08 novembre 2016

Rio 2016, il Brasile ha già vinto

Si accendono i riflettori sul Brasile, sulle sue Olimpiadi, su un appuntamento importantissimo per il Paese e per tutto il Sudamerica. Fortemente volute dall’ex presidente Lula nel 2009 e poi da Dilma Rousseff  come sfida per mostrare al mondo che il Brasile era ormai diventato a pieno titolo un Paese all’altezza di questo appuntamento, oltre che per offrire un’altra occasione di sviluppo e investimenti (oltre 12 miliardi di dollari), le  Olimpiadi di Rio, le prime che si svolgono in Sudamerica, sono oggi un’occasione unica di visibilità internazionale per un Paese che rappresenta ormai la settima economia del mondo, che siede nel G20 e guida importantissimi organismi internazionali come il WTO o la FAO.

Ma il Brasile che in questi giorni visiteranno centinaia di migliaia di turisti e atleti non è più il Brasile di pochi anni fa, di quando Lula si gettò nella corsa per il Comitato Olimpico. All’epoca utilizzò tutto il suo peso diplomatico e la credibilità internazionale rapidamente messa insieme dai suoi governi e da quelli del suo predecessore, Fernando Henrique Cardoso (oggi tra suoi più acerrimi rivali), per affermare la nuova influenza regionale del Paese. L’economia del Brasile faceva sognare tutti gli investitori del mondo, con un tasso di crescita record, al 7,5% nel 2010, con 40 milioni di persone uscite dalla povertà, con l’eliminazione della disoccupazione, con la fornitura di importanti servizi, come l’assistenza medica, su tutto il territorio nazionale.

Negli anni a seguire sono arrivati i primi segnali di affaticamento, che durante i mandati di Rousseff, coerentemente con la congiuntura internazionale in pesante recessione, si sono consolidati come crisi interna al Paese, determinata di fatto dal drastico calo di richiesta di commodities del gigante asiatico su cui si reggeva l’enorme spesa pubblica di uno Stato espostosi il più possibile per sostenere le politiche sociali e lo sviluppo del Paese, per finanziare quei programmi come Bolsa Familha, Fome Zero o Minha Casa Minha vida, che hanno fatto passare alla storia l’eredità di Lula e trasformato milioni di brasiliani poveri in nuovi cittadini di una classe media in ascesa. Il Brasile di oggi non è più il Paese del boom, con un ritorno della disoccupazione a dati precedenti al 2007 (oltre 11% nel secondo trimestre 2016), una recessione attesa per il 2016 attorno al 3,5% (-5,4% nel primo semestre) e un'inflazione stimata attorno al 6,5%.

Ma il Brasile di oggi non è più quello di ieri anche e soprattutto a causa di una drammatica crisi politica che negli ultimi anni ha attraversato il Paese, colpendolo nel profondo. Due grandi scandali giudiziari hanno eroso la credibilità di un sistema politico democratico giovane ma tutto sommato saldo, colpito però nel suo intimo da due inchieste giudiziarie che, fortemente strumentalizzate dai grandi media, hanno attraversato tutte le forze politiche in campo nonostante la grande enfasi che i media nazionali hanno riservato al PT e alle forze che negli anni hanno sostenuto Lula e Dilma: il Mensalao prima e, dal 2014, Lava jato, quest’ultima incentrata sui miliardari investimenti che Petrobras ha avviato per far fronte alla sfida energetica del secolo, i giacimenti del pre-sal. Le indagini hanno così rivelato il volto di una classe politica in larga parte corrotta, disposta a vendere il proprio peso in Parlamento in cambio di finanziamenti illeciti, ma soprattutto interessata ad arricchirsi personalmente nel concedere opere e appalti ai grandi imprenditori.

