28 marzo 2014

Stati Uniti, Putin e la retorica di Hitler

Secondo lo storico David Lowenthal non c'è niente di meglio di un'analogia per semplificare uno scenario di politica estera. Il governo americano nel legittimare la sua risposta alle crisi internazionali – scrisse lo storico nel 1995 – ha bisogno di concetti semplici dai richiami storici istantanei.

Dopo qualche settimana di attesa, negli Stati Uniti anche la crisi in corso tra Russia e Ucraina ha avuto la sua etichetta retorica di successo: la Germania nazista di Adolf Hitler. 

Lo scorso 4 marzo l'ex Segretario di Stato Hillary Clinton, intervenendo ad un evento privato di raccolta fondi in California, ha dichiarato come l'atteggiamento del presidente russo Vladimir Putin le ricordi qualcosa di “familiare” avvenuto qualche anno prima della Seconda Guerra Mondiale: “È quello che fece Hitler negli anni Trenta” con i Sudeti – riporta l'unica testata locale ammessa all'incontro, il Long Beach Press Telegram - quando diceva di “dover proteggere quanti si sentivano tedeschi anche al di fuori dei confini della Germania”.

Più che un paragone, per Hillary Clinton – costretta a correggere diplomaticamente il tiro delle sue dichiarazioni – si è trattato di una raccomandazione utile ad inquadrare da una “prospettiva storica” la crisi tra Russia e Ucraina. “Nessuno vuole affidarsi alla retorica”, ha tagliato corto la Clinton, ma gli ultimi cinquanta anni ci raccontano una storia diversa: la retorica è negli Stati Uniti uno strumento molto efficace di persuasione politica, e invocare il fantasma di Adolf Hitler è una costante del discorso politico americano utile a semplificare la portata della minaccia da affrontare.

In principio fu nel 1965 il presidente Lyndon Johnson, alle prese con l'escalation in Vietnam. Le “lezioni che abbiamo imparato dalla storia” - disse il presidente in conferenza stampa il 28 marzo del 1965 – ci mostrano come “arrendersi in Vietnam non porterà la pace, poiché abbiamo imparato da Hitler a Monaco come il successo alimenti l'appetito di aggressione”. Vent'anni dopo – il 15 febbraio del 1984 - il Segretario di Stato George Shultz etichettò il governo filo-sovietico dei Sandinisti in Nicaragua come “un regime ripugnante” che ai turisti si presentava “come la Germania nazista”. Cinque anni dopo, nell'agosto del 1989, il Segretario di Stato Lawrence Eagleburger tornò a cavalcare l'identica retorica del male accostando gli illeciti traffici del generale Panamense Manuel Noriega all'atteggiamento di Hitler: “È una aggressione così come è certo che l'invasione della Polonia di cinquanta anni fa da parte di Hitler fu una aggressione”.

Esattamente ad un anno di distanza, l'invasione del Kuwait voluta il 2 agosto del 1990 da Saddam Hussein dilapidò dieci anni di ottime relazioni internazionali tra Iraq e Stati Uniti. L’ex alleato Saddam Hussein divenne nottetempo l'incarnazione di Adolf Hitler. Tra il 2 agosto 1990 e il 15 gennaio del 1991 si calcola che Washington Post e New York Times da soli abbiano pubblicato 228 notizie in cui è citata l'analogia con Adolf Hitler. E il New York Times il 5 aprile del 1990 fu la prima testata giornalistica ad associare Saddam Hussein ad Adolf Hitler.

I leader politici cominciarono ad utilizzare questa retorica dal 22 luglio del 1990, quando il ministro della Difesa israeliano Moshe Arens nel corso di un incontro con il segretario della Difesa americano Dick Cheney definì il leader iracheno “another Hitler”. A poco più di un mese di distanza, gli fece eco il senatore Alfonse d'Amato sulle pagine  ancora del New York Times : “Prima della Seconda Guerra Mondiale, il mondo ha tollerato Adolf Hitler, credendo erroneamente fosse un nemico del comunismo. Abbiamo fatto lo stesso errore tollerando Saddam Hussein”.

