29 gennaio 2021

Riprende il dialogo tra Turchia e Grecia sul Mediterraneo

 

Ankara e Atene hanno infine scelto di discutere dopo un anno scandito da tensioni e accuse reciproche per alcune zone disputate nel Mediterraneo orientale. Il 25 gennaio una delegazione greca e una turca si sono incontrate a Istanbul per riaprire il dialogo riguardo alle aree marittime contese. Un incontro che si attendeva da anni, precisamente dal 2016 quando Turchia e Grecia avevano interrotto le discussioni sulle questioni che le dividono nel Mediterraneo e proprio per questo motivo la riapertura del tavolo è stata accolta positivamente dall’Unione Europea (UE) e anche dalla nuova amministrazione USA guidata dal presidente Joe Biden. La riunione di quasi quattro ore non si è conclusa con conferenze stampa o dichiarazioni comuni, ma il riserbo sull’incontro a porte chiuse non deve stupire troppo perché entrambe le parti hanno da sempre concordato di non rivelare alla stampa indiscrezioni o informazioni riguardo a incontri di questo tipo, su questo specifico tema. L’unica eccezione alla regola è stata di rivelare la decisione di tenere ad Atene un nuovo incontro in futuro, per cui non è stata ancora fissata una data, e brevi dichiarazioni distensive come quella del portavoce di Erdoğan, İbrahim Kalın, che si è seduto al tavolo e ha poi parlato di una «soluzione possibile a tutti i problemi» promettendo «piena determinazione» verso questo fine da parte di Ankara.

Una fotografia storta e un po’ sfocata condivisa dal ministero degli Esteri turco mostra le due delegazioni sedute a un tavolo senza bandiere ed è forse l’espressione più autentica dello stato a cui si sono ridotte le relazioni tra Ankara ed Atene. Ma l’immagine potrebbe in futuro mutare e l’incontro di Istanbul potenzialmente potrebbe segnare l’inizio di un nuovo corso. Le questioni tra Turchia e Grecia sono antiche quanto il Trattato di Losanna che nel 1923 definì i confini tra i due Stati dopo la fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero ottomano. Le dispute sullo sfruttamento delle zone marittime non sono nuove e non riguardano soltanto il Mediterraneo orientale ma anche l’area del mare Egeo. Recentemente le tensioni si sono acuite a causa di una nave turca mandata in esplorazione lo scorso anno in una zona disputata del Mediterraneo, con lo scopo di trovare risorse energetiche. Atene non aveva gradito nemmeno l’accordo marittimo, siglato a novembre 2019 tra la Turchia e il Governo di accordo nazionale di Tripoli in Libia che mette in comunicazione le acque territoriali dei due Paesi intralciando aree dello stesso mare dove Atene ritiene di avere non solo interessi ma anche diritti. Dopo la crisi che ha congelato il negoziato cinque anni fa, la riunione del 25 gennaio rappresenta la ripresa dei colloqui dopo che dal 2002 al 2016 si erano tenuti già sessanta incontri che non avevano portato risultati definitivi.

