16 giugno 2016

Sangue e latte. Le madri cecene e i giovani soldati russi

Nel folklore russo, slavo-orientale più generale, c'è una leggenda sul rapporto tra madre e figlio. Racconta del figlio che taglia la testa alla madre. Barcollante, dopo il matricidio, inciampa nella testa. Cade. “Ti sei fatto male?”, chiede la testa. Psycho in confronto è Liala. La leggenda viene riportata dalla scrittrice Irena Brežná in un libro molto interessante sulla guerra Cecenia, Le lupe di Sernovodsk, pubblicato dall'ottimo Keller, editore molto attento all'area centro ed est-europea. Prefazione di Anna Politkovskaja. Irena Brežná parte dalla macabra storiella per elaborare un'ardita teoria antropologica sulla guerra che la grande madre russa ha scatenato in Cecenia: colpevole di venire meno alla morbosa osmosi, di essersi dichiarata indipendente. Secondo la Brežná il figlio uccide la madre perché troppo opprimente, perché non lo fa uscire di casa. La Brežná riporta per sommi capi anche una variante. Invece della testa parlante abbiamo il cuore. Incuriosito mi sono messo a chiedere ad amici russi o slavisti. La leggenda non è molto nota ma è saltata fuori la variante del cuore. È una leggenda del folklore slavo-orientale, dicevo. Perché ci sono la steppa e i kurgan, antichi tumuli funerari euroasiatici. Ci sono la madre e il figlio ma anche e soprattutto la nuora. La nuora bella e dispotica non sopporta la suocera. (Diceva Marcello Marchesi: “Nessuna nuora buona nuora”). Chiede al marito di relegare la madre in corridoio. L'uomo, perplesso, obbedisce. Quindi nella stalla. Sempre più perplesso, l'uomo obbedisce. Infine gli chiede di portare la madre nella steppa, ucciderla e seppellirla. L'uomo porta la madre nella steppa. Cavalca e cavalca ma non si decide. La madre stessa, vedendo che il figlio soffre, si strappa il cuore palpitante perché possa portarlo in dono alla nuora. Mentre l'uomo cammina il cuore continua a palpitare. Quando il matricida cade e picchia il ginocchio, il cuore chiede: “Ti sei fatto male?” L'uomo si pente del gesto che ha commesso, si rende conto dell'amore assoluto della madre, torna da lei e rimette il cuore nel petto coprendolo di calde lacrime. La madre torna in vita e lo consola sul petto guarito. I due passano il resto dell'esistenza nella steppa e vengono sepolti in due kurgan vicini. La storiella è un po' diversa da come la racconta la Brežná. Del resto una madre morbosa e opprimente al punto da spingere il figlio all'omicidio sarebbe un archetipo troppo moderno e singolare per la saggezza del folklore. Il figlio ingrato e manipolato dalla moglie perfida rientra invece in un solco più tradizionale e universale anche se la steppa e il kurgan rendono il tutto molto russo. La Brežná, scrittrice di impronta femminista e psicologizzante, piega il folklore alle esigenze interpretative, ne dà una lettura più sessantottina e funzionale alla spiegazione della guerra. Si spinge oltre: “Non mi sembra così paradossale considerare anche l'invidia, oltre agli interessi geostrategici, per spiegare la campagna militare contro il nord del Caucaso – l'invidia del figlio russo che vive un incesto psicologico, nei confronti di una cultura in cui la separazione dalla madre è il prerequisito per diventare uomo”. La separazione di genere che permea la società cecena, come tutte le società islamiche, attira l'invidia dei russi e di conseguenza la guerra, non meno del petrolio e degli oleodotti. Come Freud, dal mito si passa alla teoria. Edipo nel Caucaso o giù di lì. Certo per una scrittrice femminista elevare la segregazione della donna nella società islamica a oggetto di invidia per i russi è un'operazione paradossale, ma una spiegazione psicologica del conflitto va pur trovata. Per elaborarla deve prima offrire una visione morbosa del rapporto madre-figlio nella cultura russa, attraverso una versione distorta della leggenda. Qualunque siano le premesse, le conclusioni sono a dir poco ridicole. Se i popoli mammoni fossero portati per invidia a fare la guerra alle società islamiche, ecco spiegata la vera causa delle crociate. Non si capisce perché gli italiani, che vivono in casa