Anche il presidente George H.W. Bush cavalcò questa retorica trionfalmente, nel corso del suo discorso alla nazione dell'8 agosto del 1990: “L'appeasement non funziona. Come già successo negli anni Trenta, vediamo in Saddam Hussein un dittatore aggressivo che minaccia i Paesi vicini”. 

Parole simili a quelle di Bush torneranno ad essere utilizzate anche dal presidente Bill Clinton nel 1999 accostando il presidente jugoslavo Slobodan Milošević al dittatore nazista: “E se qualcuno avesse ascoltato Churchill affrontando prima Adolf Hitler?”, disse il presidente Clinton il 24 marzo del 1999 per giustificare la legittimità della decisione di intervenire in Kosovo. Tre anni più tardi, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld in un'intervista a Fox News del 19 agosto del 2002 dichiarò in risposta alle poche prove sul regime di Saddam Hussein come lo stesso atteggiamento attendista avesse portato allo strapotere di Adolf Hitler: “Pensate al preludio della Seconda Guerra Mondiale, pensate a tutti quei Paesi che dicevano 'non abbiamo prove a sufficienza' anche se il Mein Kampf era già stato scritto”.

E se in tempi più recenti il presidente Obama ha dribblato la questione non citando mai esplicitamente un paragone di questo calibro, al suo posto è intervenuto l'attuale Segretario di Stato John Kerry. Il primo settembre scorso nel corso di un'intervista alla Nbc John Kerry ha tuonato contro il presidente siriano Bashar Assad reo di aver ordinato l'attacco chimico del 21 agosto scorso con cui – sono parole di Kerry - “Assad si aggiunge alla lista con Adolf Hitler e Saddam Hussein dei leader che hanno utilizzato questo tipo di armi in guerra”. Curioso in questo caso come John Kerry – nel 1991 contrario alla guerra a Saddam Hussein – abbia cambiato radicalmente idea non riuscendo comunque a destituire Assad. A dimostrazione che le parole a volte rimangono solo parole, e che la retorica non è sempre sinonimo di coerenza. 

Resta il fatto che alla luce del pantano del Vietnam, della resistenza armata dei Contras in Nicaragua, dell'invasione di Panama, e della prima Guerra del Golfo del 1991 – così come del secondo coinvolgimento in Iraq del 2003 - tirare in ballo Hitler è un gioco pericoloso che storicamente non porta a nulla di buono.

E anche se Hillary Clinton dice di non volerla buttare in retorica, il suo ruolo di ex-segretario di Stato e di possibile candidata alle prossime presidenziali del 2016 non lascia spazio a battute poi smentite come esternazioni imparziali. Il suo paragone su Putin e Germania nazista ha già scatenato l'ovazione repubblicana – con gli endorsement di John McCain e Marco Rubio – e la reazione interventista di opinionisti anti-Putin.

Il campione di scacchi Garry Kasparov – oggi presidente dell'International Council dell'Human Rights Foundation – ad esempio si è lanciato in un duro attacco al presidente russo Putin in un articolo pubblicato su Politico in cui - rincuorato dalle parole di Hillary Clinton – opera un parallelismo tra la Russia di oggi e la Germania del 1938 dove al potere c'è un leader “che non è Hitler, ma va fermato lo stesso”.

E ci sono già i primi sondaggi – come quello di YouGov - che hanno verificato un cambiamento di percezione nell'opinione pubblica: la percentuale di intervistati a favore di un coinvolgimento statunitense nella disputa tra Russia e Ucraina sale dal 21% al 29% se la domanda viene preceduta dal paragone tra Putin e Hitler. Questo a riprova del fatto che anche le analogie, semplificando la realtà, influenzano la percezione degli eventi. E la percezione della realtà, come scrisse David Petraeus nella sua tesi di dottorato discussa a Princeton nel 1987, in alcuni casi è più importante della realtà stessa.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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