5 agosto 2022

Quale futuro per l’Indo-Pacifico? Risposte regionali alla rivalità sino-statunitense

 

Nel 2015, durante un’intervista, il giornalista del Wall Street Journal Jerry Seib chiese a Barack Obama di spiegare alla classe lavoratrice americana perché gli Stati Uniti dovevano aderire alla Trans-Pacific Partnership (TPP), un accordo commerciale a guida americana tra i Paesi dell’Asia-Pacifico. Obama parlò prima di esportazioni, dicendo che l’Asia stava diventando il mercato più grande del mondo, per poi concludere: «Se non scriviamo noi le regole in quella parte di mondo, sarà la Cina a farlo». Dal punto di vista di Washington, infatti, esistono solo tre possibilità per il futuro dell’Asia orientale: l’egemonia americana, l’egemonia cinese, o un ritorno alle logiche della guerra fredda in cui i Paesi della regione sono costretti a schierarsi con una parte o con l’altra. La dichiarazione di Obama riproduce alla perfezione la visione statunitense fondata su un bipolarismo che vede nell’Asia soltanto un terreno di competizione con la Cina. Ma questa non è che l’Asia delle fantasie statunitensi, sacrificata alla miopia della classe politica di Washington, che non solo ignora ogni altro attore del continente, ma anche la sua eterogeneità e i cambiamenti strutturali che lo hanno trasformato a partire dalla crisi finanziaria asiatica del 1997.

 

Il primo di questi cambiamenti è stata la crescente contrapposizione tra l’ambito economico e quello politico-militare. La storia dell’Asia orientale, dalla metà degli anni Novanta ad oggi, può essere raccontata in due modi molto diversi. Dal punto di vista delle relazioni economiche, è una storia di successo, che parla dell’integrazione e della crescita della più grande regione economica del mondo. È una storia di cooperazione tra Paesi che crescono insieme, costruendo, commerciando e investendo. Ma se in economia c’è coesione, le relazioni politiche e militari mostrano i sintomi di una forte frammentazione: nazionalismi, dispute territoriali, competizione militare e corsa agli armamenti. A voler parafrasare Dickens, si potrebbe parlare di una “storia di due Asie”: una regione in cui politica, sicurezza, ideologie e nazionalismi hanno interferito e, in alcuni casi, prevalso su quella che sarebbe stata altrimenti una felice storia di integrazione economica.

 

Questa contrapposizione rappresenta una sfida per gli Stati Uniti. Dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta, Washington è stata garante della pace e forza motrice della crescita economica in Asia orientale. La rete di alleanze americana includeva Giappone, Corea, Australia e Thailandia e ha garantito, oltre alla stabilità, la creazione delle reti di scambio che furono alla base dell’integrazione e della crescita economica nella regione. Per finire, molti Paesi dell’area hanno fatto fortuna con l’esportazione dei propri prodotti verso il mercato statunitense. Se ancora oggi è vero che gli USA sono il principale garante della sicurezza in Asia orientale, è evidente, tuttavia, che stanno perdendo centralità nel sistema economico, non foss’altro perché l’economia americana non è decisiva a livello globale quanto lo era venticinque anni fa. Il fatto che, in quest’area, crescita economica e stabilità politica non vadano più di pari passo acuisce tale divario.

 

La seconda grande trasformazione risiede nella proliferazione di idee, gruppi e coalizioni da cui emergono le istanze del regionalismo panasiatico, ossia la rivendicazione dei Paesi dell’Asia orientale di tornare al centro della politica dell’area. In Occidente si pensa che la Cina sia l’origine di queste rivendicazioni. Iniziative a guida cinese, come l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la Belt and Road Initiative (BRI), il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), sono spesso interpretate come segnali inequivocabili della volontà di Pechino di riorganizzare il sistema regionale in Asia. Chi la pensa così, di solito cita un famoso discorso tenuto da Xi Jinping del 2013 ad Almaty, in Kazakistan, in cui si sottolineava la necessità che il futuro dell’Asia tornasse nelle mani dei suoi abitanti. Ma l’idea che gli asiatici possano (e debbano) plasmare il loro destino, non solo nei fatti, bensì attraverso la stipula di accordi formali, precede Xi Jinping e, a dire il vero, ha origine ben più a est di Pechino.

 

Fu il Giappone, a seguito della crisi finanziaria del ’97, a proporre la creazione di un Fondo monetario asiatico che facesse da contrappeso regionale al Fondo monetario internazionale. Ben prima che Pechino inventasse l’AIIB, Tokyo, il più stretto alleato americano nella regione, cercava di vendere ai suoi vicini idee e progetti con lo scopo di rafforzare la posizione degli Stati dell’Asia orientale a discapito della centralità degli Stati Uniti. La differenza è che il Giappone di allora, come molti altri Paesi dell’area, dipendeva sia economicamente che militarmente dagli americani e Washington aveva l’ultima parola su tutto. Oggi non è più così e le iniziative cinesi trovano fertilizzante nello spirito di autodeterminazione della regione. Tutto ciò si collega al pensiero espresso da Obama nel 2015, ma, a ben guardare, lo smentisce: il futuro dell’ordine regionale in Asia orientale non è affare esclusivo di Cina e Stati Uniti. Se Obama avesse avuto ragione, nel 2017, quando Trump chiuse il cantiere del TPP ritirando la partecipazione americana all’iniziativa, la Cina sarebbe dovuta intervenire a riscrivere in proprio favore le regole del commercio nell’area del Pacifico. Al contrario, furono altri undici Paesi dell’Asia orientale a rendere operativa, in maniera del tutto autonoma, una versione aggiornata del TPP: il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) è oggi una delle più grandi aree di libero scambio del mondo. E né gli Stati Uniti né la Cina ne fanno parte. Esempi come questo rendono la misura della scarsa lungimiranza americana nell’interpretare le dinamiche regionali in Asia orientale. Al di là di Pechino, molti altri attori regionali cercano, e sempre più spesso trovano, margini d’azione per decidere del proprio futuro.

 

Tutto ciò significa che, se vogliono continuare ad essere rilevanti nella regione, gli Stati Uniti devono pensare in maniera diversa, ad esempio attraverso un dialogo costruttivo con altri Paesi che hanno il potere di plasmare l’ecosistema politico in cui Pechino opera. Da quasi un decennio, invece, le amministrazioni americane si limitano a leggere tutto ciò che accade sull’altra sponda del Pacifico attraverso le lenti della propria rivalità con la Cina. Questa lettura non dipende dall’orientamento politico delle amministrazioni statunitensi. Lo spirito racchiuso nell’intervista di Obama a Jerry Seib, infatti, ha già attraversato due presidenze democratiche ed una repubblicana e segnala un’endemica mancanza di immaginazione da parte dei policy-maker americani. Il messaggio è che Washington si preoccupa di curare le relazioni con gli Stati della regione solo nell’ottica della competizione con Pechino: un messaggio che, a lungo andare, si sta rivelando controproducente.

 

* Questo articolo riprende i contenuti della lezione tenuta da Evan A. Feigenbaum (Carnegie Endowment for International Peace) il 5 luglio 2022 presso la 16ª TOChina Summer School, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

 

Immagine: Vista delle navi cargo in entrata in uno dei porti più trafficati del mondo, Singapore. Crediti: anek.soowannaphoom / Shutterstock.com

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