21 settembre 2021

Significati, contraddizioni e pericoli del patto tra USA, Australia e Gran Bretagna

 

L’annuncio del patto trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti – l’AUKUS – e della decisione australiana di abbandonare l’accordo del 2016 con la Francia per l’acquisto di 12 sottomarini diesel, per sostituirli con sottomarini statunitensi a propulsione nucleare, ha scatenato un vero e proprio terremoto nelle relazioni internazionali. Anche se è presto per comprenderne appieno i riverberi globali e si parla comunque di scelte dagli effetti concreti assai futuribili (secondo le previsioni, il primo sottomarino sarà disponibile solo nel 2040), modalità e tempistica di quanto è accaduto sono assai indicative.

Proviamo allora a individuare i tre principali significati dell’AUKUS e della svolta australiana sui sottomarini, per poi definire le contraddizioni e i pericoli che ne conseguono.

Il primo evidente aspetto riguarda la volontà statunitense di promuovere un’azione più robusta di contenimento della Cina nell’Asia-Pacifico. Spazio, questo, dove la garanzia securitaria statunitense si è a lungo basata su una rete di alleanze bilaterali e mini-laterali, che da un lato ne circoscrivevano l’efficacia e il livello d’istituzionalizzazione – assai limitato se confrontato al corrispettivo atlantico – e dall’altro sembravano essere apprezzate dalla stessa Cina, poiché quelle alleanze concorrevano in fondo a garantire la stabilità dell’area e tenere sotto tutela statunitense alcuni storici avversari di Pechino, Giappone e Corea del Sud su tutti. Il maggiore (e talora spregiudicato) attivismo cinese, le fortissime tensioni degli ultimi anni tra Cina e Australia, le pressioni interne per l’adozione di una posizione di maggior fermezza verso Pechino: tutte questa variabili convergono nell’informare l’equazione che spiega oggi la volontà statunitense di creare un vasto fronte capace d’isolare e arginare la Cina.

Vasto fronte, ed è questo il secondo significato dell’AUKUS, cementato attraverso una retorica che enfatizza la comunanza ideale e valoriale dei tre Paesi. Nel comunicato congiunto che annuncia l’accordo vi sono numerosi riferimenti alla naturale convergenza prodotta, si afferma, da «ideali duraturi», «valori condivisi» e una «comune tradizione di democrazie marittime». Siamo ovviamente lontani dai sovraccarichi toni “occidentalisti” della prima guerra fredda o da un certo “anglosassonismo” invocato in passato per giustificare soprattutto la relazione speciale tra Stati Uniti e Regno Unito. E però l’impressione forte è che per quanto molto affinato, questo elemento rimanga e sia anzi particolarmente importante per i governi conservatori di Londra e Canberra (nel suo comunicato, Boris Johnson ha descrito l’Australia come una «nazione affine» e «un partner naturale in questa grande impresa»).

Il terzo significato riguarda la Francia, per la quale l’accordo del 2016 con l’Australia era un altro, importante tassello di un’aggressiva politica di export militare, funzionale a estendere l’influenza francese, finanziare un’onerosa politica di difesa e ribadire come in materia di sicurezza la leadership di Parigi dentro l’Unione Europea (UE) sia incontestabile. Una politica ambiziosa e anche spregiudicata, quella francese. A costante rischio di velleitarismo, però, sia per l’isolamento diplomatico in cui la Francia rischia spesso di trovarsi sia per le carenze del sistema industriale che la dovrebbe supportare. La vicenda dei sottomarini da fornire all’Australia è per molti aspetti esemplare. È chiaro che il voltafaccia di Canberra è stato dettato primariamente da ragioni politiche, strategiche e militari: dalla volontà di legarsi più strettamente agli USA e ottenere le garanzie che solo l’egemone può dare. La giustificazione per abbandonare l’impegno con la Francia – impegno già costato all’Australia più di un miliardo di dollari – è stato offerto dai mille problemi intervenuti nella realizzazione di quell’accordo, con i tempi stimati di consegna dei sottomarini che slittavano sempre più in là, i costi che raddoppiavano rispetto alle previsioni iniziali (superando i 50 miliardi di dollari), vari problemi legati alla cybersicurezza sui quali la compagnia francese responsabile per la costruzione dei sommergibili non dava forti garanzie, e le promesse disattese sul numero di posti di lavoro che sarebbero stati creati in Australia.

