9 febbraio 2021

Le ragioni della rinnovata popolarità di Johnson

Analizzando i dati drammatici dell’andamento della pandemia nel Regno Unito ci si aspetterebbe una leadership in ginocchio e un governo fortemente contestato dall’opinione pubblica.

Le cifre sono infatti impietose: al 7 febbraio le morti accertate per Covid-19 sono 112.465 e di fatto sia in termini di contagio che di decessi il Regno Unito è entrato nella seconda ondata a inizio ottobre senza mai uscirne e anzi subendo a fine dicembre un’impennata drammatica che ha messo in ginocchio l’NHS (National Health Service). Dalla fine di dicembre Johnson ha istituito un lockdown che durerà almeno sino alla fine di febbraio con le scuole che, il governo spera, non riapriranno prima dell’8 marzo, con i contagi che stanno scendendo insieme ai decessi, ma che sono ancora vicini a quelli dei picchi più alti della prima ondata. Anche in termini economici il Regno Unito è il fanalino di coda dei grandi Paesi occidentali, con una perdita di PIL di oltre l’11% nel 2020 e una contrazione economica che non si registrava da trecento anni.

 

Il governo di Sua Maestà sembra dunque arrivato in ritardo o in maniera inefficace in quasi ogni passaggio della gestione della pandemia, eppure da tutti i sondaggi il Partito conservatore è dato saldamente in testa rispetto al Partito laburista che non solo rimane quasi sempre distante quattro o cinque punti dai Tories, ma che non accenna a nessun recupero nel prossimo futuro. Al punto che i laburisti hanno già iniziato a mandare messaggi allarmati in vista delle elezioni locali, previste per il prossimo maggio dopo il rinvio dello scorso anno, dove il partito di Starmer (anche nel tentativo di controllare lo spin mediatico) si aspetta che il governo registri addirittura un effetto “rimbalzo” nelle urne. Come è possibile che Johnson sia tornato così popolare nonostante gli scandali che si sono susseguiti in questi mesi e le decine di migliaia di morti?

 

Al centro della tenuta del consenso di Johnson c’è certamente quello che al momento sembra il clamoroso successo della campagna vaccinale: il Regno Unito ha infatti potuto cominciare prima dell’Europa a distribuire il vaccino Pfizer e, soprattutto, quello AstraZeneca, realizzato dall’Università di Oxford. Al momento sono oltre 12 milioni i cittadini britannici che hanno ricevuto la prima dose di vaccino, grazie anche ad un accordo con AstraZeneca che ha consegnato regolarmente nel Regno Unito, scatenando le ire dell’Unione Europea (UE) che invece ha visto fermare le consegne da parte della casa farmaceutica che ha sviluppato la formula di concerto con Oxford.

E qui c’è probabilmente un altro dei motivi della popolarità di Johnson: proprio in polemica sulla distribuzione dei vaccini AstraZeneca, l’Unione Europea ha minacciato di bloccare le esportazioni di dosi dei vaccini nell’Irlanda del Nord chiedendo l’applicazione dell’art. 16 del Protocollo firmato in occasione della Brexit. Dal punto di vista di Bruxelles c’era il rischio che l’Irlanda del Nord venisse usata come “porta di servizio” per importare nel Regno Unito dosi provenienti dall’Unione Europea. Il solo paventare un’azione del genere da parte dell’Unione ha ingenerato una pesantissima reazione da parte dell’opinione pubblica britannica e irlandese. In poche ore è avvenuto l’impensabile: dichiarazioni di condanna all’UE sono arrivate ovviamente dal governo britannico, ma anche da quello irlandese e, addirittura, dall’arcivescovo di Canterbury che ha definito la scelta dell’Unione un attacco alle proprie «basi etiche». In un momento a suo modo storico l’Unione è addirittura riuscita a mettere d’accordo tutto l’arco costituzionale nordirlandese, con – cosa più unica che rara – tutti i partiti, dallo Sinn Fein agli unionisti, unanimi nel condannare la mossa di Bruxelles. La Commissione europea ha in fretta fatto marcia indietro sull’art. 16, consegnando a Johnson una vittoria clamorosa, quantomeno di fronte alla propria opinione pubblica.

 

Non è però tutto oro quello che luccica, ci sono infatti alcuni elementi che spingono a porsi qualche domanda sul futuro prossimo del Regno Unito. In primis c’è il tema dell’entrata in vigore della Brexit: i primi dati circa le esportazioni verso l’Unione sono per Londra preoccupanti, con una diminuzione del 68% nel mese di gennaio 2021 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Certo i dati sono influenzati dalla pandemia, ma questo non basta per evitare che le aziende britanniche si allarmino circa gli effetti nel breve e medio periodo. Anche la campagna vaccinale presenta dei punti interrogativi. Sebbene il numero di vaccini distribuiti per la prima dose sia impressionante, solo 550.000 britannici hanno ricevuto la dose di richiamo. Questo perché il governo ha deciso di puntare sulla distribuzione della prima dose e ritardare il richiamo fino a 12 settimane nonostante non ci siano dati certi sull’effettiva efficacia di questo metodo. L’Università di Oxford ha pubblicato un primo studio che parrebbe corroborare la strategia del governo britannico, ma – per ora – non sono dati definitivi. Al momento l’unico elemento certo è che la sperimentazione non è stata effettuata per una somministrazione delle dosi così distanti l’una dall’altra. Inoltre, a questo si aggiunge il fatto che, come è noto, l’EMA ha sconsigliato l’utilizzo del vaccino AstraZeneca nella popolazione over 55, mentre nel Regno Unito il vaccino è stato distribuito a tutte le fasce d’età a partire proprio dai più anziani. Occorre dunque attendere per capire se “l’azzardo” di Johnson e dei suoi consulenti pagherà.

Se così dovesse essere certamente il Regno Unito sarà uno dei primi Paesi ad uscire dall’emergenza sanitaria in virtù dei numeri straordinari che si stanno facendo segnare in queste settimane in termini di vaccini e questo non potrà che soffiare ulteriore vento nelle vele del primo ministro, che solo prima di Natale sembrava destinato ad un inesorabile calo di popolarità.

 

Immagine: Boris Johnson poco prima di volare a Bruxelles per i colloqui commerciali sulla Brexit, Londra, Regno Unito (9 dicembre 2020). Crediti: Ilyas Tayfun Salci / Shutterstock.com

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