16 settembre 2020

Stati Uniti, gli incendi al centro dello scontro politico

 

Gli incendi in California ci sono sempre stati. La quantità di territorio coperta da foreste e l’aridità di alcune zone rende quella che si chiama “la stagione dei fuochi” una costante. Un po’ come la stagione degli uragani nella parte tropicale della costa est. Eppure non capita di vedere immagini apocalittiche come quelle osservate ovunque in queste settimane: cielo rosso, città coperte di cenere, aria irrespirabile, devastazione. Secondo il dipartimento per le Foreste e la Protezione degli incendi dello Stato, il 2020 ha trasformato in cenere 9.200 km2, cui si aggiungono i 4.000 dell’Oregon e i 2.000 dello Stato di Washington; nel complesso è come se la Calabria fosse stata completamente distrutta dagli incendi. Il record di tre su quattro degli incendi più gravi di sempre appartiene all’anno in corso. Ci sono morti e migliaia di case distrutte, lo smog e i livelli di ozono presente nell’aria delle metropoli dei tre Stati, note per la vita sana e all’aria aperta (Portland, Seattle, San Francisco), ha toccato livelli senza precedenti, rendendole per qualche giorno tra le città più inquinate al mondo. Un quadro spaventoso che nell’anno elettorale diviene anche tema di scontro politico.

 

Gli scienziati, tutti, imputano il livello della devastazione al cambiamento climatico. Certo, la California è un luogo dove si è costruito nei posti sbagliati, aiutando così la propagazione degli incendi. Certo, la gestione delle foreste non è la migliore. Ma non sfugge che il 2020 è anche l’anno in cui le temperature registrate nello Stato sono le più alte di sempre ‒ i 54,4 gradi registrati ad agosto nella Death Valley stabiliscono forse un record mondiale assoluto – o che gli otto incendi più gravi di sempre siano stati tra il 2012 e oggi.

 

Quello a cui si assiste in queste settimane è quanto previsto molte volte dagli scienziati: quando gli effetti visibili del cambiamento climatico si manifestano, gli uni alimentano gli altri. E così il caldo record alimenta sia gli incendi che l’aumento della quantità di ozono nell’aria, e a loro volta gli incendi inquinano e, deforestando, rendono più plausibile l’aumento delle temperature. Se capita in forma diversa negli atolli del Pacifico la cosa emoziona, se capita nella quinta economia mondiale, come è quella della California, il tutto diventa un problema di tutti. Un esempio? In queste settimane hanno preso fuoco migliaia di case in tutta la costa ovest e questo significa assicurazioni che dovranno rimborsare, premi che cresceranno e prezzi delle case che crolleranno o cresceranno a seconda del livello di rischio dell’area nella quale si trovano. Poi ci sono i danni per le imprese. E così via. Le conseguenze di una crisi di tale gravità in un anno già di crisi saranno di lungo periodo.

E così ha provato a spiegarlo agli americani il governatore Newsom: «Questo non è un dibattito intellettuale. Non si tratta di ideologia. La prova è proprio davanti ai nostri occhi. L’impatto del cambiamento climatico non può essere negato», dice l’esponente democratico, che spiega anche che si può fare di più e meglio per gestire la situazione, ma che stiamo assistendo a ciò che gli scienziati prevedevano sarebbe successo tra 20 o 30 anni.

 

Come già detto ‒ e come accade per ogni crisi degli ultimi anni – anche il dilagare degli incendi diviene oggetto di polemica. Il presidente Trump ha imputato alla cattiva gestione delle foreste la causa di questo disastro. Oggi sarà in California, per mostrare la sua gratitudine ai vigili del fuoco e perché dopo qualche settimana la sua assenza era divenuta vistosa. Il presidente arriverà dal Nevada, dove ha tenuto un comizio in uno spazio chiuso senza che venissero applicate le regole di distanziamento o fosse obbligatorio vestire una mascherina. In Nevada Trump ha detto: «Lo sapete che si tratta di gestione delle foreste. Ricordate le parole ‒ molto semplici ‒ gestione delle foreste. Ricordatele, per favore. Si tratta di gestione delle foreste. E altre cose, ma la gestione delle foreste…». La colpa, insomma, è dei governatori democratici.

 

Joe Biden tornerà a parlare di cambiamento climatico, mentre Kamala Harris visiterà il suo Stato. Dal punto di vista elettorale, un po’ come avvenuto per il Coronavirus delle prime settimane, gli incendi californiani non sono un problema del presidente: i tre Stati colpiti (come New York e il New Jersey a febbraio) non voteranno mai per lui. Il non esserci però sarebbe stato interpretato come una mancanza totale di solidarietà ed empatia. Per Biden questa è una chance per convincere una fetta di elettorato importante e difficile per lui, i giovani, che quello che per loro è un tema cruciale è tra le sue priorità.

 

A proposito di politica e di circolazione di notizie false, il circuito QAnon ha rilanciato e fatto divenire virale un tweet di Paul Joseph Romero, ex candidato perdente al Senato, che sosteneva che lo sceriffo della contea di Douglas avesse arrestato sei piromani “antifa” e che gli incendi fossero un attacco coordinato. In alcuni casi, nell’Oregon ossessionato da settimane dagli scontri di Portland, i residenti sono rimasti in casa invece di fuggire per paura che bande di antifa incendiassero la loro casa. Un delirio che ha costretto l’FBI e numerosi sceriffi locali a smentire qualsiasi ipotesi di complotto. Questo il post Facebook dello sceriffo della Contea di Jackson: «Siamo inondati da domande su storie FALSE. Un esempio è una storia in circolazione in cui cambia l’origine del gruppo coinvolto nell’appiccare incendi e degli arresti che avremmo fatto.

NON È VERO NIENTE! Quando saranno disponibili informazioni ufficiali, queste saranno pubblicate su siti internet e pagine di social media affidabili del governo, dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine. Fate la vostra parte, verificate le informazioni che sentite attraverso fonti ufficiali e NON diffondete voci». Non c’è nulla da aggiungere.

 

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Immagine: Densa coltre di fumo sopra Seattle, Stati Uniti (12 settembre 2020).  Crediti: Inna Zakharchenko / Shutterstock.com

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