20 novembre 2020

Questioni e figure chiave del programma economico di Biden

 

«Forse la lezione più importante delle elezioni del 2016 è che l’agenda deve essere ambiziosa. In passato i democratici hanno saputo indicare agli americani obiettivi alti. Più di recente, il partito ne ha scelti di più contenuti. È tempo che la prossima generazione di candidati democratici si coalizzi attorno a un rinnovato senso di missione nazionale: la rinascita della middle class. Sta succedendo qualcosa di profondo nella politica americana in questo momento. Una marea si sta muovendo. Il centro di gravità si sta spostando. I democratici hanno la rara opportunità di fissare obiettivi audaci e di raggiungerli. Offrendo nuove idee basate su principi già testati e recuperando l’ambizioso stile di governo che definiva il nostro partito e la nostra politica, e mettendolo al lavoro per affrontare le sfide del nostro tempo, potremo ottenere la crescita e l’equità, l’innovazione e l’uguaglianza. Momenti come questo non capitano spesso nella storia. I democratici devono cogliere questo momento».

 

La lunga citazione, l’appello per un nuovo e contemporaneo rooseveltismo che avete letto non viene dal manifesto di Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, ma da un breve saggio pubblicato nel 2018 su Democracy Journal da Jake Sullivan, uno dei collaboratori più stretti e ascoltati di Joe Biden. Sullivan non è un radicale, è giovane ma è un veterano della politica di Washington: era consigliere per la sicurezza nazionale di Biden quando questi era vicepresidente, ha svolto un ruolo importante nei negoziati sul nucleare iraniano ed ha lavorato per la campagna di Hillary Clinton – si dice che insistesse perché l’ex senatrice battesse più e meglio quel Midwest che le costò le elezioni.

 

Leggere quel testo aiuta a capire l’insistenza di Joe Biden su alcuni temi quali l’innalzamento del salario minimo, le infrastrutture “verdi”, l’importanza dell’istruzione primaria, il ruolo dei sindacati. “I’m a Union guy”, sono un tipo da sindacati, ha detto il presidente eletto nel suo primo discorso politico dopo il voto.

L’articolo di Sullivan è interessante proprio perché viene da una figura cresciuta politicamente in un contesto diverso dalla ricetta che offre oggi. Le idee di fondo sono due: ci sono sfide urgenti a cui occorre rispondere per restituire slancio alla società americana e renderla più inclusiva raccogliendo assieme le domande delle minoranze e quelle degli operai bianchi del Midwest che si sentono lasciati indietro. Questa visione implica un lavoro assieme alle imprese e ai sindacati, un lavoro che il presidente eletto ha avviato con un primo incontro simbolico con manager di grandi gruppi e diverse sigle sindacali offrendo un’idea di medio periodo e non limitando il ruolo del pubblico a sconti fiscali e trasferimenti monetari.

Dal punto di vista politico l’approccio di Biden è quello “nazionale” e non antagonista alla Sanders e Ocasio: promuovere politiche che dagli anni Ottanta in poi sono considerate tabù coinvolgendo anche le imprese, non contro di esse. Ma mettendo in chiaro che il coinvolgimento passa per uno scambio, che un aiuto agli investimenti o una strategia di commercio internazionale che favoriscano il ‘made in USA’ non sono gratis. Relativamente facile a dirsi, difficile a farsi in un contesto nel quale i repubblicani governano in molti Stati e (forse) controllano il Senato. La crisi economica da Coronavirus potrebbe aiutare in questo senso e l’idea di fondo della  quale il presidente eletto sembra convinto è che gli Stati Uniti possano uscire da questa forbice investendo sulla transizione ecologica dell’economia (infrastrutture, trasporto, edilizia, auto elettrica). Tra l’altro come principale candidata al posto di segretario al Tesoro c’è Lael Brainard, considerata superqualificata per il ruolo, che recentemente ha messo al centro del suo lavoro alla Federal Reserve il tema ambientale. Brainard non è particolarmente gradita all’ala sinistra del partito, che pure riconosce la presa di distanze dalle figure più ingombranti e gradite a Wall Street della politica economica democratica degli anni Novanta (Rubin, Summers e lo stesso segretario al Tesoro di Obama Geithner).

