6 luglio 2022

Quale futuro nel rapporto tra Cina e Australia?

L’Australia ha storicamente sofferto di una sorta di ambivalenza formale, essendo un Paese culturalmente occidentale, ma posizionato geograficamente e geopoliticamente ad Oriente. La dimensione asiatica del Paese, così come la consapevolezza di questa e di essere un attore fondamentale nello scenario dell’Asia-Pacifico sono qualcosa di molto recente, non ancora pienamente metabolizzato sia dalla politica che dalle istituzioni. Il paradigma di questa, per certi versi necessaria, proiezione asiatica è stato spesso rappresentato dal rapporto tra Australia e Cina che, nonostante i profondi alti e bassi, rimane ancora oggi di fondamentale importanza per entrambi i Paesi.

Durante il governo di Scott Morrison (2018; 2019-22) i rapporti si sono inequivocabilmente incrinati, per una serie di motivazioni: il fortissimo allineamento all’alleato statunitense, culminato nella partecipazione a meccanismi nati con finalità di contenimento nei confronti della Cina come il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD) e l’accordo AUKUS firmato con Regno Unito e Stati Uniti, così come le costanti critiche e accuse rivolte alla leadership cinese riguardo le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, la richiesta di un’indagine indipendente circa le origini del Covid-19 da parte dell’ex ministra degli Esteri Marise Payne, senza dimenticare il deciso sostegno al boicottaggio diplomatico delle recentissime Olimpiadi invernali di Pechino. Una linea molto dura che ha caratterizzato il quadriennio al governo del Partito liberale e che ha rischiato di mettere a repentaglio la relazione faticosamente costruita con la Cina. Un approccio più conflittuale che accomodante, che mal si presta ad accompagnare le celebrazioni per il cinquantennale dei rapporti tra Canberra e Pechino. Una conflittualità che potrebbe aver giocato un ruolo nel risultato elettorale del 21 maggio scorso, che ha visto il primo ministro uscente Morrison venire sconfitto dal candidato laburista, Anthony Albanese. La sorprendente vittoria di Albanese potrebbe aprire un nuovo capitolo nel rapporto bilaterale e riportarlo sul più saldo binario della diplomazia, della cooperazione e dei condivisi interessi economici globali. Un buon punto di partenza potrebbe essere il rinnovato supporto ai principi del multilateralismo, dato che le basi politiche ed economiche del legame tra Australia e Cina sono fondate sull’adesione a un sistema multilaterale aperto. Le priorità politiche ed economiche di Canberra sono inequivocabilmente nella regione dell’Asia-Pacifico, e il governo Albanese sembra esserne perfettamente consapevole: la sua prima visita ufficiale è stata in Indonesia, a cui hanno fatto seguito i recenti viaggi di Penny Wong, nuova ministra degli Esteri, in Malaysia e Vietnam. Una tendenza che sostanzialmente segue la bilancia commerciale australiana: la Cina è il principale partner commerciale del Paese, con un volume di scambi che ammonta a circa il 31% del totale, mentre se ampliamo il discorso all’Asia-Pacifico si passa a circa il 66%. I partner occidentali fanno segnare cifre nettamente inferiori, con il gruppo G7 che conta per il 27%, mentre il gruppo formato da fondamentali partner economici e strategici come Canada, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Stati Uniti segna solamente il 17%.

Per queste motivazioni, un cambio di passo nei rapporti bilaterali sino-australiani sarebbe più che auspicabile e porterebbe notevoli benefici ad ambo le parti. L’avvicendamento al governo tra liberali e laburisti rappresenta l’occasione ideale per resettare il rapporto e ripartire con rinnovate ambizioni. Innanzitutto, Pechino dovrebbe rivedere le sanzioni, sia formali che informali, poste su diversi beni australiani in risposta alle diverse accuse lanciate dal governo Morrison. Delle sanzioni che hanno sì intaccato le esportazioni australiane, ma che paradossalmente hanno presentato il conto più salato, in termini politici e reputazionali, proprio alla Cina, prestando il fianco ad ancora più aspre critiche. Ovviamente sarebbero auspicabili dei gesti di distensione anche da parte australiana, e in questo senso l’abbassamento generale dei toni e della retorica anticinese e l’incontro a Singapore tra Richard Marles, nuovo ministro della Difesa australiano, e il suo corrispettivo cinese Wei Fenghe potrebbero rappresentare un incoraggiante inizio. Continuare a coinvolgere la Cina nello scacchiere multilaterale assieme agli altri partner regionali, sia a livello economico che a livello politico, potrebbe essere il miglior modo per recuperare il rapporto bilaterale, oltre che rappresentare una sorta di ritorno alle origini nella strategia australiana. Le occasioni di certo non mancano, partendo dal G20 e dai lavori della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo di libero scambio di cui fanno parte i membri dell’ASEAN e Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda, senza dimenticare il dichiarato interesse cinese verso il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), un accordo commerciale nato dalle ceneri del TPP (Trans-Pacific Partnership) dopo il ritiro statunitense deciso dall’amministrazione Trump.

Queste piattaforme rappresentano delle importanti opportunità per un engagement costruttivo, soprattutto in virtù delle preferenze di Pechino verso contesti di questo tipo, all’interno dei quali si possono poi programmare dei più approfonditi meeting bilaterali. Di conseguenza, perseguire interessi e obiettivi condivisi con la Cina, e nel processo coinvolgere quanti più partner regionali possibile, potrebbe diventare il percorso attraverso cui l’Australia riuscirà a rinnovare le fondamenta di un così importante legame. Inoltre, in questo modo Canberra potrebbe raggiungere anche un altro importante obiettivo, ossia assumere la leadership che molti suoi vicini e partner invocano a grande voce, e riproporsi come interlocutore privilegiato e facilitatore nei confronti della Cina.

 

Immagine: Le bandiere di Australia e Cina. Crediti: esfera / Shutterstock.com

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