tramite le parole di re Abdallah e del premier Saad Hariri, hanno espresso vicinanza incondizionata ai palestinesi di fronte a condizioni ritenute inaccettabili.

Il lato politico del ‘deal of the century’ viene procrastinato – ufficialmente – a dopo le elezioni israeliane. Ma già due mesi fa, in realtà, il quotidiano Israel Hayom aveva pubblicato alcune indiscrezioni sul resto del piano.

Si parla della nascita di un nuovo stato chiamato Nuova Palestina, sulla base di un accordo tripartito che sarà firmato tra Israele, OLP e Hamas. Tale Stato comprenderà Striscia di Gaza e Cisgiordania, insediamenti israeliani esclusi (e qui sta la normalizzazione).

Gerusalemme non sarà divisa tra Israele e il nuovo Stato, ma i palestinesi che la abitano saranno cittadini della neonata entità nazionale. Il controllo municipale resterebbe allo Stato ebraico e le due comunità, in teoria, si impegnerebbero a non acquistare case e suoli degli altri.

La Nuova Palestina, questo pare acclarato, potrà avere solo una forza armata civile (polizia) e non un esercito autonomo. Dopo aver firmato l’accordo, Hamas dovrebbe consegnare tutte le sue armi all’Egitto e i leader del movimento verrebbero pagati dagli Stati arabi mentre verrà creato il nuovo governo. Si prevede la celebrazione di elezioni entro un anno dall’istituzione della Nuova Palestina. Gaza, inoltre, beneficerebbe di un nuovo aeroporto da costruirsi su un terreno messo a disposizione dal Cairo, con divieto per i civili di abitarvi.

Infine, ma non meno importante, Arabia Saudita e altri partner statunitensi – l’accordo vede in Mohammad bin Salman uno dei suoi ispiratori – pagherebbero ingenti somme a Libano e Giordania (e Siria?) affinché concedano ‘forme di cittadinanza’ ai profughi palestinesi, un’ipotesi in evidente contrasto con la risoluzione 194 delle Nazioni Unite per il ritorno dei profughi.

Tanti dunque i punti oscuri su cui non è stata fatta chiarezza durante il seminario di Manama. Un evento, difficile non farci caso, con un convitato di pietra d’eccezione: la Repubblica islamica d’Iran. Teheran, che appoggia gruppi ostili a Israele come il Jihad islamico ed Hezbollah, in questo momento è il vero centro della proiezione geopolitica statunitense nella regione. Oggetto di sanzioni – e nel cuore di un’escalation per il momento solo congelata – l’Iran è stato davvero l’assente eccellente nella capitale del Bahrain.

Forse però qualche spiraglio per future trattative c’è. Come ha scritto l’ex inviato speciale statunitense in Medio Oriente Dennis Ross in un editoriale per Foreign Policy  «Il piano di pace non sarà “l'accordo del secolo”, ma ci sono passi intermedi che funzionari americani e leader arabi potrebbero intraprendere per aiutare a stabilizzare Cisgiordania e Gaza». Sembra averlo preso in parola l’Oman, che ha annunciato l’apertura di un’ambasciata a Ramallah, in Cisgiordania. Noto come Paese particolarmente incline alla diplomazia, l’Oman sembra voler dare un doppio messaggio: da una parte, da buon Paese arabo, conferma il supporto ai palestinesi, ma dall’altra apre alla fase politica del ‘piano del secolo’, perché stabilire una sede diplomatica vuol dire riconoscere che quel dato territorio è uno Stato – o è destinato a diventare tale – e non solamente un surrogato statuale.

Ancora troppo poco, ma qualcosa pare muoversi. La strada della normalizzazione (tatbi῾) rimane però ancora molto, troppo lunga.

 

Immagine: Al centro, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, si reca al South Lawn della Casa Bianca per imbarcarsi su Marine One, Washington, D.C. (4 agosto 2017). Crediti: Michael Candelori / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0