23 giugno 2022

Quale governo per una Francia divisa?

«Servirà molta immaginazione». Commentando gli esiti delle elezioni legislative, il ministro francese dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire ha mostrato ottima capacità di sintesi e una significativa dose di realismo: dopo la conferma ottenuta nel mese di aprile, Emmanuel Macron è chiamato oggi a confrontarsi con una situazione inedita, che ricorda molto di più la frammentazione dei sistemi parlamentari che il modello semipresidenziale della Quinta Repubblica. Ensemble! – la coalizione presidenziale che fa perno su La République En Marche! (LREM) – conserva il maggior numero di seggi in Assemblea nazionale, ma i 245 scranni conquistati sono lontani non soltanto dai 350 ottenuti nel 2017, ma anche dai 289 indispensabili per controllare la maggioranza assoluta. Ecco dunque che laddove non arriva la ‘matematica parlamentare’ dovrà arrivare l’immaginazione evocata, attraverso la ricerca di accordi e compromessi. Ancora più esplicitamente: «La maggioranza presidenziale si fonda su idee chiare» – ha dichiarato Le Maire – «perciò invito tutti coloro che si riconoscono in queste idee a sostenerla».

Sin dalle fasi immediatamente successive al voto, quando i primi contatti sono stati attivati, è parso tuttavia evidente che le trattative saranno complesse. Édouard Philippe – già primo ministro di Macron, attualmente sindaco di Le Havre e leader di uno dei partiti della coalizione Ensemble!, Horizons – ha sottolineato l’esigenza di ascoltare il messaggio degli elettori, partendo dalla constatazione che nessun raggruppamento dispone di numeri sufficienti per governare in autonomia: in questa prospettiva dunque, l’orizzonte politico diventa quello di una «grande coalizione» tra forze che si sono fronteggiate alle urne e presentate ai cittadini con programmi diversi, ma che condividono l’obiettivo di assicurare al Paese un esecutivo stabile. Pur non escludendo a priori che un terreno comune di confronto possa trovarsi anche con i socialisti e gli ecologisti, Philippe si è rivolto innanzitutto alla destra neogaullista di Les Républicans (LR) e ai suoi 61 deputati, lanciando la proposta di una «discussione franca e diretta» per un compromesso fondato sulla mediazione. Almeno per ora, l’invito si è scontrato con il rifiuto del presidente di LR Christian Jacob, che non solo ha rimarcato come la forza politica – pur avanzando le sue proposte – intenda rimanere all’opposizione, ma ha anche colto l’occasione per criticare apertamente l’ex primo ministro, sia per l’esperienza di governo giudicata «triste» che per una carriera politica definita «l’incarnazione della linea del compromesso»: un chiaro riferimento al passaggio di Philippe da Les Républicains al fronte macroniano, con l’obiettivo – perseguito assieme al presidente – di ‘svuotare’ progressivamente il partito neogaullista.

Per il ministro delegato ai Rapporti con il Parlamento e la Vita democratica Olivier Véran, tutte le opzioni restano ancora sul tavolo: è infatti possibile un semplice allargamento della maggioranza presidenziale, ma tale processo potrebbe anche inserirsi nel solco del superamento della tradizionale dicotomia centrosinistra/centrodestra, o ancora risultare numericamente molto significativo se le forze politiche decidessero di condividere l’obiettivo di riformare insieme il Paese in un momento difficile. Infine, rimane in campo l’ipotesi delle ‘geometrie variabili’, delle maggioranze cangianti progetto per progetto, con aperture tanto a sinistra quanto a destra, mentre sarebbe da escludere qualsiasi accordo con il Rassemblement national (RN) di Marine Le Pen e con La France insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, in quanto forze ritenute antisistemiche. «Né con l’estrema destra, né con l’estrema sinistra» – ha sintetizzato Véran – in nome della conservazione di quei valori «che abbiamo promosso durante la campagna elettorale e che portiamo nel cuore».

«C’è un problema – ha replicato sarcasticamente Le Pen al ministro –: non è lui, ma il popolo a decidere chi viene eletto. Il suo gruppo non dispone più della maggioranza assoluta, pertanto sarà obbligato a tenere conto degli altri deputati». La conquista di 89 seggi all’Assemblea nazionale – rispetto agli 8 delle consultazioni del 2017 – ha galvanizzato la leader del RN, che nelle settimane successive alla sconfitta presidenziale contro Emmanuel Macron aveva preferito defilarsi. Le rilevazioni dei sondaggisti lasciavano presagire un risultato positivo, ma il successo conseguito – ben superiore alle aspettative – segnala un rilevante passaggio politico, che si sostanzia nell’immagine dello «choc democratico» efficacemente proposta ancora una volta da Bruno Le Maire. Uno choc che, ha precisato il ministro, riflette le profonde preoccupazioni dei cittadini francesi; ad esempio sulla perdita di potere d’acquisto e sul rischio di un generale peggioramento delle condizioni di vita, così come sulla sicurezza: su questi temi – ha rimarcato Le Maire – il governo «ha dato le prime risposte», ma occorrerà procedere in futuro in modo più spedito e risoluto.

