16 dicembre 2020

Tra Cina e India, il fiume (e la diga) della discordia

In Cina lo chiamano Yarlung Zangbo, in India Brahmaputra. È il fiume della discordia tra Pechino e Nuova Delhi, i due giganti asiatici impegnati in annosi contenziosi territoriali lungo il poroso confine che divide Tibet e Xinjiang dalle regioni indiane dell’Arunachal Pradesh e dell’Aksai Chin. Sgorga dal Tibet e attraversa India e Bangladesh percorrendo oltre 2.900 km tra ghiacciai, canyon e vallate lussureggianti. All’estero è noto per essere il corso d’acqua più alto del mondo, ma per le popolazioni locali, prevalentemente agricole, il fiume è soprattutto un’imprescindibile fonte di sostentamento. Così, quando alcuni giorni fa il colosso delle rinnovabili Power Construction Corporation of China ha annunciato la costruzione sul tratto cinese di una mega diga “senza precedenti nella storia” la notizia ha suscitato immediate preoccupazioni nei due Paesi a valle.  Tre volte più potente della famigerata Diga delle Tre Gole  ̶  realizzata sullo Yangtze nel 2006 nonostante l’opposizione degli ambientalisti  ̶  il nuovo impianto si colloca all’interno dell’ambizioso pacchetto di investimenti preannunciato dal Partito comunista per il prossimo piano quinquennale. Obiettivo: sostenere la crescita economica perseguendo il taglio delle emissioni. Ma se per Pechino la nuova diga (una delle otto programmate per i prossimi dieci anni) risponde a “esigenze ambientali, di sicurezza nazionale, e cooperazione internazionale”, in India, dove la popolarità del Dragone è già ai minimi storici, l’annuncio è stato accolto con diffidenza. Soprattutto considerata la collocazione: Medog, l’ultima contea tibetana dove lo Yarlung Zangbo forma un gomito prima di gettarsi nelle aree contese dell’Arunachal Pradesh e cambiare nome. Non solo l’area coinvolta è soggetta a smottamenti e frequenti scosse sismiche. Secondo India Today, la scarsa densità abitativa rende il progetto inutile per le popolazioni locali, tanto che c’è chi sospetta sia stato pianificato con l’obiettivo di “sottrarre” energia elettrica ai villaggi di confine per dirottarla verso la Cina centrale. Un’accusa che accompagna di frequente gli investimenti idroelettrici cinesi quando incidono sulla distribuzione delle risorse nel vicinato asiatico. Ma sono soprattutto le possibili ricadute geopolitiche a preoccupare Nuova Delhi. Da mesi le due potenze regionali sono impegnate a fronteggiarsi lungo la contestata Linea di controllo effettivo (LAC, Line of Actual Control) che divide  ̶  o almeno dovrebbe  ̶  il territorio indiano da quello tibetano. A giugno 22 soldati indiani e un imprecisato numero di cinesi hanno perso la vita negli scontri più violenti dal 1975. La gestione della diga permetterebbe a Pechino di controllare il flusso d’acqua provocando oltreconfine inondazioni e siccità a proprio piacimento. Il problema non è nuovo. Lo stesso dilemma si ripropone ciclicamente lungo il Mekong, il fiume più lungo dell’Indocina, che il gigante asiatico condivide con Thailandia, Vietnam, Laos e Cambogia.  In entrambi i casi, l’opacità con cui la Cina gestisce le controversie non aiuta a diradare i sospetti. Un accordo siglato nel 2002 imporrebbe la condivisione dei dati idrologici con il governo indiano durante la stagione dei monsoni. Ma la prassi è stata spesso ignorata con tempismo sospetto. È successo nel 2017, quando dopo 72 giorni di tensioni militari sull’altopiano del Doklam, Pechino smise di consegnare a Nuova Delhi le informazioni idrometriche del Brahmaputra. Il pericolo di una manipolazione delle risorse idriche si è riaffacciato lo scorso giugno, al culmine delle schermaglie lungo la frontiera sino-indiana quando, secondo rilevamenti satellitari, i bulldozer cinesi bloccarono il flusso naturale del fiume Galwan nell’omonima valle teatro degli scontri.  In Cina, dove fino al secolo scorso l’agricoltura è rimasta la prima fonte di sussistenza, la costruzione di dighe e canali vanta una storia millenaria. Si fa risalire al leggendario sovrano Yu il Grande, ed è rimasta una costante durante tutto il periodo imperale per scongiurare carestie e rivolte contadine. Con l’avvento della leadership comunista, alle grandi opere idrauliche (si pensi al ciclopico progetto di diversione delle acque South-North Water Transfer Project vagheggiato da Mao Zedong e avviato nel 2002 per dissetare il Nord del Paese industriale grazie a una serie di canali e acquedotti) è stato affiancato l’utilizzo dell’ingegneria ambientale. Per sei decenni, il Partito/Stato ha schierato aerei militari e cannoni antiaerei per inseminare le nuvole con ioduro d’argento e azoto liquido così da addensare le goccioline d’acqua fino a trasformarle in neve e pioggia.

Mentre la tecnologia è stata utilizzata principalmente a livello nazionale per alleviare la siccità o schiarire il cielo in vista di eventi celebrativi, come nel caso delle dighe anche le nuove tecniche di modificazione del clima hanno finito per creare apprensione al di là della Muraglia. Solo pochi giorni fa Pechino ha annunciato un piano mirato a quintuplicare entro il 2035 le operazioni di inseminazione delle nuvole fino a coprire un’area grande quanto l’India. Epicentro del progetto sarà proprio l’altopiano tibetano, la più grande riserva di acqua dolce d’Asia dove nascono il Mekong e il Brahmaputra. Far fluire artificialmente l’aria calda e umida del subcontinente indiano verso le desertiche province della Cina settentrionale è un’idea che circola negli ambienti militari cinesi fin dagli anni Settanta. E mentre per ora il cloud seeding sembra avere esclusivamente finalità pacifiche, la Cina non sarebbe certo la prima a impiegare la geoingegneria per colpire i Paesi rivali. Durante la guerra del Vietnam, furono gli Stati Uniti a manipolare le piogge stagionali per bloccare i rifornimenti lungo il sentiero di Ho Chi Minh

 

Immagine: Il Grand Canyon del fiume Yarlung Zangbo nella regione del Tibet Medog. Crediti: HelloRF Zcool / Shutterstock.com

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