13 aprile 2021

Sull’onda della Brexit riprendono le violenze in Irlanda del Nord

 

Come era purtroppo prevedibile, il nuovo status dell’Irlanda del Nord in seguito agli accordi della Brexit ha causato un riaccendersi della violenza in quella già martoriata regione delle Isole Britanniche. Il protocollo per l’Irlanda del Nord siglato tra Unione Europea e Regno Unito prevede infatti la permanenza dell’Irlanda del Nord nel mercato unico e l’istituzione di un confine di fatto con il resto del Regno Unito, questo per impedire l’istituzione di un “hard border” con la Repubblica di Irlanda e proprio per evitare di riaccendere tensioni che hanno generato decenni di violenza e che si sono spente solo grazie agli Accordi del venerdì santo firmati il venerdì di Pasqua del 1997.

Proprio in occasione della ricorrenza della firma degli accordi nella zona di Londonderry però sono iniziate violenze quando il 29 marzo scorso una manifestazione per la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito è sfociata nel lancio di una bottiglia incendiaria contro una vettura della polizia. Nei giorni seguenti la violenza si è allargata nelle città di Carrickfergus, Ballymena, Newtownabbey e soprattutto di Belfast, dove nella notte di mercoledì scorso gli scontri si sono concentrati lungo la “peace line”, la linea che divide la parte cattolica della città da quella protestante. La violenza ha coinvolto anche giornalisti e polizia, fino ad arrivare al sequestro e all’incendio di un autobus di linea.

Anche se formalmente gli atti di violenza non sono stati “rivendicati” da nessuna organizzazione, gli analisti attribuiscono la violenza quantomeno alla compiacenza dei gruppi paramilitari “lealisti” (e cioè protestanti che si oppongono all’unificazione dell’Irlanda del Nord alla Repubblica di Irlanda), in particolare l’UDA (Ulster Defence Association) e UVF (Ulster Volunteer Force).

La violenza si è arrestata solo in seguito alla morte del principe Filippo, che ha fermato le campagne elettorali, l’attività del governo e del Parlamento, e – pare – appunto anche gli atti di violenza in Irlanda del Nord.

I fatti della scorsa settimana hanno visto la condanna unanime di tutti i partiti britannici e irlandesi, con appelli al dialogo da parte di Boris Johnson, Micheál Martin taoiseach dell’Eire e anche di Arlene Foster, first minister dell’Irlanda del Nord e leader del DUP (Democratic Unionist Party), il partito lealista nordirlandese.

Tuttavia, non ci si illude che le tensioni non riprenderanno proprio perché le frange più estreme dei lealisti continueranno ad utilizzare il tema della Brexit per gettare benzina sul fuoco e riaccendere la violenza nella regione, con una escalation che si teme potrebbe avere il suo apice nel mese di luglio, quando si tengono le tradizionali manifestazioni “orangiste” che spesso portano a scontri violenti.

Per il momento il fronte della cosiddetta “new IRA” non ha risposto alle violenze, ma anche qui, se gli scontri e le violenze per mano delle organizzazioni paramilitari lealiste dovessero continuare, non si può escludere una escalation anche in questo senso.

Insomma, la situazione nordirlandese è una polveriera, specie con i governi di Londra e Dublino impegnati anima e corpo nel gestire la pandemia e senza un intervento autorevole che sia in grado di risolvere rapidamente la situazione rischiamo di veder tornare violenze in una regione che, tra alti e bassi, dal 1997 era tornata alla tranquillità dopo decenni di violenza e migliaia di morti.

 

Immagine: La People's Vote March, manifestazione per chiedere un secondo referendum sulla Brexit, Londra, Regno Unito  (20 ottobre 2018). Crediti: Gina Power / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0