Le Pen ha assicurato un’opposizione ferma ma responsabile, rispettosa delle istituzioni, manifestando al tempo stesso la sua soddisfazione per aver centrato tre obiettivi: rendere Macron un «presidente di minoranza», perseguire «la ricomposizione politica indispensabile per la rigenerazione democratica» e dare vita a «un gruppo di opposizione determinante contro i ‘decostruttori dall’alto’ – i macronisti – e i ‘decostruttori’ dal basso, l’estrema sinistra antirepubblicana».        

Dall’altra parte, La France insoumise ha sicuramente tratto beneficio dalla costruzione della NUPES (Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale), il fronte elettorale unitario che ha raccolto al suo interno le diverse anime della sinistra, da quella più radicale a quella socialista, da quella comunista a quella ecologista. Dei 135 seggi conquistati dalla coalizione, 72 sono riconducibili alla forza politica di Jean-Luc Mélenchon, che grazie al 22% ottenuto al primo turno delle presidenziali di aprile – mancando il ballottaggio per soli 420.000 voti – si è presentato in campagna elettorale come volto riconoscibile della nuova alleanza, autocandidandosi primo ministro pur essendo prerogativa del capo dello Stato designare tale figura. L’ambizioso obiettivo di vedersi chiamato ad assumere l’incarico – costringendo così Macron a una coabitazione inedita da quando (2000) la durata del mandato presidenziale è stata ridotta da sette a cinque anni – non è oggi evidentemente alla portata del leader di LFI, e la sua proposta di formare in Assemblea un gruppo parlamentare comune della sinistra – articolato in diverse delegazioni come accade al Parlamento europeo – è stata respinta dagli altri partiti dell’alleanza. Ulteriori distinguo sono stati poi palesati sulla presentazione – preannunciata da Éric Coquerel di La France insoumise – di una mozione di sfiducia contro il governo di Élisabeth Borne, con il primo segretario del Partie socialiste Olivier Faure a rimarcare la necessità di condividere tutte le decisioni assunte a nome della coalizione. La vera sfida per la NUPES riguarda dunque l’immediato futuro, e si giocherà sulla capacità di conservare una piattaforma di dialogo e confronto per dare seguito a un progetto unitario. Un’impresa non semplice per una realtà politica che, come ben sottolineato in una sua analisi dal professor Philippe Marlière, sin dall’inizio non ha fatto mistero delle divergenze politiche esistenti al suo interno, anche su temi particolarmente sensibili come quelli della politica estera.

Dopo due giorni di consultazioni con i rappresentanti delle forze parlamentari, nella serata di mercoledì Emmanuel Macron ha parlato al Paese dall’Eliseo, congratulandosi con gli eletti, sottolineando l’alta astensione – pari al 53,8% al secondo turno – e rimarcando come la composizione della nuova Assemblea nazionale rifletta le profonde divisioni che animano la società francese. Esclusa l’ipotesi di un governo di unità nazionale – che non incontra il favore delle forze politiche e che egli stesso ha affermato di ritenere «ingiustificata» – il capo dello Stato ha dunque dichiarato di considerare possibile la formazione di una maggioranza «più ampia e più chiara», riconoscendo che sarà necessario imparare a «governare e legiferare in modo diverso», perché oggi «nessuna forza politica può fare le leggi da sola».

Per il momento, come da prassi dopo il voto, la prima ministra Borne ha presentato le sue dimissioni, ma il presidente le ha rifiutate per assicurare al governo la piena operatività nei prossimi giorni. A livello sistemico però, le elezioni legislative hanno prodotto una rilevante novità, dimostrando come il «barrage républicain», ossia la ‘diga’, la barriera che tendeva – in un sistema a doppio turno – a frenare l’ascesa delle forze antisistemiche, si è sgretolata, e pare reggere soltanto nel voto presidenziale. Nel nuovo scenario, ha osservato il direttore di ricerca dell’istituto di sondaggi IPSOS France Mathieu Gallard, i tre blocchi politici si presentano come sostanzialmente antagonisti, complice anche una polarizzazione che il fronte del presidente ha finito per alimentare: così, da parti contrapposte, si è materializzata un’ostilità al macronismo che ha fatto venir meno l’urgenza di impedire la vittoria del candidato di sinistra o di estrema destra, rompendo così l’argine repubblicano.

Le prossime settimane serviranno a fare chiarezza. Al momento però, per il presidente en marche, il rischio è quello di rimanere bloccati.

 

Immagine: Emmanuel Macron (21 marzo 2022). Crediti: Victor Joly / Shutterstock.com

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