6 ottobre 2020

Gli Swing States del 3 novembre

 

C’è come uno scarto, e di certo una tensione, tra una campagna elettorale contraddistinta da continui colpi di scena ‒ ultimi in ordine di tempo il disarmante primo dibattito televisivo tra Biden e Trump e, soprattutto, la notizia del contagio da Covid-19 del presidente – e la fissità di sondaggi che da tutto ciò sembrano essere solo minimamente influenzati. Dati, questi, che ci mostrano tre cose. La prima è la rigida polarizzazione politica, culturale e, si presume, elettorale di un Paese diviso in due campi contrapposti, sempre più impermeabili l’uno all’altro. Una polarizzazione, questa, simboleggiata e incarnata ovviamente dalla figura di Trump. Presidente impopolare come nessun altro da quando, a partire dalla Seconda guerra mondiale, Gallup fa le sue rilevazioni settimanali sul tasso di approvazione dell’operato presidenziale. Ma presidente capace di avere una sorta di soglia di resistenza in queste rilevazioni, che non scendono praticamente mai sotto il 40%, neanche nei momenti più difficili, e si attestano stabilmente tra il 40 e il 45%, con una ristrettezza della banda di oscillazione anch’essa senza precedenti. Il secondo dato che emerge è che i democratici sarebbero chiaramente maggioritari nel Paese e ciò si riflette in sondaggi che oggi danno Biden nettamente avanti (una media di varie rilevazioni fissa questo vantaggio a circa 8 punti su scala nazionale). Un vantaggio che sarebbe di sicurezza – come evidenziano anche i sondaggi nei cruciali Swing States di questa tornata elettorale – non fosse che un anno assai particolare come questo, il precedente del 2016 e, anche, la patente fragilità di Biden rendono le previsioni ancora incerte. È questo il terzo e ultimo punto: che la partita, per quanto messasi decisamente male per Trump, è ancora aperta. Il margine di Biden è solido sì, ma non a prova di un mese di campagna elettorale dove molto può accadere; i sondaggi potrebbero sottostimare l’effettivo sostegno a Trump; un sistema elettorale che favorisce gli Stati piccoli e meno popolati penalizza i democratici, tanto che secondo alcuni calcoli Biden dovrebbe ottenere tra 3% e il 5% dei voti in più su scala nazionale per essere certo di vincere il Collegio elettorale. Il tutto mentre Trump è da settimane impegnato in un’azione di delegittimazione preventiva del voto per contestare un’eventuale sconfitta che non solo porrebbe termine alla sua esperienza presidenziale, ma aprirebbe quasi certamente una stagione d’inchieste giudiziarie e congressuali sulla sua opaca esperienza imprenditoriale.

Come sempre, tutto si giocherà in pochi Stati cruciali – quegli Swing States in cui la differenza tra le due parti è molto ridotta e che sono a oggi in teoria ancora contendibili. Stati che per storia, caratteristiche sociodemografiche, distribuzione degli elettori registrati tra i due partiti possono andare sia ai democratici sia ai repubblicani. Alcuni dei potenziali Swing States di quest’anno sono “oscillanti” da tempo (negli ultimi 40 anni l’Ohio ha votato 6 volte repubblicano e 5 democratico; la Florida 7 volte repubblicano e 4 democratico). Altri lo sono diventati solo di recente, in conseguenza di profonde trasformazioni demografiche e geografiche ovvero dell’impatto di processi che ne hanno stravolto la struttura economica di base: sempre negli ultimi 40 anni, l’Arizona, dove Biden pare avere quest’anno una seria chance di vittoria, è stata vinta 10 volte dai repubblicani e una sola dai democratici, mentre il Minnesota – su cui la campagna di Trump quest’anno sembrava puntare molto – è andato sempre ai democratici (nel 1984 fu l’unico Stato che Reagan perse).

