3 marzo 2021

Scivolando in basso, le dinamiche nuove della mobilità sociale americana. Intervista a Jessi Streib

 

Intervista a Jessi Streib

Dove è finita la mobilità sociale americana? La promessa per cui se ti impegni ce la farai ovunque tu nasca? Nel numero dello scorso gennaio del trimestrale americano Foreign Affairs, l’economista Branko Milanović si occupa di mobilità sociale negli Stati Uniti chiedendosi dove sia andata a finire e spiegando come i ricchi contemporanei americani siano al contempo detentori in misura crescente di capitale umano e finanziario. Tra l’altro, ricorda Milanović, i matrimoni “misti” (nel senso di persone provenienti da retroterra diversi) sono in netto calo e, dunque, sposarsi bene è sempre meno una scorciatoia per entrare nel mondo dei ricchi. Lavorare in due, entrambi benestanti, ed avere capitale mette al riparo da scivoloni: ci si può permettere un crollo di Borsa perché si continua a guadagnare, si può rimanere senza lavoro un periodo perché ci sono i ricavi finanziari e così via. Milanović suggerisce di aumentare le tasse di successione e far crescere il numero di posti disponibili nell’università pubblica e di renderla qualitativamente migliore: se tutti possono venire formati nel migliore dei modi, tutti possono ottenere i posti migliori.

 

Ma dietro ai ricchi, che pure sono un numero piuttosto alto, c’è il mare della middle class, quella categoria dello spirito americana con cui si identifica circa il 60% degli americani che hanno un reddito che oscilla tra i 40.000 e i 160.000 dollari l’anno. Dal 2008 in poi riuscire a rimanere nella middle class, non perdere status è al contempo un problema e un’ossessione per molti americani. Jessi Streib, sociologa che insegna alla Duke University, studia le dinamiche della società americana guardandole da un angolo privato: i suoi libri si occupano di mobilità verso il basso e matrimoni tra persone provenienti da classi sociali diverse. In un Paese che racconta a se stesso che cambiare condizione è sempre possibile e che vede una separazione anche fisica sempre maggiore tra gruppi di persone diversi il suo è un racconto della contemporaneità. Privilege Lost, “Il privilegio perduto”, è il frutto di una ricerca di 10 anni su oltre 100 giovani nati nella classe medio-alta ed è in qualche modo un racconto di quanto iper-competitiva sia divenuta la società americana. Non più impegnarsi per ottenere successo, ma impegnarsi per stare a galla. Seguendoli per oltre dieci anni dall’adolescenza all’età adulta, racconta di fallimenti e del perché coloro che scivolano verso il basso non se lo aspettano.

 

Il suo punto di vista è interessante proprio perché racconta di un’America privilegiata: se nemmeno le opportunità di partenza bastano, vuol dire che la società contemporanea ha un problema serio

La narrativa negli USA è che se parti privilegiato, rimarrai privilegiato. La verità è che, certo, partire nel contesto giusto aiuta molto, ma che nella società americana contemporanea assistiamo anche a mobilità verso il basso persino di quella che chiamiamo upper middle class, la parte più abbiente della classe media. Nel libro cerco di capire cosa determini questa discesa. Del resto siamo una società molto meno mobile di quanto ci piace immaginare. L’American dream è un po’ un mito, un racconto: immaginare che tutti si muovano verso l’alto è improbabile no? C’è la mobilità verso il basso e, soprattutto, c’è la permanenza nel luogo sociale dove si è nati.

 

Chi è che scivola verso il basso e perché?

È una questione di identità (di percezione di sé) e di strumenti di cui veniamo dotati. Molte delle scelte che abbiamo nella vita dipendono da cosa abbiamo a disposizione, da che risorse ci vengono garantite, soprattutto dalle famiglie. Tenteremo di fare cose che immaginiamo ci riusciranno basate sull’idea che abbiamo di noi stessi. Per scrivere Privilege Lost ho seguito i percorsi di 100 giovani per 10 anni e ho notato alcune costanti. Se ci immaginiamo un futuro da liberi professionisti è perché abbiamo risorse finanziarie, ma anche intellettuali e siamo stati guidati nel percorso di formazione. Nascere nelle classi medio-alte non garantisce che i bambini ricevano alti livelli delle tre risorse che li aiutano a rimanere al top: strumenti culturali e accademici, conoscenze istituzionali e denaro. Queste risorse dipendono dal fatto che i genitori le abbiano e le trasmettano, qualcosa che non accade così spesso come siamo portati a credere. In questo senso anche le teorie contro un sistema congelato sono sbagliate: si scende eccome verso il basso.

Se questa guida non c’è allora faremo con più frequenza scelte diverse: dal rifiuto netto, ideologico, del nostro status (una sorta di fuga), magari scegliendo carriere che fanno del non guadagnare un punto d’onore. L’artista ad esempio. Oppure scelte che implicano un passo indietro: la casalinga, il “padre di famiglia”. Se non hai ricevuto soldi, strumenti di pianificazione, competenze accademiche, insomma, sceglierai con più frequenza queste strade, che implicano mobilità verso il basso. Un esempio? Virginia viene da una famiglia ricca, tre auto e una casa nel posto giusto, il padre è un manager che viaggia tutto il tempo e la madre una casalinga. Nessuno la segue, le “insegna” come navigare per riprodurre il proprio privilegio e sceglie di “ritirarsi”, di fare la casalinga. Tutto comincia – questo è quel che tendo a ritrovare in molti dei percorsi che ho seguito – con l’assenza di strumenti necessari a mantenere un tenore di vita alto in una società dove fare il proprio non basta più.

 

In una società iper-competitiva nella quale le aspettative sono ridimensionate, nella quale sentiamo ripetere in maniera ossessiva “i giovani non vivranno come i genitori”, quale è stata la reazione di chi è rimasto a galla e di chi è scivolato verso il basso?

Coloro che rimangono nel posto nel quale sono nati hanno faticato più del previsto. Cominciando dalle elementari, per poi venire ammessi nelle scuole buone e, poi ancora, nelle università. Non stiamo parlando dei super ricchi che si comprano l’ingresso a Harvard o Stanford ma di coloro che anche nelle università sapevano che avrebbero dovuto sgobbare per mantenere lo status al quale erano stati abituati. Meno feste di molti loro coetanei, meno viaggi, meno sport. Per certi aspetti rinunciano a molte delle cose che immagineremmo essere quelle che nascere privilegiati garantisce. Quanto a chi è sceso nella scala sociale, sono quasi tutti rimasti sorpresi: non immaginavano che avrebbero avuto bisogno di più lavoro, più competenze dei loro genitori. Non erano pronti, si immaginavano comodi e tranquilli. Ad alcuni di loro non è andata troppo bene. La mia impressione, solo tale, è che i più giovani, quelli che vengono dopo la generazione che ho studiato, sembrano avere chiara questa difficoltà. Forse la crescente politicizzazione che vediamo nelle università dipende anche da questo.

 

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Immagine: Veduta aerea di abitazioni nel quartiere Porter Ranch di Los Angeles, California, Stati Uniti. Crediti: trekandshoot / Shutterstock.com

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