29 ottobre 2020

Tra Sophia Loren ed elezioni decise su una spiaggia, Cipro verso una soluzione a due Stati?

 

Per via del mancato riconoscimento internazionale della Repubblica Turca di Cipro del Nord, ogni elezione che vi si svolge è il regno delle “virgolette diplomatiche”: segni grafici aggiunti per evidenziare la natura non ufficiale dell’entità, dal punto di vista del diritto internazionale. Ma per quanto i greco-ciprioti insistano nel ridurre il valore delle “elezioni” del “presidente” di “Cipro Nord”, l’esito delle urne ha risultati del tutto concreti. E forse mai come nel caso dell’elezione di Ersin Tatar, da venerdì scorso quinto presidente di Cipro Nord.

La sua vittoria al secondo turno, dopo un combattuto ballottaggio con il presidente in carica, l’indipendente Mustafa Akıncı, segna la riconquista della carica più alta da parte del Partito di unità nazionale (UBP, Ulusal Birlik Partisi), il più vicino al governo della madrepatria turca. Significativamente, ogni serio tentativo di riunificazione tra le due comunità è avvenuto nei soli otto anni in cui l’UBP non era al potere sugli ormai 37 passati dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Repubblica Turca di Cipro del Nord (TRNC, Turkish Republic of Northern Cyprus). E ora proprio le celebrazioni del prossimo 15 novembre, per l’anniversario della fondazione della TRNC nel 1983, rischiano di diventare il nuovo fronte di un’offensiva diplomatica che potrebbe spazzare via ogni residua speranza di riappacificazione tra greco ciprioti e turco ciprioti.

Dopo appena tre giorni dall’insediamento, Tatar ha prontamente compiuto la traversata del Mare della Cilicia, che separa l’isola dalla Turchia, per incontrare Recep Tayyip Erdoğan, presidente dell’unico Stato al mondo a riconoscere Cipro Nord. Nel corso delle prime dichiarazioni ufficiali, Erdoğan ha compiuto due affondi molto pesanti. Come prima cosa ha dichiarato uno spreco di tempo le trattative per una soluzione federale, tornando a sostenere la partizione in due Stati, come nei periodi di maggiore tensione tra i due Paesi. Poi ha annunciato un imminente viaggio a Cipro, per l’anniversario della dichiarazione d’indipendenza, con l’intenzione di godersi un picnic nella spiaggia di Varosha, che aveva avuto modo di apprezzare in televisione.

Lungi dall’essere un modo per alleggerire il tono, quest’ultima è una dichiarazione che rischia di fare infiammare ulteriormente una situazione già delicata, sia per il decennale conflitto tra il gigante anatolico e l’isola di Cipro, sia per le recenti tensioni sui giacimenti di idrocarburi contestati nel Mediterraneo orientale, che coinvolgono anche Grecia, Israele, Libia ed Egitto, ma anche Francia e Italia per via degli interessi economici in gioco. La sovranità sulla spiaggia di Varosha, infatti, è uno dei punti più sensibili all’interno della questione cipriota, e il suo valore simbolico avrebbe giocato un ruolo decisivo anche nell’assegnare a Ersin Tatar la vittoria alle presidenziali.

Situata accanto alla storica città portuale di Famagosta, teatro dell’Otello di Shakespeare e della resistenza di Marcantonio Bragadin all’assedio ottomano del 1571, negli anni Sessanta e Settanta la spiaggia era il fiore all’occhiello dell’industria turistica cipriota e la sua porta sul mondo. I suoi hotel affacciati sul Mar di Levante erano frequentati da divi come Elizabeth Taylor, Richard Burton e Brigitte Bardot. Sophia Loren si diceva vi avesse voluto acquistare una villa. Poi, nel 1974, il colpo di Stato da parte di milizie greco-cipriote, per unire l’isola alla Grecia dei Colonnelli, porta all’intervento turco a tutela della comunità turco-cipriota, che finisce però per trasformarsi nell’occupazione militare di un terzo del territorio e alla divisione di fatto dell’isola in due entità. Varosha si trova improvvisamente in territorio turco-cipriota, a ridosso della zona cuscinetto, controllata dai caschi blu dell’ONU. Gli abitanti greco-ciprioti scappano a sud. L’esercito turco ne chiude l’accesso e la trasforma in una città fantasma sul mare. Per oltre 40 anni la casa di Sophia Loren rimane un puntino lontano, indicato dalle guide da un punto di osservazione oltre il filo spinato. Almeno fino all’8 ottobre 2020, tre giorni prima del voto per le presidenziali a Cipro Nord.

Il turco cipriota Ersin Tatar, nominato nel 2019 a capo del governo turco-cipriota, dopo la perdita della maggioranza parlamentare da parte dell’allora presidente in carica, Akıncı, aveva minacciato da mesi la riapertura di Varosha. Laureato a Cambridge, già ministro delle Finanze prima di diventare premier, Tatar era il candidato favorito da Erdoğan per sconfiggere definitivamente Akıncı, che aveva la colpa di essere il primo presidente turco-cipriota a non accettare di piegarsi alle volontà di Ankara: ad esempio, criticando l’offensiva militare turca in Kurdistan e ricercando attivamente una soluzione al conflitto con la comunità greco-cipriota. Nonostante il crescente isolamento di Akıncı operato da Ankara, l’elezione era considerata ancora a rischio e così Tatar ha deciso di giocare il tutto per tutto, annunciando la riapertura, non già dell’intera città di Varosha, ma della sua spiaggia. Una provocazione simbolica, nella quale però cadono tutti esattamente come previsto.