Semplificando molto, e per comodità modellistica, possiamo dividere questi Swing States in alcuni cluster, nella definizione dei quali – oltre ai fattori summenzionati – giocano un ruolo fondamentale gli effetti di processi d’integrazione globale nei quali gli USA hanno svolto un ruolo centrale, ma dai quali sono stati anch’essi pesantemente investiti e trasformati. Da un lato ci sono gli Stati del Midwest e parte della Pennsylvania, colpiti da processi di deindustrializzazione che hanno danneggiato soprattutto un ceto medio impoverito e, dopo la crisi del 2008, incapace di accedere come prima all’ammortizzatore sociale potente ma indiretto dei consumi a debito. Stati, questi, caratterizzati dalla presenza di grandi insediamenti metropolitani a forte presenza di afroamericani – Philadelphia, Detroit, Columbus, Cleveland, Milwaukee – la cui defezione al voto nel 2016 fu una della cause cruciali della sconfitta di Hillary Clinton (a dispetto delle leggende ancora diffuse sul presunto successo di Trump nel 2016 nel mobilitare un ampio elettorato nel Midwest, è stato il crollo del voto democratico in questi Stati il fattore dirimente; in Pennsylvania, in Ohio e ancor più in Michigan, Obama ottenne nel 2008 centinaia di migliaia di voti in più rispetto a quelli conquistati da Trump otto anni più tardi). Il secondo cluster riunisce invece una serie di Stati della Sunbelt, la cintura del sole del Sud statunitense: il Sud-Ovest che in parte (Nevada e New Mexico) fu vinto dai democratici nel 2016, cui aggiungere pezzi di Sud tradizionale come la North Carolina e la Georgia. Realtà, queste, tra loro molto differenti, ma accomunate da diversi fattori: una demografia cangiante, con una forte crescita della minoranza ispanica soprattutto nel Sud-Ovest; la presenza di grandi città, spesso pienamente integrate dentro una rete d’interazioni e interdipendenze economiche e culturali globali (si pensi solo a Charlotte, Atlanta, Austin, San Antonio o Phoenix); la diffusione di estesi insediamenti suburbani. Sono realtà, queste, che in età moderna hanno votato decisamente a destra, ma che oggi si spostano sempre più verso i democratici. Nel 2016, per esempio, Hillary Clinton ha vinto molto largamente tutte le aree metropolitane del Texas e oggi i sondaggi danno Biden avanti in Arizona e testa a testa in Texas, qualcosa di inimmaginabile sino a pochi anni fa. Infine, vi sono realtà a sé, come appunto Iowa, New Hampshire, Minnesota e Maine. Stati dove per tradizione e geografia i democratici sono spesso più forti (in Minnesota in particolare), ma che sono resi più competitivi dalla presenza di vaste aree rurali fattesi sempre più conservatrici.

A seconda di come li definiamo e delle unità di misura che utilizziamo, in questo ciclo elettorale gli Swing States sono tra i 6 e 14 del totale, come più o meno da tradizione recente. In un’accezione larga, vi possiamo includere Arizona, Florida, Georgia, Iowa, Michigan, Minnesota, Nevada, New Hampshire, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Texas, Virginia, Wisconsin e uno dei distretti elettorali del Maine (l’unico Stato, assieme al Nebraska, dove non vige la regola del winner-takes-all, e i grandi elettori sono assegnati in parte al vincitore dello Stato e in parte a chi prevale nei distretti elettorali della Camera in cui lo Stato è suddiviso). Se osserviamo i sondaggi e, appunto, lo storico – applicando quindi una definizione più stretta e mirata – il numero si assottiglia di molto. Difficile che Biden possa davvero conquistare il Texas o la Georgia; ancor meno probabile che Trump possa vincere in Virginia o replicare l’en plein del 2016 nella Rustbelt (Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin). Tra questi Stati, sono molti di più quelli che Trump deve difendere: nel 2016 solo Minnesota, Nevada, New Hampshire, New Mexico e Virginia andarono a Clinton. La Virginia e il New Mexico non paiono contendibili (i sondaggi danno Biden in vantaggio di 11-12 punti). Minnesota, New Hampshire e Nevada portano un bottino magro: combinati, sono appena 20 grandi elettori. Con i suoi 304 grandi elettori ottenuti quattro anni fa, il presidente ha un margine di 34 voti per stare sopra la soglia fatidica dei 270. La Florida da sola ne porta in dote 29, la Pennsylvania 20, l’Ohio 18 e il Michigan 16. Basterebbero due di questi quattro, in altre parole; ma le combinazioni possibili sono plurime. Vincere in North Carolina e Wisconsin porterebbe a Biden 25 grandi elettori; aggiungendoci l’Arizona, sarebbero 36 e verrebbe eletto presidente pur perdendo Florida, Pennsylvania, Ohio e Michigan. Giochi di proiezioni questi, ça va sans dire. Che ci aiutano però a capire quanto carsico e nondimeno inarrestabile siano il cambiamento negli Stati Uniti e i suoi effetti sulla mappa elettorale.

 

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Immagine: Cartelli elettorali del presidente Trump vandalizzati a Beaufort, North Carolina, Stati Uniti, (23 settembre 2020). Crediti: Patrick Poindexter / Shutterstock.com

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