1 settembre 2021

Nella disfatta afghana, la perdita di scopo della politica occidentale

 

È un fatto elementare che il sostegno alla guerra sia una forma di guerra. Lo è altrettanto che far parte di un’alleanza belligerante implica una condotta di guerra che può portare al successo o alla sconfitta. La guerra in Afghanistan condotta dall’Alleanza atlantica – Italia compresa – non ha mai avuto oppositori interni rilevanti e infatti è durata vent’anni: maggioranze parlamentari hanno sostenuto l’impegno bellico senza suscitare nessuna contrarietà pubblica rilevante. Oggi è più interessante il fatto che così tante persone siano state condotte, ai margini delle loro attività, a considerare la guerra in Afghanistan un problema preminente della politica internazionale, o che così poche persone siano state portate, per così tanto tempo, a fare di questo problema un loro interesse?

La guerra in Afghanistan è stata una pietra miliare nella storia dell’Alleanza atlantica anche perché è stata la prima operazione bellica extra-europea nella sua lunga esistenza. Ora è la prima sconfitta nella storia della NATO. Questa sconfitta in guerra ha quindi una portata storica persino superiore alle sue origini, ma di segno opposto. Basti ricordare che parlare dell’Alleanza atlantica significa parlare dell’Occidente. Se è esistito un concetto unitario d’Occidente dopo la guerra fredda, esso è largamente coinciso col discorso sull’Alleanza atlantica. Non si tratta di un’alleanza qualsiasi, né di una mera configurazione militare. La NATO è stata molto di più e tanto altro nel discorso politico occidentale dell’ultimo secolo e di quello attuale. È stata, tra l’altro, la sua più potente tautologia.

La politica dell’alleanza occidentale è legata a un principio di legittimità posto anche alla base della giustificazione e della condotta di guerra come linea politica, Afghanistan compreso. Gibbons-Neff, ex caporale americano e combattente sul fronte di Marja, lo racconta così: «Stavamo combattendo i Taliban per far sì che l’Afghanistan potesse costruire una democrazia, o qualcosa del genere. Ce la presentavano così quando ci hanno spedito lì».

 Sia come sia, oggi sembra che quasi nessuno, se non proprio nessuno – a parte il Parlamento sammarinese – invochi il valore della Costituzione tuttora vigente rispetto a qualsiasi governo possa assumere il potere e a prescindere dai modi con cui lo assume. La retorica politica sembra perciò tradire, con la sua pomposità d’occasione, un cronico disinteresse sostanziale per l’Afghanistan in quanto tale e il suo destino quale comunità politica. Cosicché questa retorica sembra tanto più immorale in quanto crede di essere morale: afferma diritti umani, libertà civili, assistenza umanitaria, contrarietà al terrorismo, protezione delle minoranze e ogni giorno divulga un «nuovo piano per il popolo afghano», trascurando il fatto che quel piano esiste già ed è, finché vige, la Costituzione afghana.

La Costituzione afghana tuttora vigente afferma nel preambolo il suo fondamento sulla volontà popolare e sulla democrazia, e che lo Stato afghano è costituito al fine di creare una società civile libera da oppressioni, atrocità, discriminazioni e violenza e basata sul principio di legalità, sulla giustizia sociale, sulla tutela dei diritti umani e della dignità, garantendo i diritti fondamentali e le libertà del popolo. Secondo la Costituzione la nazione afghana comprende i seguenti gruppi etnici: Pasthun, Tagiki, Hazara, Uzbeki, Turkmeni, Beluci, Pashai, Nuristani, Aymaq, Arabi, Kirghisi, Qizilbash, Gujari, Brahui ed altri. La Costituzione afferma che lo Stato afghano si conforma alla Carta delle Nazioni Unite, ai trattati internazionali e alle convenzioni internazionali di cui l’Afghanistan è parte e alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Essa vieta ogni forma di discriminazione e di privilegio tra i cittadini dell’Afghanistan – uomini e donne – che hanno gli stessi diritti e doveri di fronte alla legge. Secondo la Costituzione la libertà di espressione è inviolabile, il domicilio è inviolabile, la proprietà è inviolabile.

Oggi molti evocano «un approccio comune internazionale» sull’Afghanistan e ragionano sulle condizioni necessarie al riconoscimento internazionale di un nuovo governo legale. Nessuno però ha ancora chiesto alle autorità afghane – qualunque esse siano – di rispettare e difendere la Costituzione del loro Stato e neppure sembra intenzionato a farlo. Se è così, la guerra in Afghanistan è più di una sconfitta militare per l’alleanza di Stati che l’ha combattuta: illustra la perdita di scopo e di direzione della politica occidentale. Se questa perdita non viene sanata tutti coloro che si stanno scontrando sul futuro dell’Afghanistan continueranno a scontrarsi sotto un cielo vuoto, dal quale anche gli dei saranno fuggiti.

 

Immagine: Militari tedeschi, con base a Camp Marmal, durante un pattugliamento di sicurezza, Mazar-e Sharif, Afghanistan (22 luglio 2009). Crediti: Petty Officer First Class Ryan Tabios, ISAF HQ Public Affairs [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso flickr.com

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