19 settembre 2016

Regole di sopravvivenza

Quasi un sussulto di vita in Europa. Un istinto di sopravvivenza contro un’eutanasia, politica, dolorosa e nemmeno troppo lenta. L’eutanasia quasi inconsapevole di un intero continente che aspirava a vivere in pace attraverso un grande esperimento democratico tra popoli e tra Stati e che invece sembrava impiccarsi alle proprie regole dettate più dall’esigenza di reciproco controllo che di reciproca condivisione, soprattutto nel momento delle avversità.

E avversità maggiore della crisi economica e sociale in cui l’Europa si dibatte, e di cui poco dibatte, stupendosi poi delle conseguenze anche politiche, Brexit da ultimo, è difficile immaginarla, soprattutto se assume sempre più i contorni di una crisi di futuro.  

Sospendendo di fatto le proprie regole fiscali, l’Europa si è data forse un’opportunità. Un primo atto di coraggio – quel coraggio che solo la paura vera sa generare – contro il rischio di dissoluzione non solo dell’euro, ma di quell’unione di intenti politici che è il fondamento dell’Europa del dopoguerra.

La Commissione europea infatti, il 27 luglio scorso, ha proposto di non sanzionare Spagna e Portogallo per non aver adottato azioni incisive di riduzione del proprio deficit “eccessivo” di bilancio, cioè superiore al rapporto del 3% rispetto al PIL stabilito a Maastricht e sancito nel Patto di Stabilità e Crescita.

La proposta, che tra l’altro allunga il periodo utile per rientrare al di sotto della soglia del 3% al 2018 per la Spagna e al 2016 per il Portogallo, potrebbe evitare ai due paesi una multa dello 0,2% del proprio PIL, se il Consiglio deciderà in modo analogo.

Non è la prima volta che le regole di Maastricht vengono sospese con una valutazione politica, avvenne già con Germania e Francia nel 2003. È interessante che il regime delle “multe”, introdotto proprio dopo tale evento per rafforzare l’incentivo di ciascun paese a perseguire la disciplina del bilancio pubblico, venga di fatto anch’esso sospeso alla sua prima effettiva applicazione e che questo avvenga stavolta per i paesi del Sud Europa.

A contare per questa decisione, secondo il Commissario agli affari economici e monetari Pierre Moscovici, oltre agli sforzi fatti dai due paesi in termini di «riforme strutturali importanti», è stata la valutazione che «i popoli dubitano, e bisogna fare attenzione al modo in cui le regole sono applicate», evitando approcci punitivi.

È l’ennesimo tentativo di fare un’applicazione intelligente di un patto tra i paesi della zona euro considerato da tempo stupido, che si è cercato di correggere attraverso un lungo percorso di progressivi aggiornamenti, modifiche, “six pack” e “two pack”, fatto di meccanismi di monitoraggio, obiettivi di medio termine, regole più stringenti – culminate con l’adozione del fiscal compact – e prove di flessibilizzazione, per arrivare alla sua quasi sospensione, in una sorta di gigantesco gioco dell’oca per le istituzioni europee, gli Stati membri e soprattutto per i cittadini europei.

Il risultato è un sistema di regole fondato su due pilastri di dubbia logica economica, come evidenziato da Luigi Pasinetti fin dall’origine e dalla cronaca recente, estremamente complesso anche secondo recenti studi in seno al Fondo Monetario Internazionale, con difficoltà tecniche degli stessi Stati ad esempio per tener conto nel medio termine dei disavanzi (o avanzi) strutturali – cioè che tengono conto del ciclo economico e delle misure una tantum –, che fa sponda con l’introduzione del pareggio di bilancio nelle costituzioni nazionali, ampiamente criticato di la dall’Atlantico da esponenti di rilievo della teoria economia contemporanea in relazione all’esperienza americana.

Un insieme di regole che per di più, per dare una nota ironica, presenta procedure di applicazione dai nomi sinistri, braccio preventivo e braccio correttivo, degni di istituti penitenziari piuttosto che di una architettura istituzionale che dovrebbe consentire al contempo crescita e stabilità.

Ben venga quindi l’assunzione politica di responsabilità da parte della Commissione e dei membri del Consiglio, soprattutto in una delle fasi più difficili della costruzione europea, nell’interpretazione e nella gestione del proprio sistema istituzionale. L’auspicio è che aumenti sempre di più l’ambito della condivisione della responsabilità della politica economica europea e delle sorti delle economie dei singoli Stati nazionali che la compongono, senza che questo si traduca necessariamente in nuove ulteriori regole, ma in istituzioni e scelte politiche in grado di tracciare una nuova rotta per il futuro dell’Unione europea.

Regole di convivenza e di reciproca disciplina sono ovviamente necessarie, ma dovrebbero quantomeno essere intellegibili ai cittadini che sono chiamati a fare sforzi significativi per il loro rispetto e dovrebbero individuare percorsi ambiziosi e sostenibili verso la crescita, e quindi verso la riduzione del rapporto debito/PIL agendo in particolare sull’aumento del denominatore, che invece langue in grande parte dell’Europa.

Bisogna però sfatare i miti e i mantra del recente passato, a partire dall’idea di un’unione che azzeri le diversità e si traduca esclusivamente in una ulteriore cessione di sovranità da parte dei paesi europei soprattutto nell’ambito della politica fiscale. È la creazione di una nuova sovranità che va sviluppata, una sovranità addizionale di rango europeo che aggiunga strumenti di sviluppo e di tutela che diano sostanza alla cittadinanza europea, senza però eliminare la ricchezza delle varietà economiche, sociali e culturali che costituiscono i fondamenti della nostra Unione.

Per farlo è necessario raccogliere l’«accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate» che Papa Francesco rintraccia nei progetti dei Padri fondatori dell’Unione europea, invitandoci a nostra volta ad accettare «con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa».*

 

* Le opinioni espresse sono attribuibili esclusivamente all'autore e non alle istituzioni di riferimento.

 


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