28 settembre 2020

Tre considerazioni sulla nomina di Amy Coney Barrett alla Corte suprema

 

Come previsto, Trump ha scelto di nominare Amy Coney Barrett alla Corte suprema in sostituzione di Ruth Bader Ginsburg, deceduta pochi giorni fa. Cattolica, conservatrice, madre di 7 figli (due adottati), allieva del leggendario giudice Antonin Scalia, la quarantottenne Barrett ha un solidissimo curriculum e un approccio constructionist verso una Costituzione di cui, afferma, si deve interpretare (e comprendere) la lettera e l’intento originale di chi la produsse, evitando di considerarla come un organismo vivente ed evolutivo, piegandola così a un’agenda politica che – affermano molti constructionists – caratterizzerebbe invece l’attivismo giudiziario di figure come la Ginsburg.

Trump e i repubblicani intendono procedere speditamente: audizioni alla Commissione giustizia del Senato da tenersi (e chiudersi in pochi giorni) a partire dal 12 ottobre, voto dell’aula prima delle elezioni presidenziali, quando – afferma il presidente – sarà fondamentale che la Corte sia al completo anche per intervenire rispetto a eventuali dispute lasciate dal voto. Per quanto risicati, i numeri per rispettare questa agenda serratissima vi sono tutti. Per bloccare la nomina ci sarebbe bisogno di almeno 4 defezioni tra i repubblicani al Senato, ma per il momento solo le senatrici Collins (del Maine) e Murkowski (dell’Alaska) hanno manifestato l’intenzione di non votare a favore della conferma di Barrett.

Cosa ci dice questa nomina e, soprattutto, che impatto potrà avere sia su questa aspra campagna elettorale sia su quello che seguirà? Tre sono le possibili considerazioni.

 

La prima è che essa va ad avvelenare ancor più uno scontro e una polarizzazione fattisi davvero estremi. Quattro anni fa i repubblicani bloccarono la nomina da parte di Obama del giudice Garland, sostenendo che in un anno elettorale correttezza imponesse di attendere l’esito del voto, per lasciare al nuovo presidente il diritto di scegliere il giudice. A rendere ancor più stridente questo doppio standard è anche la tempistica delle due nomine: quella di Garland avvenne ben nove mesi prima del voto (e la Corte rimase senza un giudice, divisa 4 a 4, per quasi un anno), mentre quella di Barrett ha luogo proprio a ridosso delle elezioni. Si tratta di una palese forzatura di pratiche che su questioni di simile delicatezza istituzionale dovrebbero essere ovviamente condivise. Nel momento in cui saltano le regole ovvero il loro perimetro si rivela flessibile al punto tale da poter essere ridefinito a vantaggio di una parte, allora viene meno il comune denominatore e si acuisce una contrapposizione nella quale pare scomparire il fondamentale riconoscimento di legittimità tra avversari politici che si trasformano sempre più in nemici quasi esistenziali. Da parte democratica si affilano quindi le armi; se poco si potrà fare contro questa nomina, già si prospettano scenari estremi laddove il 3 novembre dovessero riconquistare presidenza e Senato: alterazione della composizione della Corte suprema, espansione delle Corti, modifiche dei regolamenti di voto al Senato per avvantaggiare la maggioranza, azione per dare rappresentanza congressuale a Portorico e al District of Columbia, e altro ancora. Una possibile escalation, questa, che esasperebbe ancor più la frattura già esistente.

 

La seconda considerazione riguarda il potere giudiziario. Se vi è un ambito in cui l’azione dell’amministrazione Trump è stata straordinariamente incisiva ed efficace è proprio quello delle nomine dei giudici alle diverse corti federali: in neanche 4 anni ne ha nominati alle Corti d’appello un numero più o meno pari a quello dei due mandati di Obama. Sfruttando la decisione dei democratici nel 2013 di togliere il filibustering nella conferma dei giudici al Senato (la necessità cioè di avere una maggioranza di 60 senatori su 100 per mettere la scelta al voto), Trump e i repubblicani hanno nominato centinaia di giudici di orientamento conservatore. Il lascito è pesantissimo. Le corti – lo abbiamo visto bene sia con Obama sia con Trump – possono ostacolare o addirittura bloccare l’azione di governo; ovvero possono concorrere in maniera decisiva a orientarla in un senso piuttosto che un altro. Con la nomina della Barrett, la Corte suprema avrebbe una chiara maggioranza di 6 giudici conservatori (5 dei quali cattolici) a 3. E andrebbe quasi certamente a pronunciarsi su temi cruciali, dall’aborto (la sentenza Roe vs. Wade del 1973 che lo legalizza) alla sanità (quel che resta di Obamacare, la famosa riforma di Obama).

 

E questo ci porta al terzo e ultimo punto: il legame tra questa nomina e la campagna elettorale in corso. Trump e i repubblicani si pongono diversi obiettivi: spostare l’attenzione da un tema, la pandemia, che li danneggia a una decisione che invece galvanizza la propria base elettorale, in particolare gli evangelici; cercare di catturare un voto conservatore femminile che la misoginia e la volgarità del presidente hanno in parte alienato, come si è visto alle elezioni di midterm del 2018; avere una maggioranza (6 giudici a 3) a prova di crisi costituzionale alla Corte suprema nel caso, tutt’altro che irrealistico, che dalle urne esca un risultato incerto e contestato, e, come nel caso di Bush vs. Gore del 2000, la decisione ultima spetti proprio alla Corte. I democratici possono cavalcare l’ipocrisia di un doppio standard esposta in modo flagrante nella vicenda. Lo possono fare non tanto per scalfire il consenso di Trump tra i repubblicani, ma per mobilitare il proprio elettorato, ché la variabile dirimente sarà proprio il tasso di partecipazione elettorale. E lo possono fare mettendo al centro della discussione la sanità forse più di un tema divisivo come l’aborto. La Barrett si è espressa in termini critici verso la costituzionalità di alcuni tasselli fondamentali della riforma sanitaria di Obama. E però la riforma è popolare e, soprattutto, popolari sono i progetti di ampliamento della sanità pubblica, come rivelato anche dalle vittorie referendarie sull’estensione di Medicaid (il programma di assistenza sanitaria pubblica per chi si colloca sotto una determinata fascia di reddito) in alcuni Stati conservatori. Devono però evitare, i democratici, di attaccare personalmente la Barrett, il cui profilo è da tutti i punti di vista solidissimo. Sapendo che anche in caso di larga vittoria in novembre, Trump lascerà loro in retaggio un potere giudiziario saldamente in mano a giudici conservatori, capaci di frapporre molti ostacoli ai progetti di governo di un’eventuale amministrazione Biden.

 

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Immagine: Amy Coney Barrett (24 agosto 2018). Crediti: Fonte, Direct link, smugmug.com [Rachel Malehorn / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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