20 maggio 2020

Strascichi di guerra fredda in Europa

 

Lo scorso 6 maggio si è tenuto ‒ organizzato a Zagabria dal governo della Croazia, il Paese che detiene la presidenza a turno dei 27 membri dell’Unione Europea (UE) ‒ un incontro virtuale con i 6 Paesi dei Balcani occidentali che si aspettano un giorno di diventare membri a pieno titolo dell’UE: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia. Hanno partecipato alla conferenza i capi di Stato e di governo, concludendo con una dichiarazione ufficiale dell’UE che ha causato disagio tra i sei ospiti.

La Dichiarazione di Zagabria segue l’andamento classico che usa la diplomazia per dare cattive notizie. Sottolinea le affinità, annuncia che stanzierà 3,3 miliardi di euro per la lotta contro il Coronavirus e la ripresa economica ‒ una cifra non da poco in questi tempi ‒, tra gli altri punti, mette di rilievo “la prospettiva europea dei Balcani occidentali”, nonché le sfide comuni e la “difesa di principi e valori europei”. Non include però nessuno dei due argomenti che i potenziali partner dei Balcani desideravano intensamente: la volontà di avanzare nel processo di allargamento dell’UE e un calendario con una data per l’avvio dei negoziati.

In realtà, non si è trattato di una sorpresa per i partecipanti perché la posizione dei Paesi che si oppongono all’espansione dello spazio comune europeo era già nota. Probabilmente cercando di allentare le posizioni, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato lo scorso marzo, quando i negoziatori si stavano preparando per la conferenza ed era già chiaro quale sarebbe stato il risultato, che «la solidarietà europea non esiste, solo la Cina può aiutarci», in relazione al divieto imposto in quei giorni dalla Commissione europea di esportare prodotti medici al di fuori dei suoi confini.

 

L’ingresso dei Paesi dei Balcani occidentali che ancora aspettano di entrare nell’Unione ‒ lo hanno già fatto Croazia e Slovenia ‒ ha principalmente il forte sostegno degli Stati Uniti e della NATO. Una dinamica che risponde in un certo senso a una visione da guerra fredda che sembrava essere stata superata, ma dalla quale l’UE non è stata in grado di liberarsi a causa delle pressioni del suo principale alleato. La forza militare europea, rilevante e dotata delle armi atomiche del Regno Unito e della Francia, non è paragonabile alla forza nucleare russa. Diventa quindi difficile comprendere l’ossessione di Washington nel cercare di isolare completamente Mosca e di allontanare la Cina dallo spazio europeo. Il tentativo degli Stati Uniti di allineare l’UE ai suoi interessi è stato favorito dal vuoto lasciato dai grandi Paesi che in passato hanno avuto leader che cercavano, conformemente ai loro interessi, di sviluppare una politica estera europea. Oggi, con alcune remore da parte del cancelliere tedesco, l’egemonia di Washington ha prevalso su questioni delicate, come il riconoscimento del Kosovo ‒ un Paese con poche possibilità di venire riconosciuto come realtà statuale ‒, l’espansione della NATO o le pressioni per aumentare la spesa militare dei partner europei. Il sogno dei padri fondatori dell’UE sembra essere stato dimenticato nella pratica. Papa Francesco, ricordando i 70 anni del discorso di Robert Schuman in occasione della creazione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, si riferiva ad esso quando diceva che era necessario tornare «a un sogno chiamato solidarietà».

 

Alle divisioni esistenti nell’UE tra Paesi creditori e Paesi indebitati si sono aggiunte quelle generate dalle correnti populiste che si nutrono della retorica anti-immigrati alimentata dai flussi provenienti dagli stessi luoghi in cui il colonialismo europeo ha dominato in passato. Leader populisti hanno preso il potere e nazionalismo e xenofobia si sono diffusi nel Nord Europa più sviluppato in un modo che sarebbe stato impensabile nel recente passato. La diversità di visione e la mancata convergenza principalmente su questioni economiche, come si è visto durante la crisi greca o coi flussi migratori, hanno ridotto l’attrattiva esercitata dalla partecipazione al progetto europeo, come l’abbandono dell’UE da parte del Regno Unito, pur in un contesto completamente diverso, ha dimostrato. Pertanto, sembra impensabile che a medio termine i confini dell’Unione vengano ampliati per includere i Balcani occidentali.

Ci saranno sicuramente promesse e pressioni, ma questi Paesi dovranno continuare ad aspettare, come è successo alla Turchia dal 2005. Nel frattempo, continueranno ad essere corteggiati da Russia e Cina.

 

Immagine: I leader dell’UE e quelli delle nazioni dei Balcani occidentali in occasione di un vertice informale presso la sede della Commissione europea, Bruxelles, Belgio (16 febbraio 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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