23 aprile 2018

Se Kim rinuncia ai test

Un annuncio di grande rilevanza, a pochi giorni dal vertice che dovrebbe sancire il riavvicinamento tra le due Coree e in vista di un altro summit mediaticamente e geopoliticamente attesissimo, quello con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La novità è arrivata il 20 aprile direttamente dalla voce del supremo leader Kim Jong-un, durante la terza sessione plenaria del settimo Comitato centrale del Partito del lavoro di Corea: Pyŏngyang si è detta pronta a interrompere i suoi test nucleari e missilistici, procedendo inoltre – al fine di assicurare piena trasparenza circa le sue decisioni – allo smantellamento del sito di Punggye-ri presso il quale i test venivano effettuati.

La notizia ha immediatamente fatto il giro del mondo, alimentando il già crescente ottimismo sul raffreddamento dell’incandescente fronte geopolitico coreano. Particolarmente soddisfatto si è mostrato Donald Trump, che in questi giorni – nel suo buen retiro di Mar-a-Lago in Florida – ha discusso di Corea del Nord con uno degli attori geopolitici più interessati alle evoluzioni sul campo, il primo ministro giapponese Shinzo Abe.

Sul suo profilo Twitter, l’inquilino della Casa bianca ha voluto rimarcare come l’annuncio di Pyŏngyang rappresenti un importante passo in avanti per tutti, ribadendo di essere pronto al summit con Kim. Anche la Cina ha accolto positivamente il messaggio formulato dal suo spesso indisciplinato alleato: in una nota, il ministero degli Esteri ha infatti sottolineato che l’interruzione dei test aiuterà a ridurre ulteriormente le tensioni nella penisola coreana, contribuendo alla sua denuclearizzazione e al rafforzamento del percorso di soluzione politica della crisi. Dalle autorità di Pechino arriva però anche un monito: è ora indispensabile che tutte le parti coinvolte nel negoziato compiano azioni concrete per garantire una pace duratura e la stabilità geopolitica della regione.

Dal punto di vista politico, è indiscutibile che l’apertura del supremo leader nordcoreano testimoni un clima profondamente diverso da quello che si respirava soltanto pochi mesi fa, quando il regime non lesinava alcuno sforzo per raggiungere lo status di potenza nucleare e una pesante cappa di instabilità aleggiava sulla penisola. Sembrano lontani i giorni in cui Trump prometteva ‘fuoco e furia’ contro Pyŏngyang e Kim minacciava di colpire ‘il cuore dell’America’ se Washington avesse provato ad attaccare il regime.

Alla distensione ha sicuramente contribuito il radicale cambiamento del quadro politico sudcoreano, con la destituzione della presidente Park Geun-hye, le successive elezioni presidenziali di maggio 2017 e la netta affermazione di Moon Jae-in, decisamente più orientato a tessere la tela del dialogo nello spirito della cosiddetta sunshine policy che ad un improduttivo muro contro muro con il vicino nordcoreano. E se da una parte il discorso di inizio anno di Kim Jong-un è stato al centro delle cronache politiche internazionali per la nota diatriba con Donald Trump su chi avesse il ‘pulsante nucleare’ più grande, dall’altra non è sfuggito agli analisti come nello stesso discorso Kim esprimesse l’auspicio di una ricomposizione pacifica delle tensioni lungo il 38° parallelo.

In un suo commento pubblicato su Foreign affairs, il professor John Delury della Yonsei University ha osservato come i critici ritenessero poco credibile l’apertura di Kim, sottolineando come il dittatore nordcoreano non fosse nuovo in discorsi analoghi all’utilizzo di toni concilianti verso Seul. In quell’occasione però – ha evidenziato sempre Delury – il supremo leader non si limitò a tendere un tanto ipotetico quanto impalpabile ramoscello d’ulivo alla controparte, ma fece riferimento a un evento internazionale oramai alle porte come palcoscenico della distensione: le Olimpiadi invernali in programma nella città sudcoreana di Pyeongchang nel mese di febbraio. Così, non soltanto una delegazione di 22 atleti nordcoreani ha preso parte ai Giochi, ma ha sfilato accanto a quella della Corea del Sud durante la cerimonia di apertura dell’evento. Il tutto, sotto gli occhi degli alti ufficiali di Pyŏngyang e di Kim Yo Jong – sorella di Kim Jong-un –, immortalata dai fotografi durante una storica stretta di mano con il presidente Moon. In quell’occasione – hanno rilevato Victor Cha e Katrin Fraser Katz sempre per Foreign affairs – Kim Yo Jong consegnò anche una lettera al capo dello Stato sudcoreano: il supremo leader era disponibile a un allentamento delle tensioni con gli Stati Uniti. Il paziente lavoro della diplomazia è così proseguito sia sul fronte intercoreano, con la scelta del 27 aprile come data dell’incontro tra il Moon Jae-in e Kim Jong-un alla Casa della pace nel villaggio di confine di Panmunjom e l’attivazione di una linea di contatto diretta fra i due leader; sia sul fronte coreano-americano, con la definizione delle prospettive di un incontro fra Trump e Kim.

