12 ottobre 2015

Siria, gli errori dell'Occidente

Elias Canetti scrisse che schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano. Lo è anche riguardo alla guerra siriana. Questa guerra è al tempo stesso civile e internazionale. La guerra interna si regge sul sostegno di potenze esterne ai ribelli: Arabia Saudita, Emirati, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Turchia, Qatar. Si tratta di un disarticolato allineamento di Stati impegnati a combattere il governo siriano che ha trascurato per quattro anni la concretezza degli interessi russi in Siria, affermati, ribaditi bensì ignorati. Questi interessi, considerati a rischio, sono oggi difesi con le armi. 

Ciò sorprende solo chi non fa quello che dice e non dice quello che fa. La Russia fa quello che ha detto: difende un alleato cruciale e la propria sfera d’influenza nella regione mediorientale e mediterranea. In questo senso, essendo la difesa l’origine della guerra – perché il respingere l’attacco e il combattere sono una cosa unica – la Russia provoca il rischio evocato dal presidente Hollande: la guerra generale, quella che coinvolge direttamente le grandi potenze. Questo rischio è la cifra della gravità attuale, racchiusa anche nelle parole del segretario Carter: “non siamo preparati a cooperare con la Russia se continua a seguire una strategia errata”. Nel frattempo, la strategia ‘corretta’ non ha evitato la morte di centinaia di migliaia di persone né la fuga di milioni e ha contrastato l’azione del Daesh con “un decimo delle azioni rispetto a campagne aeree del passato, tipo il Kosovo” – come ha chiarito il Generale Tricarico. 

Se è così, una sintesi del groviglio siriano è compendiata nel titolo del libro di Canetti evocato in apertura, Potere e sopravvivenza. Se s’accetta che il governo di uno Stato rappresenti quello Stato allora si può dire che la Siria combatte per la propria sopravvivenza, insieme agli alleati russi e iraniani. Lo fa contro gruppi ribelli a quel potere sostenuti dall’esterno, affidandosi, a sua volta, a potenze esterne. Per scansare questa scabrosa situazione la formula politica delle classi dirigenti euro-atlantiche è stata finora ‘minimo dei fatti, massimo di propaganda’. Oggi però l’ombra della guerra internazionale supera quella della guerra interna e anche il minimo dei fatti soverchia il massimo di propaganda. Il fatto minimo è che la dottrina politica che pone come principio d’azione legittimo l’abbattimento dei regimi degli Stati non allineati è giunta in Siria a decomposizione. Con essa si è decomposto tutto l’assetto interstatale mediorientale. Un futile bilancio potrebbe essere questo: se la politica ideologica offusca la ragione politica, la politica estera ideologica la offusca ancor di più. 

La Russia, passata da partner delle potenze occidentali a preteso paria sotto sanzione (2002-2014), mostra oggi con la diplomazia la volontà di contrastare quella dottrina e con la forza la capacità di contrastarne gli effetti. È volta a bilanciarla da sola e tramite le alleanze descritte dalla rotta dei suoi missili: Iran, Iraq, Siria. Nel frattempo, essa e tutte le potenze attive in Siria combattono, direttamente o indirettamente, su più fronti, compresi quelli interni: in Ucraina, nello Yemen, in Libia, in Afghanistan, in Turchia, in Iraq. Da Abu Dhabi ad Ankara i giorni di lutto nazionale aumentano in cadenza. Non cesseranno finché la costellazione diplomatico-strategica, logora e compromessa, non troverà una sistemazione soddisfacente per le principali potenze coinvolte: la pace di soddisfazione, oggi remota, è l’uscita dalla guerra.

Questa sistemazione è ignota ma richiede almeno la rinnovata legittimazione del principio di non ingerenza nelle relazioni internazionali e i suoi corollari politici. È ormai chiaro che l’ambizione di legittimare la sovversione internazionale dell’ordine interno degli Stati, ossia mutarne il regime politico con la guerra, ha sovvertito l’ordine interstatale. Come forse direbbe De Maistre, l’unico principio coerente di coesistenza interstatale è che ogni governo è buono una volta che è stabilito e riconosciuto come tale. Damasco, come Riad, non fa eccezione. Viceversa, ciò che si ha è più instabilità, non più ordine; più guerra, non  più pace. 

Le tesi assiomatiche che giustificano le guerre di dottrina – guerre per scelta ideologica – offrono strumentalizzazione, sovversione e sangue. Le aride formule di polverosi professori inglesi e americani riguardo l’ottimo governo e le civitates maximae si sono dimostrate politicamente esplosive nelle relazioni internazionali. Oggi viene in mente Goldoni: “ Tutt’arme è il Mondo. Ne’ circoli, nelle piazze, nelle conversazioni, nelle botteghe non si sente che parlar di guerra”. In Siria e altrove occorre parlare di pace, questione elusa dai combattenti a tavolino. Non sarà quella perpetua profetizzata da Eusebio per la venuta di Cristo, il sogno della fine del pluralismo politico di Stati indipendenti con regimi differenti. Può essere solo, per chi la vuole, una pace attuale, imperfetta e senza giustizia. Quella pace concreta che in Siria è ormai affidata alla guerra, non certo per volontà celeste.  


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