fino a quarant'anni, e sono il popolo più mammone del globo, non diano assedio al Califfato. I reportage contenuti in questo libro, meritoriamente pubblicato da Keller, sono belli e coraggiosi. In particolare il primo, che dà il titolo alla raccolta, dove la Brežná si nasconde tra le donne cecene per passare un check-point russo ed entrare nella Sernovodsk distrutta dai bombardamenti, preclusa alla stampa: “I galli cantavano, e le mucche ruminavano con apparente indifferenza vicino alle carogne, i polli beccavano senza sosta nella paglia imbrattata di sangue, le pecore belavano, un cavallo galoppava per il villaggio. Sopra il fetore della decomposizione risuonava il coro degli animali”. I lamenti delle donne sono simili a ululati. Ululati che si sentivano molto debolmente in Europa e hanno trovato eco in un racconto ammirato e potente: “Quando penso alle donne cecene - scrive l'autrice -, vedo davanti a me le sagome di quelle donne forti, che portano fuori il morto dal cortile contro il sole di mezzogiorno. Dietro di loro ristagna l'odore della putrefazione. E sento il coro delle cecene, il loro canto funebre”. Andare in Cecenia non era semplice e una cappa di indifferenza gravava su questo lontano ed esotico conflitto. Meno apprezzabili dei reportage le analisi - o meglio alcune analisi -, viziate dalla missione di scrittrice militante di cui si sente investita la Brežná, che nelle note biografiche del suo sito (brezna.ch), informa il lettore di essere anche psicologa e slavista. Le premesse autobiografiche sono più affascinanti. Sessantottine in tutt'altro senso. Kunderiane cioè. Irena Brežná, cittadina svizzera di origine slovacca, racconta il sentimento che la domina quando arriva in Cecenia nella primavera del '96. La prima fase del conflitto sta per concludersi e si assestano gli ultimi colpi. Perché è scoppiato? L'Unione sovietica si è dissolta dopo avere lasciato andare i paesi satelliti che in passato aveva oppresso. Quando la Cecenia, non accontentandosi di un rafforzamento dell'autonomia, dichiara l'indipendenza, Boris El'cyn manda l'esercito. I ribelli scatenano il terrorismo a Mosca. La Cecenia non era un paese satellite dell'Unione sovietica ma faceva e fa tuttora parte della Federazione russa. Non era la Cecoslovacchia della Primavera di Praga. Però la dinamica colonialista non è molto diversa e il vissuto per la scrittrice segue due rette esistenziali e storiche che si incontrano. Siamo nel 1968. Irena Brežná, come i protagonisti dell'Insostenibile leggerezza dell'essere, è fuggita in Svizzera dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Da Bratislava, in Slovacchia, dov'è nata, non da Praga. Diversamente da Tereza e Tomáš non torna in patria. Resta in Svizzera. La fuga è avvenuta a bordo di una Škoda, sotto la pioggia, alla fine dell'estate. Avrebbe voluto istintivamente prendersela con gli invasori, invece la madre la porta verso Ovest: “La ragazza 'viene fuggita'. Vuole correre nella direzione opposta, via dalla pioggia, verso il metallo dei carri armati sovietici che quella notte d'estate hanno attraversato il Paese”. Non può: “La ragazza però è stata privata della possibilità di reagire. È un sequestro, proprio come una sposa minorenne rapita. Muta, la si sposa a una terra ricca e straniera, che la madre ha scelto per lei. Questo portarla via attraverso la pioggia, via dalla storia, è una violenza. Alla ragazza viene tolto tutto”. In realtà la Brežná - nata nel '50 - aveva diciotto anni al tempo della invasione sovietica della Cecoslovacchia, non era una sposa minorenne, tantomeno una sposa-bambina, ma certo non aveva facoltà di decidere del proprio destino. In Svizzera si ritrova muta, non conosce la lingua e deve imparare di nuovo a parlare: “La ragazza viene educata alla rigidità della nuova lingua, impara come comportarsi con quelle parole metalliche”. Quelle parole metalliche sono perfette per descrivere la realtà della guerra in Cecenia, dove il vissuto dell'invasione russa si ripete. Non che lo slovacco sia meno metallico ma il tedesco lo è ancora di più nella sua estraneità violenta. Detriti si dice Trümmer. “Il mio tedesco è la