21 aprile 2021

Rischi e ragioni della linea anti-Putin di Biden

Questi primi mesi di presidenza Biden sono stati caratterizzati da frequenti iniziative e dichiarazioni contro la Russia. Dall’eclatante (e inappropriato) commento di Biden sul “killer” Putin alle ultime, pesanti sanzioni nei confronti di Mosca, la nuova amministrazione democratica ha scelto la linea della fermezza nei confronti della Russia contribuendo a una nuova escalation delle tensioni tra le due parti. Cosa spiega l’atteggiamento di Biden e quali i rischi che ne conseguono?

In estrema sintesi, possiamo individuare quattro fattori che aiutano a comprendere le ragioni della linea anti-russa o, meglio, anti-Putin del presidente americano. Il primo, contingente, origina dai rapporti dei servizi d’intelligence statunitensi che indicano come anche nel 2020 la Russia abbia cercato di interferire apertamente nel processo elettorale statunitense, con l’obiettivo ultimo di danneggiare Biden o comunque di fomentare divisioni e tensioni negli USA. Era inevitabile che un presidente desse una risposta ferma e forte a queste denunce; sarebbe venuto meno alle sue responsabilità se non lo avesse fatto.

La risposta di Biden è stata peraltro pienamente coerente con il messaggio unitario che sta costantemente cercando di offrire a un Paese polarizzato e lacerato. Il nemico esterno, e un nemico esterno così esposto agli occhi dell’opinione pubblica statunitense come la Russia, offre un ovvio collante. E questo ci porta al secondo fattore: la politica interna statunitense. Rispetto a quest’ultima, la linea di Biden è al peggio a costo zero, nel senso che non danneggia in alcun modo l’amministrazione e i democratici, e al meglio può aiutare, politicamente e alle urne. L’immagine della Russia e di Putin negli USA ha conosciuto un inarrestabile deterioramento nell’ultimo decennio, in particolare dopo la crisi ucraina del 2014; i sondaggi ci indicano che dalla fine della guerra fredda gli americani non hanno mai avuto un’opinione così negativa della Russia. Secondo Gallup, la percentuale di quelli che la considerano il nemico principale degli USA è passata dal 2% al 26% in un decennio; per Pew,  appena il 28% dei repubblicani e il 15% dei democratici ha fiducia in Vladimir Putin. Ed è questo ultimo dato che è particolarmente significativo: ci indica la natura bipartisan dell’ostilità nei confronti della Russia e la conseguente possibilità di capitalizzarvi politicamente senza vedere danneggiata quella retorica di rinconciliazione e di unità che è così centrale nel discorso politico di Biden.

Alle ragioni strettamente contingenti e a quelle politico-elettorali vanno aggiunte – terzo fattore – quelle legate a una visione strategica esplicitamente ispirata da una specifica lettura della storia recente e delle relazioni tra Washington e Mosca. Sembra cioè agire il convincimento che la linea della fermezza non solo sia doverosa e politicamente vantaggiosa, ma permetta di mettere in un angolo una controparte di suo molto più debole e vulnerabile di quanto non appaia, come mille indicatori economici dovrebbero in fondo ricordarci. S’intende cioè applicare la presunta lezione della guerra fredda (presunta, che molti storici l’hanno efficamente contestata): l’idea cioè che una forte pressione su un sistema già fragile possa in ultimo piegarlo o indurlo a significative concessioni.

E questo ci porta al quarto e ultimo fattore: la volontà di Biden di rilanciare il negoziato sulle armi nucleari, il comune denominatore storico che lega le due parti in una forma ineludibile d’interdipendenza strategica e che ha offerto il tavolo privilegiato di negoziati, non di rado propedeutico ad accordi più ampi o comunque a stemperare le tensioni. Alzare il tono della contrapposizione dovrebbe offrire copertura politica rispetto a possibili accordi invisi a una parte del mondo politico, soprattutto repubblicano (a volte sembra ci si dimentichi che è stato Trump ad abbandonare l’accordo INF del 1987 o che l’accordo del 2010 con Mosca voluto da Obama, il New Start, superò di poco la maggioranza qualificata necessaria per la ratifica e che ben 26 senatori repubblicani, incluso il loro leader Mitch McConnell, votarono contro). E, in teoria, offre la possibilità di maturare una posizione di forza dalla quale negoziare con maggiore efficacia e più strumenti.

In teoria, però – la storia ancora una volta ci offre un monito – l’esito potrebbe essere assai diverso. Putin potrebbe essere tentato di testare l’effettiva fermezza statunitense, a partire ovviamente dall’Ucraina. E sappiamo quanto gli abbia fatto gioco in questi anni, sia dentro che fuori la Russia, il suo potersi presentare come fermo oppositore dei disegni egemonici statunitensi. Le escalation, poi, sono molto più facili da scatenare ed esasperare che da gestire e ridurre. E portare avanti su una sorta di binario parallelo, ancorché strettamente interdipendente, escalation retorica e sanzioni da un lato e diplomazia e negoziati dall’altro facile non sarà, nel complesso contesto odierno e con un interlocutore cinico, spregiudicato e meno vincolato da costrizioni interne quale è Vladimir Putin.

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Immagine: Joe Biden (novembre 2020). Crediti: Naresh777 / Shutterstock.com

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