6 novembre 2020

Stati Uniti e Unione Europea, quattro anni difficili

Negli Stati Uniti regna ancora l’incertezza circa il risultato delle presidenziali. Gli ultimi dati sembrano indicare che alla fine Joe Biden dovrebbe prevalere, ma, al di là dei possibili ricorsi giudiziari, la sua vittoria appare meno netta rispetto a quella annunciata dai sondaggi della vigilia. Il segno più tangibile delle proporzioni del risultato elettorale sarà che se i democratici avranno confermata la maggioranza alla Camera, il nuovo presidente dovrà eventualmente confrontarsi con il predominio dei repubblicani al Senato.

L’Unione Europea è già impegnata nella valutazione della nuova fase che si apre; in questi giorni ha anche invitato i contendenti a non forzare i toni. È opinione diffusa che l’Unione Europea e la Germania in particolare auspichino la vittoria di Joe Biden e, di conseguenza, un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti in tutti i campi. Gli ultimi quattro anni sono stati densi di scontri e di incomprensioni, ma sarebbe un errore ingenuo attribuirli esclusivamente al carattere irruento di Trump e all’istintiva diffidenza reciproca che ha caratterizzato i suoi rapporti con una protagonista della politica europea come Angela Merkel. I contrasti con l’Europa e in generale il nazionalismo di Trump hanno radici profonde e strutturali.

Donald Trump fin dalla sua campagna elettorale del 2016 ha evidenziato la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti tra Stati Uniti ed Europa poiché da decenni gli americani acquistano molte più merci di quante riescano a venderne agli europei. Inoltre, ha più volte sottolineato che gli Stati Uniti sono stanchi di fare il gendarme del mondo e vogliono ridurre i costi della loro presenza in Medio Oriente e in Europa. I contrasti all’interno della NATO nascono anche e forse soprattutto dalla riluttanza degli alleati europei a spendere di più per la difesa, magari acquistando armamenti prodotti negli Stati Uniti. Alla base dei frequenti scontri verbali («i tedeschi sono cattivi» durante un vertice nel 2017, Germania «cattivo esempio» nella lettera a Merkel del 2018, fino alla ‘minaccia’ di ritirare i soldati USA del 2020) non ci sono reminiscenze della Seconda guerra mondiale ma le concrete controversie dell’oggi. Anche le polemiche con Emmanuel Macron nascono soprattutto in contrapposizione all’idea dell’esercito europeo, anche se condite da considerazioni personali («è basso e rompiscatole») e forse inopportune riletture storiche della Seconda guerra mondiale («Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti»).

Trump ha sempre diffidato delle organizzazioni sovranazionali, in particolare dell’ONU, dell’Organizzazione mondiale della sanità, della stessa NATO e indirettamente dell’Unione Europea; si propone infatti come principale esponente dell’ondata sovranista e nazionalista e in quanto tale ha sempre preferito gli accordi bilaterali fra nazioni alle intese globali. Al di là di questo, molti osservatori ritengono più prosaicamente che per motivi commerciali e geopolitici Trump preferisca un’Europa divisa piuttosto che un’Europa unita e autorevole e il modo con cui ha reagito alla Brexit confermerebbe questa visione.

Sul piano dello stile Joe Biden, diplomatico e cortese, sarà, se eletto, un presidente molto diverso dal brusco e diretto Trump. Molti danno per scontato che cercherà di migliorare i rapporti con gli alleati, in particolare con l’Europa, ma anche con il Canada, il Giappone e la Corea del Sud; e forse cercherà una via meno radicale di confronto anche con alcuni degli avversari. La maggioranza repubblicana al Senato e le modalità della sua elezione non renderanno semplice il suo operato, soprattutto nei primi mesi. Per effettuare una svolta radicale della politica estera dovrà fare i conti con i nodi strutturali che sono stati alla base dell’epoca trumpiana.

                           

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Immagine: Angela Merkel e Donald Trump (17 marzo 2017). Crediti: Nicole Glass Photography / Shutterstock.com

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