10 marzo 2021

Un programma per curare i mali della SPD

Da molti anni a questa parte scrivere sulle socialdemocrazie europee significa evocarne il fallimento, la mancanza di senso, la crescente distanza dai loro elettorati storici. Non fa eccezione la socialdemocrazia tedesca: andata al governo del Paese nel 1998 insieme ai Verdi, dopo i sedici anni di Kohl, la SPD di Schröder si impegnò dal 2001 in un complesso piano di riforma dello stato sociale, al quale seguirono scioperi, manifestazioni e l’uscita di una piccola parte del partito, guidata da Oskar Lafontaine, che fondò poi la Linke insieme alla PDS (Partei des Demokratischen Sozialismus), il partito erede della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands). Da quel momento la SPD è da sempre ‘in crisi’, accusata dalla Linke di essere ideologicamente ‘neoliberista’, non riuscendo così a costruire maggioranze alternative all’accordo con i conservatori, con i quali ha realizzato ben tre grandi coalizioni. Ed è questo il problema più grande del partito: tanto nel 1969 che nel 1998, con Brandt e Schröder, la SPD era stata per anni lontana dal governo e riusciva a interpretare la richiesta di cambiamento che proveniva da gran parte della popolazione e, in particolare, dalle nuove generazioni. Oggi, logorata da quasi vent’anni di accordi politici conclusi con Angela Merkel e incapace di esprimere personale politico che non sappia pensare il proprio ruolo se non al governo e nell’amministrazione, la socialdemocrazia tedesca è vista come parte dell’establishment, priva di idee innovative e di fantasia.

La scorsa settimana il partito ha presentato il suo programma elettorale, che verrà approvato nei prossimi mesi al congresso. Una premessa è d’obbligo: poco più di un anno fa la socialdemocrazia tedesca virava, secondo molti commentatori, ‘a sinistra’, con l’elezione al vertice di due figure, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, che battevano, al primo turno e al ballottaggio tra gli iscritti, il ministro delle Finanze Olaf Scholz, candidato al vertice del partito insieme a Klara Geywitz. In realtà, la svolta era più apparente che reale: i neopresidenti non avevano il sostegno del gruppo parlamentare, che nel sistema politico tedesco è molto forte e autonomo, e per questo non riuscirono a imporre nessun cambio nella composizione del governo. Vale a dire che Scholz, sconfitto tra gli iscritti, restava ministro e vicecancelliere. Persino il documento programmatico per il confronto con i conservatori si presentava molto annacquato rispetto alle intenzioni originarie. Con la pandemia, però, tutto è cambiato: Scholz è tra i ministri più apprezzati di questa fase, con considerevoli interventi di sostegno all’economia e rivelandosi anche come una voce critica nel governo. Poco meno di un anno fa è stato presentato come il candidato alla Cancelleria del partito: c’è stato qualche mal di pancia tra la sinistra interna ma si tratta di una scelta tutto sommato razionale.

Possono Scholz e il nuovo programma curare il male profondo della SPD, alla quale i sondaggi assegnano per ora meno del 20% dei consensi? Rispetto al 2019, caratterizzato da una estrema dialettica interna, quello presentato in questi giorni rappresenta un punto di equilibrio interessante tra le varie anime del partito e un tentativo di intercettare la questione ‘verde’ senza dimenticare i valori storici della socialdemocrazia. Vale a dire associare la questione della transizione ecologica (obiettivo è avere nel 2050 un’economia interamente neutrale dal punto di vista climatico) a quella sociale e occupazionale: legare, cioè, la prima alla capacità di mantenere elevati livelli di ‘buona’ occupazione (salari elevati e estensione della contrattazione collettiva e dei diritti di codecisione, qui è evidente il tentativo di recuperare un buon rapporto con sindacati, tutto sommato soddisfatti della stagione Merkel). La ‘rivoluzione’ ecologica dovrebbe, quindi, essere condotta tramite le nuove fonti energetiche (idrogeno), la costruzione di nuove abitazioni a impatto zero, un nuovo sistema di trasporto pubblico integrato con il digitale. Per garantire gli ‘investimenti’ che dovrebbero sostituire la cosiddetta politica di austerità, sono previsti anche non meglio specificati interventi di riforma costituzionale: un modo, cioè, per aggirare la politica di pareggio di bilancio a tutti i costi. Prevista anche una maggiore effettività della tassa sui patrimoni senza però, viene specificato, mettere a rischio posti di lavoro; da rimodulare è la tassa di successione e, non poteva mancare, l’introduzione in ambito europeo della tassa sulle transazioni finanziarie. Valide e innovative anche le proposte per la tutela del lavoro autonomo, quelle per un diritto reale alla formazione e alla riqualificazione professionale in ogni fase della vita (diritto oggi spesso negato da decisioni arbitrarie dagli enti preposti) e quelle per la progressiva sostituzione delle attuali forme di sostegno alla povertà (il cosiddetto Hartz IV) con un Bürgergeld, un reddito di cittadinanza.