Il dialogo tra Turchia e Grecia sul Mediterraneo si era fermato nel 2016, anno particolarmente complicato per Ankara alle prese non solo con la più sanguinosa stagione terroristica della storia recente, ma anche con un tentativo di colpo di Stato che sebbene sia fallito ha inflitto alla società turca una ferita molto profonda e ancora non rimarginata. È proprio nei cinque anni successivi, mentre il dialogo con la Grecia si è interrotto, che in Turchia inizia ad acquistare sempre più popolarità la teoria mavi vatan (“madrepatria azzurra” in turco), una visione geopolitica formulata nel 2006 da due ammiragli turchi, Cem Gürdeniz e Cihat Yaycı. La dottrina mavi vatan sostiene che l’attuale assetto del Mediterraneo ‒ simboleggiato dalla cosiddetta Mappa di Siviglia – intrappoli la Turchia nella penisola anatolica impedendole di diventare una potenza a livello regionale sfruttando il suo ampio accesso al Mediterraneo. Citando le parole di uno dei teorici della dottrina, l’ammiraglio Gürdeniz, la mavi vatan «rappresenta la presenza marittima della Turchia, è un concetto che definisce la giurisdizione della Turchia sulle aree marittime ed è una dottrina che definisce le modalità di difesa, protezione e allargamento dei diritti e degli interessi marittimi della Turchia». Per comprendere l’attuale posizione di Ankara riguardo al Mediterraneo è oggi necessario considerare attentamente la visione mavi vatan, soprattutto dopo che questa dottrina – spesso presentata graficamente anche con una mappa che mostra l’area su cui la Turchia dovrebbe espandersi – è diventata parte della retorica del governo turco anche se non è comunque stata adottata formalmente a livello ufficiale. È proprio su questa mappa che si dipanano le divisioni tra Ankara ed Atene nel Mediterraneo ma se dalla riunione del 25 gennaio a Istanbul non sono trapelati punti concreti su cui potrebbe ripartire un dialogo è in realtà l’incontro stesso a rappresentare indubbiamente un importante momento di distensione che rilassa almeno le tensioni diplomatiche. Per capire quali potrebbero essere le prospettive future è interessante invece ascoltare l’intervista che George Papandreou ha rilasciato all’emittente turca privata NTV. L’ex premier greco ha affermato che la «diplomazia non dovrebbe essere militarizzata» ma soprattutto ha citato il «diritto internazionale» come metodo per risolvere la crisi. Si tratta di un dettaglio molto importante che allude a un possibile accordo tra le parti per ricorrere alla Corte internazionale di giustizia per risolvere la disputa sui confini. Si tratterebbe di una soluzione pacifica che porterebbe la crisi tra Turchia e Grecia verso una normalizzazione: se le due parti decidessero davvero di affidare la loro disputa al tribunale delle Nazioni Unite le rivendicazioni nazionaliste, rappresentate ad esempio dalla dottrina mavi vatan, verrebbero neutralizzate e la disputa tra Ankara e Atene assumerebbe una dimensione normale, simile a centinaia di casi riguardanti confini marittimi contestati su cui il Tribunale internazionale dell’Aia si è già espresso in passato.

Per il momento la ripresa del dialogo tra Ankara ed Atene si è dimostrata vincente soprattutto per la Turchia che rendendosi disponibile all’incontro ha spinto l’UE a posticipare possibili sanzioni verso Ankara che erano state minacciate a fine 2020 da Bruxelles proprio a causa della posizione turca nel Mediterraneo orientale. La Grecia ha accettato di partecipare all’incontro, ma ha voluto mostrare i muscoli in separata sede siglando, proprio mentre era in corso la riunione a Istanbul, un accordo da 2,5 miliardi di euro con la Francia per acquistare diciotto caccia Rafale. Un gesto che irrobustisce l’asse Parigi-Atene che aveva cominciato a delinearsi lo scorso anno proprio in reazione ai movimenti turchi nel Mediterraneo orientale. L’incontro di Istanbul ha creato però un problema per il governo greco di Kyriakos Mitsotakis che è stato criticato per aver accettato di tornare al tavolo con Ankara non solo da partiti di opposizione, come Syriza o il Partito comunista greco KKE (Kommounistikò Komma Elladas), ma anche da Antonis Samaras, ex premier e influente membro del partito Nuova democrazia di cui è parte lo stesso Mitsotakis. La ripresa del dialogo tra Turchia e Grecia sul Mediterraneo orientale si configura quindi come un percorso già in salita, ma nello stesso tempo rappresenta l’unica speranza per determinare un futuro diverso e forse più costruttivo ed evitare il mantenimento di uno status quo in cui sia Ankara che Atene hanno già dimostrato un pericoloso nervosismo.

 

Immagine: Bandiere di Turchia e Grecia. Crediti: Novikov Aleksey / Shutterstock.com

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