Comunque, ad oggi, grazie alle approfondite indagini della Procura della Repubblica, oltre la metà dei deputati del Paese sono indagati per corruzione e lo stesso presidente della Camera, Eduardo Cunha, dopo una lunga agonia si è dimesso a seguito di indagini che ne hanno comprovato l’arricchimento illecito grazie alla regia di uno schema di corruzione. Le sue dimissioni hanno rivelato il lato oscuro della procedura di impeachment contro Rousseff (mai coinvolta nelle inchieste per corruzione), avviata grazie al suo parere favorevole (e alla sua regia politica) alla Camera lo scorso aprile e basata su una denuncia del Tribunale federale dei Conti per presunte irregolarità nella presentazione del bilancio 2014-15 (è stata contestata l’omissione, per alleggerire il deficit, dei trasferimenti dovuti dal Tesoro ad alcune banche pubbliche per compensare i finanziamenti erogati per i progetti sociali come Bolsa familha), le cosiddette pedaladas fiscais, secondo le quali vi sarebbe stata una violazione della Legge di bilancio senza il coinvolgimento del Parlamento. Nelle scorse settimane la Procura della Repubblica ha smentito che tali irregolarità, di natura civile, possano costituire la base di un reato penale e dunque costituire il fondamento giuridico per un impeachment.

Così oggi Dilma, anziché celebrare l’inaugurazione delle Olimpiadi, da presidente afastada seguirà i giochi dalla residenza presidenziale dell’Alvorada. Dallo scorso 12 maggio il Senato ha avviato la discussione sull’impeachment, con una commissione ad hoc che ha appena concluso i lavori chiedendo il decadimento definitivo della presidente ma su cui ora si dovrà esprimere il plenario il prossimo 29 agosto. Lo scorso 12 maggio la difesa di Dilma ha ottenuto 22 voti su 55. Oggi, con appena 28 voti, la donna politica potrebbe essere riammessa alle sue funzioni.

Il Paese ospiterà quindi questa kermesse internazionale nel pieno di una crisi politica inattesa. Molti i capi di Stato imbarazzati, che cercheranno di ridurre al minimo gli incontri istituzionali. Guidato dall’ex vicepresidente Michel Temer che, indossata la nuova giacca anti Dilma, è oggi presidente ad interim (impopolare quanto la stessa Dilma, secondo molti sondaggi), il gigante sudamericano guarda con ansia alle misure varate dal nuovo esecutivo nella speranza di una ripresa della crescita, e sconta la debolezza istituzionale che l'impeachment ha provocato nel sistema politico nazionale. A non molto sembra essere valso l’ottimismo di coloro che hanno guardato al governo Temer come a un nuovo governo, che di fatto ha annunciato importanti cambiamenti di rotta finalizzati a cercare di riagganciare una ripresa nei prossimi mesi. Eppure le inchieste hanno travolto da subito tre ministri, mostrando la debolezza di questa nuova maggioranza anti Dilma.

A pagarne le conseguenze, ancora una volta, un Paese che avrebbe avuto bisogno di un governo saldo e autorevole, non solo per fare bella figura alle Olimpiadi ma per contrastare con efficacia la crisi in atto. In molti hanno scritto sulla crisi politica brasiliana: si può essere partigiani di Rousseff o del cambio di passo avviato da Temer, guardato con interesse da molti investitori internazionali ansiosi di poter entrare in un Paese che oggi offre inattese opportunità scaturite dalla crisi stessa, ma la vera notizia è che la giovane democrazia del Paese sudamericano, di fronte a un terremoto politico ed economico di queste proporzioni, tiene la rotta. L’impeachment è infatti un processo costituzionale considerato da molti alla stregua di una sfiducia parlamentare in un sistema presidenziale, una contraddizione in termini che attesta l’arretratezza di un sistema istituzionale voluto dopo la dittatura per arginare l’accentramento di potere, e che la trasformazione del Brasile avvenuta negli ultimi anni ha già rivelato come anacronistico (e conferma come proprio la mancata riforma costituzionale sia all’origine della crisi politica in atto).

Il processo di impeachment, per quanto violento, avviene infatti entro i confini del dettato costituzionale e istituzionale: per questo, pur tra mille limiti e strumentalizzazioni, il momento va “celebrato” come prova di maturità democratica, come ha affermato pochi giorni fa Thomas Shannon, Undersecretary of State for Political Affairs del Dipartimento di Stato nonché ex Ambasciatore USA in Brasile quando il Brasile si aggiudicò le Olimpiadi, in un incontro a Washington con l’ex sottosegretario di Stato per gli Affari esteri Donato Di Santo. Ha lanciato un messaggio di ottimismo perché, pur tra mille problemi, il Brasile sarà all’altezza della gestione delle Olimpiadi, con 85.000 agenti di sicurezza schierati per gestire i 7,5 milioni di persone del pubblico e oltre 500.000 turisti in arrivo per visitare la “Cidade Maravilhosa”.

 


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