1 settembre 2020

Scontri e tensione: una strategia elettorale per Trump?

 

Nell’ultimo articolo per Atlante Treccani – che potete leggere qui e nell’ultima newsletter di AtlanteUSA2020 ‒ erano state espresse serie preoccupazioni sulla crisi che la democrazia americana sta attraversando in queste settimane (ovviamente non siamo i soli). Soprattutto dopo la Convention repubblicana, che ha innalzato la tensione verbale in modo esponenziale, e dopo i fatti di Kenosha di pochi giorni fa: un giovane sostenitore di Trump, il minorenne Kyle Rittenhouse, ha ucciso due manifestanti che protestavano per l’uso ingiustificato delle armi da fuoco da parte della polizia locale (in seguito al quale un giovane padre di famiglia afroamericano, Jacob Blake, è rimasto paralizzato per via dei sette colpi di pistola che lo hanno colpito alla schiena).

 

Una notte di tensione e di scontri, nella quale un diciassettenne arrivato dall’Illinois per partecipare alle contromanifestazioni ha ucciso un uomo di 36 anni e uno di 26, Joseph Rosenbaum e Anthony Huber. Mentre un poliziotto ha sparato a Blake alla schiena sette volte, Rittenhouse ha attraversato un cordone di polizia fucile al collo ‒ dopo aver già sparato ‒ ed è potuto rientrare a casa sua. Per dare un’idea di quanto la società americana sia separata da un fossato, vale la pena leggere le dichiarazioni dell’avvocato di Rittenhouse, che spiega le ragioni della «chiamata alle armi» che Kyle ha fatto sua: «Un ragazzino di 17 anni non dovrebbe essere messo in condizione di armarsi per proteggere la vita e la proprietà privata. Kyle non è un razzista o un suprematista bianco. È un americano rispettoso della legge, coraggioso, patriottico e compassionevole che ama il suo paese e la sua comunità. Non ha fatto nulla di male». Nel frattempo, una organizzazione non profit ha già raccolto il denaro per pagare la parcella dell’avvocato. Neanche un passo indietro. Un ragazzino uccide due persone perché ha fatto “il suo dovere”: gli adulti lo difendono così.

 

Subito dopo Kenosha è arrivata un’altra uccisione, questa volta di un supporter di Trump, a Portland. Di Portland avevamo scritto esattamente un mese fa: quello che è accaduto era già scritto, c’era solo da aspettare (qui il link). Avevamo illustrato la sua peculiarità come città abituata a un certo tipo di conflittualità politica: è una città molto “bianca” e molto liberal (come altre città della West Coast), ma al tempo stesso con una tradizione antica di suprematismo bianco. La presenza di quelli che la stampa chiama Antifa ha trasformato Portland in terreno di conflitto per l’estrema destra americana, che si è radunata lì per settimane per sfidare una città che ha manifestato quotidianamente contro l’amministrazione Trump, la polizia, la discriminazione razziale.

 

L’elemento che trasmette più inquietudine è il fatto che la scelta di innescare un conflitto a Portland da parte dell’estrema destra ‒ che ha trovato alcuni gruppi di sinistra ben felici di accettare lo scontro di strada ‒ è stata la stessa compiuta dall’amministrazione Trump. I lettori ricorderanno quando Trump inviò nella città forze di polizia federali senza segni di riconoscimento e con un mandato legalmente incerto (viste le prerogative dei singoli Stati in tema di ordine pubblico) proprio a Portland. Mossa che ha fatto innalzare la tensione di piazza (alcuni ricorderanno il movimento delle Yellow Moms di Portland, che si frapponevano fra polizia, agenti federali e manifestanti).

 

Un mese dopo è accaduto, quindi, che a Portland sia sfilato un gruppo che si chiama Patriot Prayers (una formazione che altrove organizza manifestazioni contro l’imposizione delle norme anti-Covid). La sfilata è avvenuta durante il week end (ma non è la prima dei Patriot Prayers): in questa occasione un militante nazionalista di nome Aaron “Jay” Danielson è stato ucciso. Trump lo ha ricordato con un tweet: «Rest In Peace, Jay!» (“Riposa in pace, Jay!”) e contemporaneamente ha insultato il sindaco di Portland (cosa già accaduta ripetutamente nelle settimane precedenti), definendolo “un sindaco barzelletta” e “uno stupido”. Prima della manifestazione Trump aveva definito i partecipanti come “GREAT PATRIOTS!”, sempre tramite tweet.

 

Che sia una strategia per non parlare della crisi del Covid-19 (è stata appena superata la cifra record di 6 milioni di contagiati) e tenere il pallino dell’agenda mediatica, oppure semplicemente quella di scegliere un messaggio “facile” da mantenere sempre e comunque ‒ lo slogan nixoniano del “Law and Order” (twittato dal presidente praticamente ogni giorno) ‒ il punto è che Trump ha scelto una strategia che non molla. Una strategia che lo porta a flirtare con l’estrema destra. Trump, infatti, oggi sarà a Kenosha: parlerà con la polizia, passeggerà di fronte ai luoghi dove sono avvenute violenze e danneggiamenti durante le proteste successive al grave ferimento di Jacob Blake, ma non saluterà né Blake né la sua famiglia.

 

Il livello della polarizzazione politica ha raggiunto il picco più alto degli ultimi 25 anni. Come reagisce Biden, che al contrario di Trump deve tenere insieme una coalizione elettorale più composita e articolata? George Packer, giornalista di The Atlantic, aveva suggerito a Biden di andare subito a Kenosha, definendo i fatti di questi giorni come il turning point della campagna elettorale. Per Packer, Biden era in grado di abbracciare di persona la famiglia di Blake, discutere con i proprietari dei negozi saccheggiati e, a braccio e con sincerità, parlare da lì per indicare una strada per uscire da questa situazione: non farlo avrebbe dimostrato che i democratici sono destinati a rimanere dentro le sabbie mobili delle loro contraddizioni, incapaci di agire. Biden ieri ha scelto una via di mezzo: ha parlato dalla Pennsylvania ‒ il giorno prima della visita di Trump ‒ utilizzando toni molto duri e legando Trump all’estrema destra, ma non è andato sul posto a curare le ferite di un’America di provincia che non avrebbe mai pensato di finire nelle news nazionali, e che ora è disorientata. In uno degli Stati decisivi per la corsa al voto: in uno Stato tendenzialmente democratico, Trump nel 2016 ha vinto di soli 23 mila voti. A Kenosha, una cittadina di quasi 100 mila abitanti, Trump aveva prevalso di 125 voti, un nulla. Come andrà fra due mesi?

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 

Immagine: La polizia a Kenosha, nel Wisconsin, dopo la sparatoria contro Jacob Blake (24 agosto 2020). Crediti: Michael R. Schmidt / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0