Questi presupposti generano cortocircuiti plurimi e pericolosi. Dal nostro punto di osservazione, è utile schematizzarli osservandoli dentro i cerchi più o meno concentrici dei diversi ordini internazionali nei quali ci troviamo: quello globale, quello atlantico e quello europeo. Rispetto al primo, la nascita dell’AUKUS costituisce un altro tassello in quella che appare una pericolosissima escalation. Escalation, questa, che si estende anche a un regime di controllo della proliferazione nucleare già di suo in sofferenza. Da un lato, l’accordo trilaterale e l’estensione all’Australia della tecnologia necessaria alla propulsione nucleare dei sottomarini aggiungono una scintilla ulteriore al detonatore di un “dilemma della sicurezza” che pare oggi costituire il volano primario e conflittuale del rapporto tra USA e Cina. Un meccanismo di azione-reazione che in entrambi i Paesi alimenta la realtà, e ancor più la percezione, di trovarsi in una condizione crescente di pericolo e vulnerabilità, dalla quale uscire solo con misure che spaventano ancor più la controparte e acuiscono una pericolosissima spirale. Dall’altro, fragilizzano il sistema di non proliferazione e rischiano di attivare un domino che legittima e accelera una nuova corsa agli armamenti.

Se passiamo all’ordine atlantico, l’AUKUS provoca una lacerazione profonda dentro un sistema in difficoltà e rende ancor meno credibile la promessa di Biden e Blinken di rimettere la relazione con l’Europa al centro della politica estera statunitense. Più concretamente, queste tensioni transatlantiche stridono con l’obiettivo statunitense di creare una vasta alleanza capace di adottare una linea più ferma nei confronti della Cina. Alleanza dentro la quale il ruolo dell’Europa è ovviamente centrale, e come abbiamo visto negli ultimi anni solo una fattiva partecipazione europea può garantire sia un’efficace azione di controllo degli investimenti esteri cinesi sia – obiettivo fondamentale per Washington – una riduzione del ruolo e peso della Cina nelle catene globali di produzione, indispensabile per limitare la capacità cinese di condizionamento dell’ordine globale. Per quanto vada di moda prefigurare l’esistenza di rigide gerarchie nelle priorità strategiche statunitensi – in virtù delle quali il teatro atlantico-europeo sarebbe oggi grandemente secondario rispetto a quello pacifico-asiatico – nell’ordine globale altamente integrato di oggi quelle distinzioni hanno perso gran parte del loro significato. Nella vicenda dell’AUKUS e dei sottomarini, il combinato disposto di goffaggine e aggressività che ha contraddistinto l’azione statunitense ha finito per danneggiare una relazione – quello euro-statunitense – fondamentale rispetto all’obiettivo di contenere la Cina o di modificarne postura e atteggiamenti.

E questo ci porta al terzo e ultimo cerchio, quello europeo. Gli USA hanno chiaramente scommesso sulla gestibilità di una crisi con un partner, la Francia, le cui mire egemoniche dentro la UE, da promuoversi primariamente attraverso lo strumento militare, sono invise a molti, a partire dal vero egemone europeo, la Germania. Il tempo ci dirà se è una scommessa vincente, anche se fa una certa impressione vedere quanto solide rimangano le posizioni atlantiste non solo in alcuni settori della SPD, ma anche nella nuova e dinamica leadership dei Verdi tedeschi. Certo, però, è che come da tradizione, le tensioni forti tra gli USA e uno dei loro principali partner europei si riverberano anche dentro le dinamiche intra-europee, rischiando di accentuare divisioni e tensioni.

Il tempo ci dirà se l’AUKUS sia davvero un tornante nelle relazioni internazionali contemporanee o semplicemente un acronimo da aggiungersi ai tanti, oggi dimenticati, a cui gli USA hanno prestato il loro nome negli ultimi decenni. Di certo, però, ci si trova in una fase assai critica e fluida e l’impressione molto forte è che i falchi liberal che sembrano oggi avere in mano le redini della politica estera statunitense si affidano a modelli, schemi e retoriche spesso obsoleti e inadeguati.

 

Immagine: USS Louisville (SSN-724), sottomarino nucleare ad attacco rapido della U.S. Navy, Phuket, Thailandia (9 aprile 2018). Crediti: The Mariner 4291 / Shutterstock.com

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