Tutti questi elementi, uniti all’annuncio dell’interruzione dei test missilistici e nucleari e alla visita in Corea del Nord del segretario di Stato in pectore Mike Pompeo nelle scorse settimane, testimoniano che qualcosa si sta muovendo lungo il 38° parallelo e che la diplomazia sta lavorando senza sosta per giungere a una soluzione della crisi.  

Come hanno osservato sempre Cha e Fraser Katz, l’amministrazione Trump non manca di rimarcare come l’apertura di Pyŏngyang sia anche da ricondursi al pugno di ferro voluto da Washington sul fronte delle sanzioni, che hanno messo in grande difficoltà il regime. Se però da una parte tale aspetto non va certamente sottovalutato, dall’altra è anche utile soffermarsi con maggiore attenzione su quanto dichiarato da Kim Jong-un in occasione della riunione del Comitato centrale, per approfondire – al netto della consolidata retorica di regime – la prospettiva nordcoreana. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale KCNA, il supremo leader ha disposto l’interruzione dei test semplicemente perché non ci sarebbe bisogno di effettuarne altri.

Inquadrando la questione in tale prospettiva, assumerebbe dunque consistenza lo scenario tracciato da diversi analisti all’indomani del lancio del missile Hwasong-15 lo scorso 28 novembre e dell’annuncio nordcoreano di poter colpire gli Stati Uniti: una volta raggiunti i suoi obiettivi di deterrenza – necessari alla messa in sicurezza del regime – Pyŏngyang avrebbe aperto la porta al negoziato, sulla base di reciproche concessioni. In fondo, la prospettiva oramai estremamente concreta di un incontro con Donald Trump rappresenta dal punto di vista di Kim un riconoscimento di fatto del suo ruolo e del suo status geopolitico, tanto da spingersi ad affermare che la Corea del Nord – con il suo ultimo annuncio – dimostra il suo interesse a partecipare agli sforzi internazionali per l’interruzione di tutti i test nucleari, oltre a non essere in alcun modo intenzionata ad utilizzare la propria tecnologia nucleare o a trasferire ad altri i suoi armamenti nucleari se non concretamente minacciata.

A ulteriore riprova della capacità di Kim di pensare strategicamente c’è poi il viaggio segreto compiuto alla fine di marzo dal supremo leader in Cina, per incontrare Xi Jinping: così facendo, dopo che l’asse delle trattative si era spostato lungo la direttrice Pyŏngyang-Seul-Washington, Kim ha riportato Pechino al centro del discorso geopolitico sulla pacificazione della penisola coreana, ripristinando gli equilibri e riallacciando i rapporti con il suo solido alleato dopo mesi di tensioni.

Ora dunque non resta che attendere. Alcune prime indicazioni potrebbero già arrivare dall’incontro fra Kim e Moon del 27 aprile, con la prospettiva che si giunga tra le altre cose alla concreta definizione dei passaggi per porre ufficialmente fine alla guerra di Corea del 1950-53, interrotta da un armistizio ma mai conclusa con un trattato di pace.

Poi, sarà la volta del summit tra Kim e Trump. Washington è chiamata a muoversi con eccezionale cautela e attenzione, sia per la complessità del quadro regionale che per l’imprevedibilità dell’interlocutore. Il presidente dovrà dunque mostrare le abilità di negoziatore che ha sempre dichiarato di possedere da consumato uomo d’affari, conciliando un atteggiamento di apertura con la necessaria fermezza. A chi già lo accusa di aver concesso troppo a Pyŏngyang, Trump ha risposto tramite Twitter che finora l’America non ha ceduto su nulla, mentre la Corea del Nord avrebbe già accettato di avviare la denuclearizzazione, circostanza peraltro non corrispondente al vero e da non confondere con lo stop ai test. Il presidente si è detto consapevole del fatto che le trattative – come del resto già accaduto in passato – potrebbero fallire, e secondo quanto riportato dalla stampa, la Casa bianca non sarebbe intenzionata a garantire un alleggerimento delle sanzioni se prima il regime non avrà smantellato il suo arsenale nucleare.

I’ll fix the mess, ossia «Aggiusterò questo disastro: furono le dure parole di critica pronunciate da Trump lo scorso settembre contro le precedenti amministrazioni, incapaci di trovare una soluzione al caos geopolitico della penisola coreana. Nei prossimi mesi, il tycoon prestato alla politica dovrà dimostrare di essere in grado di ‘aggiustare’ quel disastro.

Crediti immagine: Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Autore: yeowatzup


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