07 luglio 2017

Puntare allo sviluppo investendo sui giovani. Il summit dell’Unione Africana

«Sfruttare il dividendo demografico attraverso investimenti nei giovani».

È il grande tema che l’Unione Africana ha deciso di approfondire nel corso del 2017 e che è stato tra i fondamentali punti di discussione nel corso della ventinovesima sessione ordinaria dell’organizzazione, cominciata il 27 giugno nella capitale dell’Etiopia Addis Abeba e culminata nel vertice dei capi di Stato e di governo del 3 e 4 luglio. Un confronto sul presente, che però inevitabilmente guarda anche in prospettiva, con un doveroso ancoraggio agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e ai contenuti dell’Agenda 2063, nella quale è stato sviluppato un framework strategico per la trasformazione socio-economica del continente africano.

La scelta del tema, sottolineò l’anno scorso la allora presidente della Commissione dell’Unione Africana  Nkosazana Dlamini-Zuma, era da considerarsi quasi naturale: l’Africa aspira a un futuro migliore, in cui tutti siano messi nelle condizioni di esprimere il loro potenziale, ma perché questo possa accadere sono necessari tanto una visione di lungo periodo quanto interventi immediati, che garantiscano pace e sicurezza alle nuove generazioni. E punto di partenza di questa grande scommessa – evidenziò la presidente – non potevano che essere i giovani, in un continente in cui il 60% della popolazione ha un’età pari o inferiore a 24 anni.  

Di qui è partito anche il presidente di turno dell’Unione Africana , il capo dello Stato guineano Alpha Condé, osservando come l’organizzazione abbia preso coscienza dell’importanza del capitale umano e della necessità di garantire una crescita solida alle giovani generazioni, vera risorsa per assicurare al continente un futuro di prosperità nel quadro globale. Ed è questo lo spirito con cui il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kaboré ha lanciato – attraverso un’apposita dichiarazione – la proposta di consacrare il decennio 2018-2027 «alla formazione e all’impiego dei giovani nei campi tecnico, professionale e imprenditoriale», così da indirizzare al meglio gli sforzi e i conseguenti investimenti. Un passaggio nevralgico, perché dalle concrete opportunità che saranno offerte alle nuove generazioni dipenderà il futuro del continente: in assenza di prospettive, infatti, le file di chi abbandona l’Africa per cercare fortuna altrove sono destinate a ingrossarsi, la radicalizzazione si farà ulteriormente spazio e l’estremismo diventerà un fenomeno difficile da controllare.

Per il momento, il presidente del Ciad Idriss Déby Itno ha informato i suoi colleghi delle iniziative intraprese a livello continentale per affrontare la questione, ma tanta strada resta ancora da compiere. Di giovani e futuro si parlerà comunque anche nel summit Unione Europea-Africa in programma nella capitale della Costa d’Avorio Abidjan nel prossimo novembre.

La seconda grande tematica affrontata nel corso dei lavori è stata quella relativa alla complessiva riforma istituzionale dell’organizzazione, di cui a partire dal vertice di Kigali del luglio 2016 è stato chiamato a occuparsi il capo dello Stato del Ruanda Paul Kagame. La riforma – ha rilevato in un’intervista per Jeune Afrique l’attuale presidente della Commissione Moussa Faki Mahamat – rappresenta ormai per l’Unione Africana  una priorità, in particolar modo per quanto concerne l’autonomia finanziaria. A ben guardare, la rilevanza della questione non è soltanto economica, ma pare innanzitutto politica: gran parte del budget dell’organizzazione continua, infatti, a essere coperta da donatori come l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Cina, e per il 2018 il fabbisogno è stato stimato in poco meno di 800 milioni di dollari. Dipendere da partner esterni vincola però sotto il profilo politico, riduce inevitabilmente gli spazi di autonomia decisionale e rende più difficile intraprendere un vero percorso di sviluppo. Tra le proposte avanzate per favorire la progressiva indipendenza economica, c’è quella di trasferire all’Unione Africana  gli introiti derivanti dall’introduzione di un’imposta dello 0,2% sulle importazioni non africane di ciascun Paese, ma trovare un consenso unanime in proposito non è operazione semplice. Sempre a Jeune Afrique, Moussa Faki ha comunque dichiarato che, sul tema del finanziamento dell’organizzazione, 1/3 degli Stati membri si è detto d’accordo in linea di principio, e alcuni hanno già iniziato a modificare la legislazione nazionale per adattarsi ai cambiamenti; altri, invece, hanno chiesto più tempo per adeguarsi. Un certo numero di Stati dubbiosi, tuttavia, non manca.   

Infine, il terzo grande tema, quello della pace e della sicurezza. Il terrorismo continua a rappresentare una minaccia alla stabilità del continente e in questo senso l’Unione Africana  ha salutato con soddisfazione l’adozione – da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – della risoluzione relativa al dispiegamento di una forza congiunta dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) in funzione di antiterrorismo e contrasto della criminalità transfrontaliera. Oltre al Sahel, però, sono tante le realtà del continente che destano preoccupazione: in Libia – Paese a cui è stata dedicata un’apposita riunione di un Comitato di alto livello – la sfida del Governo di accordo nazionale continua a essere piena di ostacoli; il Sud Sudan è drammaticamente segnato dal conflitto civile e dalla crisi umanitaria connessa alla carestia; la crisi politica permane poi in Repubblica democratica del Congo, con il presidente Joseph Kabila che – probabilmente alla ricerca di sostegno – si è ripresentato al summit dell’Unione; senza dimenticare realtà come il Burundi, dove la decisione del presidente Pierre Nkurunziza di presentarsi per un terzo mandato ha scatenato la rivolta, o ancora la Repubblica Centrafricana e la Somalia.

L’ambizioso obiettivo di far tacere le armi nel continente entro il 2020 sarà dunque di difficilissima realizzazione.

 


0