 

Il mainstream degli economisti di area democratica negli Stati Uniti non è più la cosiddetta “Rubinomics” (da Robert Rubin, segretario al Tesoro di Bill Clinton), che sintetizzato e tradotto volgarmente è l’ossessione per tenere la spesa sotto controllo per determinare un calo dei tassi di interesse e, conseguentemente, favorire gli investimenti e con essi la crescita. Persino figure molto legate agli anni Novanta come Larry Summers hanno cambiato idea, o meglio, hanno adattato le loro idee al contesto contemporaneo. La novità però è che tra i consiglieri di Biden Summers non ci sarà e ci sono invece figure che in anni recenti si sono trovate in minoranza nelle commissioni di economisti che consigliavano il presidente Obama. Oppure dei nuovi alla politica. Jared Bernstein, ad esempio uscì (senza clamore) dal Council of economic advisers della Casa Bianca perché le sue idee sulla necessità di rendere lo stimolo economico di Obama più ampio e coraggioso e di immaginare di creare lavoro pubblico nelle città in funzione anticrisi come negli anni della Work Progress Administration di Roosevelt vennero scartate. La creazione di lavoro buono e pagato bene è la questione per Bernstein, così come una redistribuzione dei benefici della globalizzazione. In un’intervista del 2017 mi disse: «Sarebbe importante redistribuire i benefici della globalizzazione facendo in modo che nessuno manipoli la propria moneta per competere e che di conseguenza il settore manifatturiero possa competere in maniera equa (sta parlando della Cina, ndr) e serve più formazione dei lavoratori e dei giovani nelle aree industriali in declino e un welfare più efficace e persino lavoro pubblico sussidiato in alcuni casi in maniera da consentire alle persone di trovare lavori dignitosi».

 

L’accento e l’interesse per le questioni legate alla scuola e ai servizi all’infanzia e alla persona viene invece da Heather Boushey, presidente del Washington Center for Equitable Growth, il cui lavoro si concentra sulle diseguaglianze e su come queste danneggino la crescita. Per ridurle, sostiene in pillole Boushey, occorre investire sulla prima infanzia, allargare la sfera del lavoro di cura e pagarlo adeguatamente per ridurre le diseguaglianze nel lungo periodo e non avere paura del deficit, non in tempi di crisi: «C’era bisogno di più spesa pubblica prima che qualcuno di noi sentisse parlare del Coronavirus: per affrontare la disuguaglianza economica pervasiva, per investire in capitale umano, fisico e intellettuale. Questa necessità sarà ancora maggiore con il virus» scriveva su Twitter qualche giorno dopo il voto.

 

La figura chiave per capire la Bidenomics è forse Ben Harris, già al suo fianco nella seconda amministrazione Obama. Harris è la figura che fa la sintesi e traduce le idee in politiche dopo aver guardato ai numeri e ragionato su come venderle. Durante la campagna elettorale Harris è stato il collettore delle proposte provenienti da un’ampia platea di consiglieri economici in un lavoro tenuto il più segreto possibile – gli esperti di Biden non hanno parlato granché con i media. Harris è meno prestigioso come economista, ma è esperto di tasse e bilanci, ovvero della parte essenziale per capire dove e come trovare i soldi per implementare politiche che costano senza spaventare troppo il mondo del business – una differenza netta con l’ala più radicale del Partito democratico, che con Sanders e Warren durante le primarie proponeva tasse molto alte sulla ricchezza.

 

Nel 2009 Biden guidò la task force per la middle class e condusse l’attuazione del Recovery plan, il pacchetto di investimenti pubblici voluti da Obama, un pacchetto che tutti riconoscono aver salvato l’economia USA sebbene fosse probabilmente troppo piccolo e non abbastanza coraggioso. Dicono i suoi biografi che quell’esperienza, il confrontarsi con la durezza della crisi e dei suoi effetti sulla middle class lavoratrice, modificò in parte le idee economiche dell’allora vicepresidente. Per queste ragioni e per fare i conti con un partito ed un elettorato alla sua sinistra, un centrista come Biden si è presentato agli elettori con la piattaforma più progressista che i democratici abbiano proposto in diversi decenni. Nell’accademia e nel dibattito economico sembra essere cresciuta la consapevolezza che le diseguaglianze – e quindi il potere economico fortemente asimmetrico – si traducano in potere politico, nella capacità di determinare l’agenda delle amministrazioni e del Congresso. Ad esempio, più ricchi con più potere politico chiederanno meno tasse e un welfare fatto di bonus fiscali.

 

Le crisi, il Coronavirus e il confronto con le difficoltà di un elettorato bianco in declino economico e con minoranze che devono ancora raggiungere una stabilità hanno contribuito a determinare il programma di Biden, assieme al lavoro degli esperti che abbiamo raccontato qui. Se e come un’agenda ambiziosa avrà modo di essere tradotta in provvedimenti di legge dipende dalla piega che prenderà il Partito repubblicano e, anche e molto, dall’esito delle elezioni per il Senato in Georgia.

 

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Immagine: Joe Biden  (16 febbraio 2020). Crediti: Nuno21 / Shutterstock.com

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