La Repubblica di Cipro denuncia duramente la riapertura. L’Unione Europea (UE) e l’ONU esprimono preoccupazione e condannano i piani per un successivo, ulteriore sfruttamento dell’area. Lo stesso Partito popolare turco-cipriota, che formava una coalizione con il Partito di Unità nazionale, dichiara la sfiducia a Tatar, facendone cadere il governo. Una perdita calcolata, per chi punta al più importante incarico presidenziale. Soprattutto, nella notte, manifestanti greco-ciprioti di estrema destra sfondano il confine, penetrando a centinaia nella zona cuscinetto. Protestando violentemente contro Tatar, diventano i suoi migliori alleati, in una dinamica che nell’isola prosegue da decenni.

Due ricercatori universitari greco-ciprioti, Christiana Karayianni e Charis Psaltis, hanno analizzato le interazioni sui social network da parte degli elettori turco-ciprioti, con l’obiettivo di studiare se il sostegno per Akıncı da parte dei greco-ciprioti favorevoli alla riunificazione non lo avesse piuttosto indebolito, scoprendogli un fianco alle accuse di “collaborazionismo”. La loro ricerca dimostra come questo fattore sia stato pressocché inesistente. Al contrario delle immagini degli scontri al confine, illuminati dai fumogeni degli ultras che cantavano slogan antiturchi, che vengono condivise viralmente nelle ore successive, attivando una reazione emotiva nei turco-ciprioti e diventando la migliore campagna elettorale per lo scatto finale del nazionalista Tatar.

Chi conosce personalmente il nuovo presidente Tatar, sostiene che nonostante la sua appartenenza politica filoturca, sia comunque prima di tutto un cipriota, anzi un nicosiano. Ma è un dato di fatto che, per la prima volta, viene eletto a Cipro (in entrambi i lati della zona cuscinetto) un presidente senza memoria personale del periodo in cui le due comunità convivevano sull’isola.

Figlio di un funzionario e collaboratore dell’etnarca Makarios, fondatore dello Stato cipriota, Ersin Tatar è nato nella capitale Nicosia nel 1960, appena tre settimane dopo che l’isola aveva ottenuto l’indipendenza dall’Impero britannico e tre anni prima dell’inizio della crisi definitiva tra le comunità greco- e turco-cipriote. Questo passaggio generazionale è un’evenienza che molti sostenitori della riunificazione temevano: le nuove generazioni sono cresciute con la divisione e non sembrano avere interesse per cambiare lo status quo. Anzi, sono spesso ancora più nazionaliste delle generazioni che hanno vissuto sulla propria pelle il conflitto. Perciò molte speranze erano state riposte nel rapporto tra l’ex presidente Akıncı e l’attuale presidente della Repubblica di Cipro, Nicos Anastasiades: coetanei e cresciuti insieme nella città vecchia di Limassol. Almeno fino al fallimento delle ultime trattative sotto l’egida ONU, nel 2017, causato soprattutto dalla linea dura di Anastasiades. Nonostante le molte concessioni da parte di Akıncı, comprese quelle riguardanti la riconsegna di Varosha.

Paradossalmente, il presidente greco-cipriota potrebbe avere di più in comune con Tatar: entrambi sono scettici nei confronti di una soluzione unitaria e non avranno difficoltà a fare naufragare congiuntamente eventuali futuri tentativi internazionali in tal senso. L’ultima proposta è un prossimo incontro informale a cui partecipino greco-ciprioti, turco-ciprioti, Grecia, Turchia e Nazioni Unite. Ersin Tatar l’ha definita «l’ultima possibilità» per una soluzione. Ma, molto probabilmente, questa è già passata.

Sul fronte di Varosha, durante la visita di Erdoğan, Tatar potrà lanciare i piani per attrarre investimenti per una vera riapertura della città fantasma. Ma ora che ha esaudito il proprio compito propagandistico, piuttosto che sfidare risoluzioni ONU e condanne dell’UE, anche Varosha potrebbe rimanere paralizzata indefinitamente. Nel frattempo, a visitarne la spiaggia hanno iniziato a recarsi anche alcuni greco-ciprioti ed esuli di Varosha, curiosi di rivedere i luoghi della propria infanzia. Quando una di questi, l’archeologa e storica dell’arte Anna Marangou, ha visto indicare una villa come “quella di Sophia Loren”, l’ha subito riconosciuta: era in realtà l’abitazione di suo zio Demetris.

Non resta neanche più il mito di Sophia Loren a vegliare sui ruderi di una Cipro unita.

 

Immagine: Strutture alberghiere in abbandono a Varosha, distretto di Famagosta, Cipro (29 agosto 2017). Crediti:  trabantos / Shutterstock.com

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