5 marzo 2019

Sull’economia globale, le cassandre della recessione

La cattiva nomea di Cassandra è la testimonianza che nel corso dei secoli non siamo stati in grado di far nostro l’insegnamento che i miti greci volevano tramandarci, ovvero di non essere sordi alle profezie negative, ma piuttosto di attivarsi per evitare che si realizzino.

Da diversi mesi a questa parte, soprattutto dall’altra parte dell’Atlantico, di “cassandre” sull’andamento dell’economia globale ne sono emerse diverse, e hanno assunto le sembianze sia di economisti protagonisti, e talvolta anticipatori, del dibattito sulla grande crisi del 2008, sia di istituzioni che hanno messo in campo azioni per rispondere al collasso globale che ne è derivato.

Roubini, Summers  e Krugman, ad esempio, hanno a più riprese sottolineato il rischio di una nuova recessione a livello globale. I tre possono essere considerati esperti in materia, visto che il primo è forse l’unico, o sicuramente tra i pochi, che già nel 2006 aveva lanciato l’allarme, inascoltato, su una imminente crisi degli USA, che si sarebbe poi propagata al resto delle economie mondiali; il secondo è stato l’influente direttore degli esperti economici di Obama che hanno ideato e gestito le politiche fiscali di risposta alla crisi; il terzo è il premio Nobel che sulle colonne del New York Times ha criticato proprio l’insufficienza degli stimoli economici dell’amministrazione Obama.   

Si aggiungono a queste voci preoccupate, Brad DeLong, tra i principali protagonisti del dibattito economico americano, che di recente ha richiamato la «possibilità di una recessione lunga e prolungata» negli Stati Uniti a seguito di un nuovo shock sui mercati finanziari, e Lucrezia Reichlin, già direttrice della ricerca economica alla Banca centrale europea , che guardando all’Europa ha messo in guardia dall’eventuale mutamento del rallentamento in corso nel vecchio continente in una vera e propria recessione nella zona euro, sebbene meno severa – si spera – di quelle del 2008 e 2011.

I segnali che non tutto vada per il meglio non mancano. L’OCSE, seppur con tutte le cautele del caso, a novembre scorso ha evidenziato che la crescita globale potrebbe aver raggiunto un picco e che potrebbe avviarsi su una china purtroppo diversa. Secondo l’OECD Economic Outlook infatti già nel corso del 2018 la crescita della produzione industriale e quella dei volumi di vendite a livello globale sono risultate in frenata, di pari passo con le aspettative sul futuro dell’economia.

La Banca mondiale ha addirittura sottotitolato il proprio Global Economic Prospects, “Darkening Skies”, lanciando l’allarme per le nubi non solo all’orizzonte, ma già sulla testa delle economie mondiali, visto che stima, ad esempio, che nel corso del 2018 sia avvenuto un rallentamento della crescita del commercio globale di oltre un punto e mezzo per cento, dal 5,4 del 2017 al 3,8 dell’anno scorso.

Il Fondo monetario interazionale non è da meno nel preoccuparsi, nell’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook, dell’indebolimento dell’espansione globale, i cui segnali sono emersi in particolare nella seconda metà del 2018, portando alla revisione di previsioni (da prendere sempre con le pinze) per grossa parte delle principali economie del mondo.

Il Fondo non ha però rivisto al momento le previsioni per gli Stati Uniti, forse perché già proiettavano un minor tasso di crescita nel prossimo futuro dell’ordine del 2,5% per il 2019 e dell’1,8 nel 2020, considerato comunque dagli economisti di Washington sopra il potenziale dell’economia americana. Gli USA, in realtà, al momento macinano risultati significativi con un aumento del PIL per il 2018 di poco meno del 3%, una crescita dell’occupazione che ha avuto il passo di 254.000 nuovi posti di lavoro al mese nell’ultimo trimestre del 2018 e un aumento dei salari che sta beneficiando i lavoratori.

I timori per l’economia americana sono comunque presenti, come dimostra l’andamento nervoso dei mercati soprattutto nella fase finale del 2018 e i segnali che arrivano dal rischio di inversione della curva dei rendimenti dei titoli di Stato americani, ovvero quando il rendimento dei titoli a lunga scadenza diviene più basso di quelli a breve, che è considerato un perfetto anticipatore di una recessione. Del resto gli ultimi mesi del 2018 sono stati segnati anche per gli Stati Uniti da una riduzione degli ordinativi e da aspettative al ribasso per le future attività economiche, oltre che dall’emergere (o dal riemergere) delle problematiche dei debiti privati, come il crescente indebitamento delle società statunitensi o da ultimo le difficoltà di ripagare le rate per l’acquisto delle automobili dei consumatori americani.