Interessanti le misure sulla scuola (modello Ganztag, per tutto il giorno) anche se forse qualche parola in più andava spesa sulla riforma complessiva del sistema. Buone quelle sulla sanità: torna, finalmente, l’idea di una Bürgerversicherung, frettolosamente accantonata dopo le elezioni del 2017 e l’accordo di governo con l’Union, una sorta di assicurazione sanitaria universale, non più legata al salario, cosa che crea enormi disparità, ad esempio, per i lavoratori autonomi. Tutte proposte di buon senso e non eccessivamente radicali: Scholz ha ottenuto che la piattaforma del partito ripecchi i suoi convincimenti più riformisti, si presenti certamente come ‘alternativa’ ai conservatori ma anche capace di coniugare giustizia sociale e attenzione al modello tedesco, sebbene anche la sinistra interna possa rivendicare qualche successo.

Forse la cosa più interessante è l’idea di un’Europa ‘sovrana’, alla quale è dedicato quasi un terzo di tutto il documento. Cosa voglia dire sovranità dell’Europa è tutto sommato abbastanza chiaro: si parte dalle idee, per la verità molto diffuse, di un’unione capace di intervenire nelle questioni sanitarie anche con un’industria europea ad hoc e standard europei di protezione sociale. Un’autonomia strategica continentale di cui si parla sempre di più negli ultimi tempi. Importante la decisione del partito sull’esercito europeo e sull’uso dei droni, che nei mesi scorsi aveva di nuovo diviso la socialdemocrazia, per quanto riguarda il loro armamento si fa riferimento alla necessità di definire delle regole internazionali. La scelta di puntare su un’Europa sovrana sembra essere finalizzata, infatti, a chiarire e mettere un punto alla discussione interna. La SPD s’intesta, poi, il successo del recovery plan, a partire evidentemente dalla lettera che Scholz e il ministro degli Esteri Maas pubblicarono su diversi quotidiani europei per lanciare la proposta di un sostegno europeo ai Paesi più colpiti dalla pandemia.

A questo proposito, per quanto interessante, il programma si rivela vago su un punto: come conciliare la sovranità europea con quella nazionale? La strutturazione di un’Europa ‘sovrana’ appare ai socialdemocratici qualcosa di possibile nell’immediato e, soprattutto, di automatico, una volta definita una volontà comune. L’aspettativa, cioè, che l’Europa attenda solo di essere costruita sulla base della sola forza dell’idea. Non si parla di come strutturare una federazione, ma allora qual è l’equilibrio istituzionale su cui dovrebbe essere definita la sovranità continentale? E anche volendo lavorare su alcuni aspetti, magari proprio su quelli economici e industriali, come immaginare una complessa sinergia tra poteri pubblici (europei), aziende private e interessi nazionali? Su questi aspetti il programma tace, rifugiandosi in un certo ottimismo della volontà. È forse l’aspetto meno convincente, che segnala un problema classico delle forze socialdemocratiche, dal XIX secolo ad oggi: coniugare la propensione internazionalista alla necessità di difendere gli interessi nazionali. Per un programma elettorale e per iniziare a recuperare il consenso perduto potrebbe, però, bastare.

 

Immagine: Bandiere sventolando davanti alla Willy-Brandt-Haus (sede del Partito socialdemocratico, SPD), Berlino, Germania (12 gennaio 2020): Crediti: Chris Redan / Shutterstock.com

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