20 maggio 2021

Il Regno Unito tra aperture e timori per la variante indiana

 

Per commentare la situazione del Regno Unito forse è utile partire dai numeri. Per comodità prendiamo la giornata di martedì 18 maggio, considerando che il trend è stato costante nelle ultime settimane: i decessi attribuiti al Covid-19 sono stati 7, i nuovi pazienti ricoverati in ospedale 116 e le persone risultate positive ad un tampone 2.412. Al momento il dato più strabiliante è quello dei tamponi effettuati: in UK infatti si viaggia ad una costante di circa un milione di tamponi al giorno. Test che vengono spesso spediti gratuitamente a casa dal governo, che infatti invita la popolazione, se necessario, ad effettuare anche due tamponi alla settimana.

A questo si aggiungono i numeri dell’imponente piano vaccinale, che ha raggiunto il 70% della popolazione con almeno la prima dose e il 40% con un ciclo vaccinale completo.

Questi numeri spiegano come mai il 17 maggio Boris Johnson abbia dato il via libera alla “fase 3” delle riaperture con un ritorno alla quasi normalità per quanto riguarda ristoranti e pub che possono effettuare servizio anche al chiuso, la riapertura di hotel, B&B e altre strutture ricettive, così come di palestre, cinema, teatri o piscine.

Rimangono restrizioni per i viaggi all’estero con la suddivisione tra Paesi inseriti in tre liste: green, amber o red. Al rientro dai Paesi nella lista green è sufficiente effettuare un tampone entro il secondo giorno dall’arrivo. Per il rientro da un Paese inserito nella amber list (in cui si trova l’Italia al momento) è necessario effettuare preventivamente un tampone e prenotare due tamponi da ricevere in Inghilterra al secondo e all’ottavo giorno dopo il rientro, ma, soprattutto, effettuare dieci giorni di autoisolamento a casa o nel luogo scelto per la propria permanenza.

Ben più complesso (e oneroso) il rientro da un Paese inserito nella red list, che prevede infatti la permanenza in un “quarantine hotel” da scegliere e prenotare tra quelli indicati dal governo britannico che, in questo modo, si garantisce uno stretto controllo su chi arrivi da Paesi considerati a forte rischio.

 

Tale lista è in queste ore fonte di polemica nei confronti del governo che, secondo le accuse dell’opposizione, avrebbe ritardato sino al 23 aprile prima di inserire l’India nella red list, dando così il tempo alla cosiddetta variante indiana di arrivare nel Regno Unito.

Certamente la variante indiana sta suscitando molta preoccupazione, in particolare nelle città di Bolton e Blackburn, dove si sono sviluppati due importanti focolai. La variante indiana pare infatti ancora più trasmissibile di quella inglese (già di per sé molto più pericolosa del virus “originale”) e ha indotto il governo ad accelerare il piano vaccinale per gli over 50 e i pazienti vulnerabili che riceveranno la seconda dose di vaccino dopo 8 settimane anziché dopo le 12 previste normalmente nel Regno Unito sia per il vaccino Pfizer/BioNTech che per AstraZeneca.

Tuttavia, al momento, pare che non vi siano preoccupazioni circa l’efficacia del vaccino anche sulla variante indiana, sebbene la diffusione di questa nuova minaccia sia bastata per indurre Boris Johnson a mettere le mani avanti annunciando pubblicamente che se la diffusione di questa variante dovesse continuare in maniera pericolosa si potrebbero rendere necessarie nuove restrizioni in zone specifiche del Paese o ‒ anche se per ora pare una possibilità remota ‒ una frenata circa la prossima (e ultima) fase di riaperture che dovrebbe avvenire il 21 giugno prossimo.

 

Il primo ministro pare in ogni caso al momento veleggiare in acque tranquille dopo un aprile piuttosto turbolento a causa di scandali che hanno coinvolto sia la sua persona che il Partito conservatore in senso lato, scandali che però non hanno impedito ai Tories di ottenere una importante vittoria alla tornata elettorale del 6 maggio scorso, in cui – se si escludono le vittorie nelle grandi città come Londra, Manchester e Liverpool – i laburisti hanno fatto registrare pesanti sconfitte a partire da quella più evocativa della suppletiva del collegio di Westminster di Hartlepool dove, cosa davvero eccezionale, il partito di governo ha strappato all’opposizione un seggio. Keir Starmer, leader laburista, ha reagito alla sconfitta in maniera forse più dura di quanto fosse ragionevole aspettarsi: avviando un “rimpasto” del governo ombra che ha suscitato forti polemiche all’interno del Labour perché ha visto una ulteriore marginalizzazione della sinistra interna in favore di una maggiore prominenza dell’ala più centrista (blairiana) del partito.

Se dunque fino a qualche mese fa la posizione di Johnson poteva sembrare estremamente precaria, il turno elettorale ha contribuito a stabilizzare il quadro politico, quantomeno per quanto riguarda Westminster e in generale l’Inghilterra. Un altro paio di maniche invece è la situazione scozzese, dove l’SNP (Scottish National Party) ha sfiorato la maggioranza assoluta nel Parlamento di Holyrood in cui, grazie ad un incremento dei parlamentari eletti dai Verdi, la maggioranza indipendentista è ora più solida di prima. Questo ha portato la first minister Nicola Sturgeon ad annunciare la richiesta, nel prossimo futuro, di un nuovo referendum per l’indipendenza scozzese che Johnson non è obbligato a concedere, ma che ugualmente verrà chiesto a gran voce e che sicuramente ci darà materiale su cui continuare a discutere nei prossimi mesi e forse anni.

 

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Immagine: Studenti di una scuola secondaria tornano a casa nel secondo giorno di riapertura dopo il blocco per il Covid-19, Londra, Regno Unito (9 marzo 2021). Crediti: Yau Ming Low / Shutterstock.com

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