14 maggio 2018

Settanta anni di Israele e Marcia del ritorno. La memoria divisa

Le date hanno un grande significato simbolico nella memoria delle nazioni, soprattutto quando si fronteggiano identità contrapposte: il 14 e il 15 maggio 2018 rischiano di diventare un’ulteriore frontiera simbolica che divide palestinesi e israeliani. Il 14 maggio 1948 nasceva lo Stato di Israele e questi settanta anni saranno celebrati nel Paese con grande solennità; è anche l’occasione per gli israeliani per rivisitare la propria storia e soprattutto riflettere sulle prospettive, sulla direzione da prendere, in un momento di crescita della società israeliana ma anche di difficoltà e di incertezza.

Il 14 maggio, peraltro, gli Stati Uniti, seguendo l’indicazione fortemente voluta da Donald Trump, sposteranno la loro ambasciata a Gerusalemme, la capitale contesa, con mossa propagandisticamente efficace ma politicamente rischiosa.

Il 15 maggio invece i palestinesi ricordano lo Yawm al-Nakba, il ‘giorno della catastrofe’, come viene denominato nella memoria nazionale l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dalle terre di Israele, avvenuto nel 1948. E proprio il 15 maggio si concluderanno le manifestazioni della Marcia del ritorno, che per circa sette settimane hanno mobilitato migliaia di palestinesi per rivendicare i loro diritti nazionali e in particolare il diritto al ritorno dei profughi nei loro territori di origine, che adesso fanno parte di Israele; si tratta di una delle questioni aperte e mai risolte che hanno allontanato le posizioni nei negoziati di pace.

Le manifestazioni della primavera 2018 sono state anche l’occasione per protestare contro il blocco terrestre, aereo e marittimo imposto a Gaza da parte di Israele ed Egitto fin dal giugno 2007 e soprattutto contro la decisione di Donald Trump del 6 dicembre 2017 di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferire lì l’ambasciata americana.

La Marcia del ritorno è iniziata venerdì 30 marzo, anche questo un giorno carico di memorie, perché è l’anniversario del Yom al-Ard, la ‘Giornata della terra’, che ricorda i sei palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, il 30 marzo 1976, durante le proteste contro la confisca dei territori palestinesi nel Nord di Israele. E dal 30 marzo, per sette volte, tutti i venerdì, migliaia di manifestanti hanno sfilato nell’area di confine tra Israele e la Striscia di Gaza, con forme di disobbedienza civile, sconfinamenti, danneggiamenti ai reticolati, lanci di oggetti verso i soldati.

La risposta dell’esercito israeliano non si è fatta attendere e, anche se giudicata eccessiva da molti osservatori, viene considerata dalle autorità israeliane adeguata a reprimere una rivolta violenta e atti di guerra. Resta il fatto che nell’ambito della Marcia del ritorno sono morti, nei sette venerdì di mobilitazione, quarantasette palestinesi e ne sono rimasti feriti a migliaia, compresi anche molti bambini. In un contesto reso incandescente dalla tensione altissima che si è creata fra Israele e Iran, soprattutto a causa della presenza in Libano e in Siria di milizie armate legate a Teheran, l’avvicinarsi della manifestazione finale della Marcia del ritorno crea molta apprensione, soprattutto per le possibili ulteriori conseguenze sui civili che partecipano alle proteste. I leader di Hamas che governano a Gaza e hanno appoggiato la Marcia, spingono per ottenere un successo politico e di immagine sfidando l’intransigenza israeliana; uno scenario che rischia di esacerbare ancora di più lo scontro in atto.

 

Crediti immagine: ANSA/AP


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