15 novembre 2016

Può la Brexit riaccendere il conflitto in Irlanda?

Grazie all'accordo di pace del 1998, le sole battaglie che gli attuali ventenni di Belfast hanno visto coi propri occhi sono quelle girate sul set nord irlandese di Game of Thrones, ma sono in molti ora a chiedersi se l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea rischi di compromettere il fragile equilibrio che mise fine a un conflitto trentennale, che aveva causato oltre 3500 morti.

A ricordarlo per primo, immediatamente dopo la proclamazione dei risultati del referendum, è stato Martin McGuinness, ex combattente al tempo dei suoi vent'anni, poi divenuto artefice dell'Accordo del Venerdì Santo e attuale vicepremier dell'Irlanda del Nord. La sua richiesta di indire un border poll (plebiscito per l'unione del Nord con la Repubblica d'Irlanda) sarà giunta inaspettata alla maggioranza dei britannici, dato che gli effetti della Brexit sulla situazione irlandese erano stati pressoché ignorati nel dibattito nazionale precedente il voto. Del ruolo fondamentale dell'UE nel processo di pace, invece, erano ben consci gli irlandesi del nord, che hanno votato in netta maggioranza per il remain. Nonostante l'impegno profuso da esponenti politici britannici e irlandesi nello smentire la legittimità della richiesta e nel dichiarare false le ipotesi di ricostituzione di un confine con controlli e filo spinato, ci sono questioni reali irrisolte.

L'accordo del 1998 era sostanzialmente dipendente dal fatto che l'Irlanda potesse essere considerata un'unica realtà, separata in due unità, entrambe all'interno dello stesso confine dell'Unione Europea. Una bizzarra invenzione semantica, che aveva però consentito a nemici giurati di accettare un compromesso sostanzialmente funzionante fino ad oggi. Alla mancanza psicologica di questo contesto inclusivo  si sommano  situazioni anche più concrete, a partire dal   portafogli: d ietro alla crescita che ha trasformato la vita dei cittadini dell'Irlanda del Nord ci sono infatti copiosi finanziamenti dell'Unione Europea a supporto della pace. Inoltre, fuori dall'UE, verrebbe meno l'altro tassello dell'economia, ovvero l'attrattività di una posizione privilegiata a cavallo tra mondo anglofono ed Europa, che l'Irlanda del Nord perderebbe definitivamente in favore della Repubblica d'Irlanda.

Ma è soprattutto la questione del confine a costituire una discriminante. È vero, infatti, che né la Repubblica d'Irlanda, né l'Irlanda del Nord fanno parte dell'area Schengen e che dunque sarebbe possibile mantenere controlli alle frontiere esterne, preservando lo status quo nella Common Travel Area (area di libera circolazione tra EIRE e UK). Ma quei 360 km tra i due paesi diventerebbero comunque l'unico confine di terra tra il Regno Unito e l'Unione Europea. E considerato che alla base delle rivendicazioni pro Brexit c'è proprio lo stop alla libera circolazione all'interno dell'UE, ci si chiede: come sarebbe possibile fermare un cittadino polacco, italiano o portoghese, di diritto in Irlanda, che intendesse passare nel Regno Unito o portarvi le proprie merci, senza l'istituzione di controlli alla frontiera? La ricostruzione di un vero e proprio confine tra i due territori riaprirebbe una ferita soprattutto in quel 25% di cittadini del nord che, nel censimento del 2011, si sono dichiarati soltanto "irlandesi", ma anche in tutti gli altri, che grazie agli accordi di pace vivono, lavorano e si spostano quotidianamente da una parte all'altra.

Esistono altri casi di confini porosi accettati ai suoi margini dall'Unione Europea, ma nessuno con queste caratteristiche: ad esempio la Svizzera e la Norvegia fanno parte dell'area Schengen. Al contrario, tra l'exclave croata di Dubrovnik e la Bosnia le code ai controlli sul confine sono all'ordine del giorno, mentre tra le due parti di Cipro ci sono ancora check-point e militari armati sulle torrette.

In tutto questo, l'unica certezza è che, nel frattempo, le autorità della Repubblica d'Irlanda hanno esaurito i moduli per il passaporto, a causa del boom di richieste dei cittadini del Nord, che ne hanno diritto in base all'accordo di pace.  Soluzioni personali a problemi politici, perché pochi oggi sembrano interessati a far riesplodere il caos. Anzi,   la situazione è talmente mutata rispetto ai decenni scorsi che non solo i sondaggi commissionati dalla BBC mostrano una maggioranza contraria al referendum per l'unione tra le due Irlande. Sono forti i dubbi che, qualora anche fosse concesso, sarebbe la stessa EIRE a dire di no all'accoglienza delle sei contee del Nord, che aveva sempre rivendicato fino all'accordo del 1998: troppe le complicazioni economiche e in termini di sicurezza, per un paese oggi decisamente più interessato a ospitare Google che nuovi “Troubles”.

Ma anche se molti protagonisti della scena politica convengono che per l’Irlanda del Nord "non sia ancora il momento" di scegliere se far parte del Regno Unito o unirsi con l'Irlanda e l'Europa, essi sono altrettanto consapevoli che potrebbe bastare l'azione di una minoranza per far precipitare la situazione. Già a maggio, prima di diventare premier, l'allora ministro dell'Interno Theresa May aveva innalzato il livello di minaccia proveniente dall'Irlanda del Nord da "moderato" a "severo" e si erano moltiplicati gli interventi di sequestro di armi illegali.  In contesti dalla storia così travagliata, c'è sempre il timore che qualcuno attenda soltanto un pretesto per tornare in azione.  Dopo il cessate il fuoco di vent'anni fa, alcuni gruppi paramilitari - sia cattolici che protestanti - si sono convertiti in bande musicali, che uniscono nell'orgoglio patrio vecchi combattenti e giovani che non hanno conosciuto la guerra. Guardandoli marciare con divise e canti nazionalisti nei quartieri abitati dalla comunità avversaria è difficile resistere al domandarsi: quanti di loro non vedrebbero l'ora di posare i tamburi e imbracciare le armi?

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0