7 gennaio 2019

Siria, sabbia e morte

«Sabbia e morte». Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 ricordano quelle di Rino Formica per definire la politica tout court: «sangue e merda». Sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. In Siria nord-orientale nulla è cambiato sul terreno con l’arrivo del nuovo anno, quello nel quale scoccherà l’ottavo di guerra. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’.

Il presunto ritiro delle forze americane, annunciato dal comandante in capo, ma ancora indeterminato nel tempo e incerto nei modi, è stato già un catalizzatore della violenza che si genera coi vuoti di potere. In Siria ora si combatte difatti anche in vista del momento in cui il presunto vuoto lasciato dagli americani andrà colmato, semmai così sarà. Sia come sia, resta il fatto che la sola percezione di un possibile mutamento nell’equilibrio di potenza, determinato anche dalla presenza americana, ha già prodotto un rinnovato slancio bellico per il controllo territoriale e la definizione finale delle sfere d’influenza. Finale perché, al momento, lo sforzo della Russia per imporre la propria presenza in Siria sembra infine vittorioso. Sembra essere riconosciuto come vincente, dopo anni e anni di guerra, in modo esplicito o implicito, dalle potenze maggiori. Il più cristallino a riconoscere l’affermazione russa è stato Jeremy Hunt, ministro degli Esteri britannico: «La Russia potrebbe pensare di avere conseguito una sfera d’influenza [in Siria]. Ciò che potremmo dirle è sì – e con ciò anche una responsabilità».

Le posizioni di Trump e Hunt, considerate assieme, segnalano ormai l’accettazione di un fatto: il governo formale della Siria resterà al presidente Assad e quindi dipendente dalle scelte politiche russe. In questo senso, se nulla cambierà, questa guerra di Siria è finita. È finita, cioè, la competizione per cambiare il regime, il conflitto armato che aveva come posta in palio la caduta di Assad, quindi il controllo della Siria e la sua collocazione nelle sfere d’influenza internazionali. Continua, invece, la guerra per il controllo del territorio, destinato ormai più alla riunificazione sotto Damasco/Mosca/Teheran che alla partizione. Decimate le milizie del Daesh e delle opposizioni ad Assad, si tratta, soprattutto, del destino dei Curdi siriani nord-occidentali, posti in attesa del loro fato proprio a causa dell’annunciato ritiro americano e del consolidamento di Assad. Ciò che trattiene la Turchia dallo scatenamento della sua forza bellica oltre confine e oltre l’Eufrate è proprio la presenza americana sul terreno, ancora a fianco dei Curdi; i quali, a loro volta, di fronte al possibile abbandono, cercano almeno nuovi allineamenti proprio con Assad in funzione antiturca. Alla Turchia si deve, difatti, il sostegno passato e presente agli antagonisti di Assad, Daesh compreso.

Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia.

La guerra siriana è dunque giunta a uno dei più compiuti paradossi della sua durissima e ignobile storia. I principali combattenti contro il Daesh, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio a quelle donne e uomini toccano oggi non onori e gloria bensì ancora combattimenti per sopravvivere; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.

Oggi a Washington sabbia e morte sono, per alcuni senza cognizione morale della guerra, pura retorica politica; in Siria sono invece  l’ambiente reale in cui molti devono provare a  sopravvivere. Per costoro vale il motto di Raymond Aron, suprema morale realista: sopravvivere significa vincere.

 

Crediti immagine: quetions123 / Shutterstock.com  

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0