lingua di chi è stato muto, non è scontata, ogni parola cela il desiderio di sopravvivere. Questa lingua non va smussata, non si può sottrarle il mio destino. La mia risurrezione nella lingua tedesca è l'unica casa che ho ricostruito, le parole sono cose che ho plasmato”. I reportage e le analisi della Brežná sono apparsi sulla Neue Zürcher Zeitung, Berner Zeitung, Die Weltwoche e altre testate di lingua tedesca, svizzere soprattutto. I primi pezzi, compreso il reportage che dà il titolo alla raccolta, sono del '96, come dicevo. Verso la fine della prima guerra cecena (1991-1996). Proseguono per tutta la durata della seconda (1999-2006), dominata dall'avvento di Vladimir Putin, che viene descritto come una sorta di “Rambo del Caucaso”, un po' pasticcione-mammone e un po' criminale di guerra. È il primo Putin, bisognoso di un riscatto dopo il disastro del Kursk, il sommergibile nucleare affondato insieme alle vite di 118 membri dell'equipaggio e a quel che restava dell'orgoglio militare russo. Nel notare giustamente questa coincidenza temporale, la Brežná poteva mancare di sottolineare come un sommergibile sia un simbolo fallico? Involontario riferimento alla scena di un film di Pedro Almodóvar. Nel libro compaiono alla fine alcune analisi della Cecenia ricostruita, dopo essere stata rasa al suolo, e dominata dal satrapo putiniano Ramzan Kadyrov. La Brežná lo dava per spacciato appena dopo essere stato eletto a capo del bellicoso staterello caucasico. Lo descrive come una pedina di Putin dalle ore contate. Le previsioni sono sempre ardue e l'autrice le mantiene, non le toglie dagli articoli, dimostrando onestà intellettuale, anche quando sono state smentite. Rileggere cronache di quella guerra, conclusa dieci anni fa, riporta a un periodo di crimini impuniti, rapimenti, cadaveri spariti, torture, distruzioni, sadismo, saccheggio. Nessun tribunale internazionale è mai stato istituito, diversamente che per il conflitto coevo in Jugoslavia. Nessun generale o politico russo è mai stato seriamente incriminato. La Brežná se la prende con gli intellettuali russi, colpevoli di tacere, con le madri che protestano a Mosca per i figli mandati a morire nel Caucaso e non per gli eccidi che commettono. Invoca giustizia, così come Anna Politkovksaja, uccisa per i suoi spavaldi articoli sulle atrocità commesse dai russi nel Caucaso che sembravano denunce circostanziate. La risposta alle domande insistenti sulla Novaja gazeta è stata il piombo di una pistola. I reportage della Politkovskaja sono meno pensosi di quella della Brežná. Più cronachistici e quindi, paradossalmente, più letterari. Si veda “Nuova casa, vista Nord-Öst”, in Proibito parlare, edito da Mondadori. Il silenzio si è depositato su quelle scomode voci. Il rumore di guerra si è spostato altrove. Lo scenario internazionale è cambiato. Putin, molto attento all'integrità nazionale russa, si è poi rivelato sensibile alla causa dei separatisti in Ucraina. Nessuna contraddizione. Si tratta sempre di risvegliare il demone del nazionalismo quando si è in difficoltà. Per altri aspetti, le sue posizioni appaiono sotto una luce diversa, meno goffa di come la descrivano la Politkovskaja e la Brežná. Il grido d'allarme su una alleanza internazionale islamica del terrorismo, il progetto del califfato, erano spesso sottovalutati quando non derisi ai tempi delle guerre cecene. Nel novembre 1999, appena insediato, il presidente russo pubblica un articolo sul New York Times, intitolato “Why we must act”, Perché dobbiamo agire. Giustifica l'intervento militare spiegando che gli americani dovrebbero mettersi nei panni di chi vede esplodere i palazzi a Mosca. Nomina per ben tre volte Bin Laden, come esponente numero uno del terrore mondiale... Di sicuro, come dicono la Brežná e la Politkovskaja, la Cecenia è stata una formidabile fabbrica dell'odio. Quando l'anima è straziata, non resta che far esplodere anche il corpo.

 

Irena Brežná, Le lupe di Sernovodsk, Keller, pagg. 211, euro 16 Traduzione di Alice Rampinelli

Anna Politkovskaja, Proibito parlare, Mondadori, pagg. 307, euro 10

 


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