12 ottobre 2021

Si apre il G20 sull’Afghanistan: difficoltà e prospettive

Dopo una non facile gestazione, alle ore 13 di martedì 12 ottobre iniziano, a porte chiuse e in modalità virtuale, i lavori della riunione straordinaria dei leader del G20 sull’Afghanistan. Un appuntamento fortemente voluto da Mario Draghi, nell’ambito della presidenza italiana del G20, che volge al termine. Tra gli obiettivi dell’incontro, il sostegno alla popolazione civile che affronta una grave emergenza umanitaria e la lotta al terrorismo, per impedire che il Paese torni a essere un rifugio per organizzazioni fondamentaliste armate. Potrebbero sembrare risultati facilmente perseguibili per i venti Paesi più ricchi del mondo, ma in realtà ci sono due ostacoli importanti: da un lato, la volontà di aiutare le popolazioni senza però favorire o legittimare il governo espressione dei Talebani e, dall’altro, le divisioni interne al G20 che riproducono quelle della comunità internazionale, immersa in un clima che ricorda quello della guerra fredda.

Sul primo punto sembra che si stia trovando una strada, sulla scia di quanto è successo a Doha, in Qatar, dove si sono confrontate sabato 9 e domenica 10 ottobre una delegazione degli Stati Uniti e una dei Talebani: nell’incontro, incentrato sull’evacuazione dal Paese di stranieri e di afghani a rischio per aver collaborato con gli occidentali, è maturata un’intesa per far arrivare aiuti alla popolazione civile da parte degli Stati Uniti, senza per questo necessariamente passare per un riconoscimento formale del governo dei fondamentalisti. Martedì 12, proprio mentre sarà in corso il G20 straordinario, funzionari dell’Unione Europea incontreranno esponenti del governo afghano, sempre a Doha; anche Bruxelles è orientata, come ha ribadito Josep Borrell, a prevenire «questa catastrofe umanitaria senza, certamente, riconoscere i Talebani».

Per quanto riguarda le divisioni interne allo stesso G20, la proposta di Draghi è partita proprio dalla constatazione che un vertice comprendente anche Russia, Cina, Turchia, che sono Paesi membri, e il Qatar, che sarà importante ospite, possa sviluppare con più efficacia il dialogo con il nuovo regime. Le divisioni però pesano; Cina e Russia sembrano intenzionate a partecipare al summit in forma ridotta, con un rappresentante del ministero degli Esteri. Con questi presupposti, sono fondate le aspettative di decisioni operative per fronteggiare la catastrofe umanitaria; un impegno indiretto, cioè gestito sul campo dalle Nazioni Unite, ma fondato sulle risorse dei Paesi che partecipano al G20. Aiuti arriveranno anche ai profughi che hanno trovato ospitalità nei Paesi vicini; inoltre, le persone più esposte saranno sostenute nel loro tentativo di lasciare l’Afghanistan. Prospettive più limitate invece per quanto riguarda la lotta al terrorismo, il rispetto delle libertà e i diritti delle donne; se il G20 otterrà qualcosa, resterà secondo molti osservatori nei limiti delle dichiarazioni generiche e delle promesse che rischiano di essere presto dimenticate.

La situazione dell’Afghanistan è drammatica, dopo anni di conflitti violenti; l’economia è in caduta libera, una parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, le strutture sanitarie sono in grande difficoltà e numerosi attentati sono stati messi in atto nelle ultime settimane da parte dello Stato islamico della Provincia di Khorasan, che contrasta il nuovo regime, considerato impuro da un punto di vista religioso e troppo morbido con gli Stati Uniti. Secondo il Norwegian Refugee Council, 18 milioni di afghani sopravvivono grazie agli aiuti umanitari, un terzo della popolazione è sottoalimentata e un milione di bambini rischiano di morire di freddo e fame durante l’inverno. Una situazione resa più fragile dopo che le riserve della Banca centrale depositate all’estero sono state congelate e i trasferimenti di denaro interrotti, in seguito alla conquista del potere da parte dei Talebani.

La sfida che si trovano di fronte i Paesi del G20 è irta di contraddizioni: aiutare i civili senza rafforzare il governo, sostenere i diritti delle donne, delle minoranze, dei dissidenti senza interrompere il dialogo con i fondamentalisti, trattare senza concedere riconoscimenti formali e legittimità. La gravità e complessità della situazione e l’importanza della posta in palio potrebbero però spingere Paesi distanti nello scenario geopolitico globale verso un impegno unitario.

 

Immagine: Kabul, Afghanistan (14 agosto 2021). Crediti: Trent Inness / Shutterstock.com

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