La Federal Reserve, Banca centrale americana, in questo contesto ha modificato il proprio orientamento alla crescita dei tassi di interesse USA per evitare di aumentare i fattori di rischio all’economia americana.

La Banca centrale cinese ha fatto, a stretto giro, di più, lanciando un’ulteriore iniezione di liquidità nel sistema economico per supportare, attraverso le banche, la domanda di credito e quindi una crescita che, al di là delle statistiche ufficiali, rallenta e soprattutto preoccupa molto non solo le autorità di Pechino, ma anche i principali osservatori economici per le possibili ricadute a livello globale.

Paesi vicini, come la Corea del Sud, di tale rallentamento ne hanno già risentito in termini di riduzione della crescita delle esportazioni, sebbene l’economia sudcoreana abbia tenuto grazie a politiche proattive del governo. Anche le altre principali economie asiatiche evidenziano fattori di tensione: la frenata del Giappone è di fatto già avvenuta, visto che il tasso di crescita nel 2018 è più che dimezzato rispetto al 2017, e appare in atto la prima contrazione delle prospettive del manifatturiero dal 2016.

Ma sebbene USA e Cina, e le ricadute di un eventuale inasprimento del confronto commerciale tra le due potenze globali, sembrano essere osservate speciali, l’Europa non può dormire sonni tranquilli, come purtroppo testimonia la caduta della produzione industriale che si è accentuata sul finire del 2018 in particolare nell’area euro: oltre -4% a dicembre 2018 rispetto a dicembre 2017. La contrazione della produzione industriale è speculare alla riduzione del “sentiment” come evidenziato nelle grafico 5 del bollettino dello scorso gennaio dalla Banca centrale europea e si accompagna con una crescita reale più contenuta nell’eurozona.

Colpiscono in particolare le difficoltà della Germania che ha evitato nel 2018 per un soffio la cosiddetta “recessione tecnica” (ovvero due trimestri con segno negativo), che l’avrebbe messa al pari dell’Italia, visto che dopo una contrazione del PIL dello 0,2%o nel penultimo trimestre, nell’ultimo si è fermata sulla linea della crescita zero. L’indice della produzione industriale tedesca, fatto 100 il valore del 2015, è passata da 106,7 di gennaio 2018 a 103,1 con una riduzione di 3,6 punti ‒ l’Italia nel medesimo periodo ha visto ridursi l’indice di 3,3 punti ‒, i consumi interni languono e il barometro ottimismo-pessimismo sembra volgere al peggio con tutti gli indicatori sulle aspettative delle imprese tedesche, pressoché in ogni settore, in significativa riduzione.   

Una parte di questa situazione è stata determinata dalla forte contrazione del settore delle auto, cruciale per il sistema economico tedesco. A causa della riduzione della domanda americana e soprattutto di quella cinese, a fronte di una sostanziale stasi del mercato europeo, la Germania ha infatti affrontato una riduzione di circa 500.000 automobili prodotte nel 2018 rispetto al 2017, un crollo di poco meno del 10%, che portato la produzione annua di auto sotto la soglia di 5 milioni, con tutti gli effetti per il settore della componentistica e l’indotto dentro e fuori i confini tedeschi. Il crollo tedesco ha trascinato infatti verso il basso l’intero settore europeo visto che l’industria teutonica dell’automobile pesa per circa il 30% della produzione europea.

Non sappiamo se gli appelli all’adozione di politiche espansive saranno accolti dalla classe dirigente tedesca, sempre prudente in materia, ma possiamo notare come il rinnovato attivismo franco-tedesco in politica industriale a livello europeo segnali il cambio di passo di una strategia industriale, in particolare quella tedesca, che si prepara ad affrontare tempi diversi, rispetto agli ultimi anni di crescita guidata dalle esportazione dentro e fuori l’Europa.

Hard o soft Brexit, un ulteriore rallentamento cinese, una campagna presidenziale USA al calor bianco che porti a un inasprimento del confronto sino-americano o con l’Europa come per le polemiche sulla NATO o magari con una rinnovata  minaccia di dazi sulle auto europee, un avvitamento del sistema finanziario americano, un’instabilità dei prezzi del petrolio, oppure una crisi nel cuore dell’Europa, solo per citare quelli prevedibili, sono tutti fattori di tensione globale lì sul tappeto, come sottolineato di nuovo da “Mr Doom” Robuini e Krugman, a proposito di cassandre.

Forse è bene superare atteggiamenti apotropaici e attrezzarsi per affrontare fattori che altrimenti potrebbero generare scenari imprevedibili, fino dar luogo a nuovo annus horribilis dell’economia, 2019, 2020 o 2021 che sia.

 

Crediti immagine: corlaffra / Shutterstock

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