24 luglio 2020

Si riapre il dibattito sul futuro dell’Arabia Saudita

L’anziano sovrano dell’Arabia Saudita, re Salman, è stato sottoposto con successo giovedì 23 luglio, a un intervento chirurgico per rimuovere la cistifellea; il monarca saudita, che ha 84 anni, era stato ricoverato lunedì a Riyad e resterà nell’ospedale King Faisal ancora qualche giorno. A causa delle sue condizioni di salute, la visita del primo ministro iracheno Mustafa Al Kadhimi prevista proprio per lunedì 20 era stata rinviata, anche se una delegazione irachena, guidata dal ministro delle Finanze, Ali Allawi, ha incontrato comunque a Riyad rappresentanti del governo saudita e sono stati firmati diversi accordi di cooperazione economica. Martedì Salman ha presieduto, dalla sua camera, una riunione del governo a distanza; la vita pubblica del Paese non ha subito eccessive scosse o interruzioni.

Le condizioni del sovrano sembrano inoltre abbastanza buone, ma questo ricovero ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla difficile transizione che il regno saudita sta attraversando, in cui la figura del principe ereditario Mohammad bin Salman, accorso a Riyad per stare vicino al padre, appare sempre più centrale. Salman bin Abd al-Aziz è salito al trono nel gennaio 2015, a settantanove anni, dopo aver ricoperto diversi incarichi, tra cui ministro della Difesa (2011-15) e governatore della provincia di Riyad, incarico che ha mantenuto per 48 anni. Fin da quando è salito al trono, Salman è sembrato consapevole che la tradizionale politica saudita degli ultimi decenni - conservatorismo religioso, economia basata esclusivamente sul petrolio, autoritarismo interno e alleanza con l’Occidente - non era più all’altezza dei tempi. La scelta di lanciare un piano di sviluppo come Saudi Vision 2030 e di nominare come erede Mohammad bin Salman, che di anni ne ha 35 e può interpretare le aspirazioni economiche e sociali di una società dall’età media bassa, è un tentativo di arginare le difficoltà che l’Arabia Saudita sta attraversando.

Mohammad bin Salman sta prendendo in mano le redini del Paese e la sua visione inizia a delinearsi più chiaramente. Modernizzare non significa democratizzare la società. Le spinte al rinnovamento non sono mancate negli ultimi anni, nei confini però di un riformismo dall’alto, che non ammette dissensi e blocca un libero dibattito pubblico. Pensare uno sviluppo economico che non dipenda soltanto dal petrolio e restituire all’Arabia Saudita un ruolo egemone nel mondo arabo, contrastare potenze regionali come l’Iran e la Turchia sono gli obiettivi che Mohammad bin Salman sta perseguendo. La democratizzazione del Paese e lo sviluppo dei diritti umani, in particolare delle donne, non affianca se non molto parzialmente questo percorso, come l’omicidio nel 2018 del giornalista dissidente Jamal Khashoggi e le diverse campagne repressive che si sono susseguite hanno dimostrato. Alcuni miglioramenti ci sono stati, come il ridimensionamento del ruolo del wali, il guardiano personale che sopraintendeva alla vita di ogni donna, e il permesso di guidare. Paradossalmente però le donne che avevano avanzato le richieste emancipatorie, poi parzialmente ottenute, sono state arrestate nel 2018 e non sono state ancora rilasciate. I cambiamenti evidentemente devono essere calati dall’alto, non ottenuti attraverso la mobilitazione democratica delle persone.

 

Immagine: Mohammad bin Salman (18 settembre 2019). Crediti: State Department photo by Ron Przysucha (public domain), attraverso www.flickr.com

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