16 giugno 2021

Quale legame tra la Brexit e la variante indiana in UK?

 

Pressato sugli strascichi della Brexit durante le conferenze stampa in occasione del G7 tenutosi la scorsa settimana in Cornovaglia, il primo ministro britannico – colorito come al solito – ha cercato di mettere a tacere la questione dichiarando che quell’argomento ormai fosse stato risolto ed esaurito: «we sucked that lemon dry» è stata la dichiarazione “ufficiale” dell’inquilino del n. 10 di Downing Street.

Come spesso accade con Johnson però, la realtà è un po’ diversa dalla narrazione. L’onda lunga della Brexit è infatti tutto fuorché esaurita. Lo abbiamo visto durante il G7, dominato dalle polemiche sul protocollo sull’Irlanda del Nord, che non solo ha creato tensioni con i capi di Stato e governo europei, ma addirittura con lo stesso Joe Biden, irlandese di origine e dunque interessatissimo al mantenimento della pace sull’isola.

Il governo britannico ritiene il protocollo sull’Irlanda del Nord (e più in generale l’accordo commerciale con l’Unione Europea (UE) siglato dopo la Brexit e recentemente entrato in vigore) più come una traccia per ulteriori trattative che un documento definitivo, mentre l’UE lo giudica un documento legale vincolante ed immediatamente applicabile in tutte le sue parti.

E i nodi stanno arrivando al pettine con il termine del cosiddetto grace period, un periodo di transizione prima dell’entrata in vigore del protocollo e dunque dei controlli doganali tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito.

Ma, senza eccedere in dietrologia, si può dire che l’onda lunga della Brexit è più o meno direttamente responsabile anche dell’insorgere della variante Delta (anche conosciuta come variante indiana) nel Regno Unito, arrivo che ha causato un aumento esponenziale delle nuove infezioni al punto di costringere Johnson a rinviare di un mese (dal 21 giugno al 19 luglio) le riaperture definitive in tutto il Paese.

Bisogna infatti tornare ai primi giorni di aprile, quando in India infuriava una feroce ondata di infezioni che stava mettendo il colosso asiatico in ginocchio, con un livello di contagi giornalieri cinquanta volte più alto rispetto a quello del Regno Unito. Eppure fino al 19 aprile il governo non decise di inserire l’India nella lista rossa, quella con le più severe restrizioni circa i viaggi da e verso un Paese straniero. Perché, nonostante gli esperti lo chiedessero a gran voce, Downing Street è stata così lenta nel prevedere misure restrittive per i viaggiatori in arrivo dall’India?

Non è difficile pensare che il ritardo sia stato dovuto alla volontà di non fare uno sgarbo istituzionale al colosso commerciale con il quale il governo di Sua Maestà stava siglando un importante trattato commerciale, il primo grande accordo commerciale nell’era post-Brexit. Un accordo talmente importante che ancora all’alba del 17 aprile, nonostante la situazione drammatica in India, Johnson assicurava che il suo viaggio diplomatico (il suo primo da primo ministro) a Mumbai si sarebbe svolto regolarmente.

Non è infatti sicuramente un caso che il 19 aprile arrivino in contemporanea la decisione di annullare il viaggio in India e quella di inserirla nella red list, quella che prevede per i viaggiatori in arrivo un periodo di quarantena da svolgersi in strutture predisposte dallo Stato britannico.

Una decisione però tardiva: attraverso le decine di voli diretti provenienti dall’India la variante dominante in quel Paese, divenuta poi nota come variante Delta, era ormai arrivata generando focolai importanti nel Regno Unito, diffondendosi in maniera esponenziale e causando un aumento consistente delle nuove infezioni.

L’accordo commerciale tra UK e India è stato poi finalizzato attraverso un incontro da remoto, ma a quale costo?

Fortunatamente per Downing Street (e in generale per tutti noi) il vaccino sembra essere efficace anche sulla variante Delta, permettendo – per citare lo stesso Johnson – di indebolire il legame tra infezioni e ospedalizzazioni. Un legame che, ha aggiunto sempre il premier, non è ancora del tutto reciso, soprattutto perché larghe parti della popolazione non hanno ad oggi ricevuto la seconda dose del vaccino.

Da qui la decisione di rallentare di un mese il piano di riaperture in modo di dare tempo all’NHS (National Health Service) di raggiungere almeno due terzi della popolazione con una copertura vaccinale completa.

L’estrema attenzione di Johnson alla diffusione del vaccino è comprensibile: se in qualche modo il primo ministro è sopravvissuto politicamente a due drammatiche ondate di infezioni e morti da Coronavirus, difficilmente sopravvivrebbe ad una terza causata (un sospetto più che fondato come abbiamo rilevato) da una diretta scelta politica del governo.

 

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Immagine: Boris Johnson, Londra, Regno Unito (20 maggio 2021). Crediti: Ilyas Tayfun Salci / Shutterstock.com

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