4 dicembre 2020

Trump e i repubblicani

Aveva paventato a più riprese il rischio di frodi elettorali ed era stato considerato un fedelissimo di Trump fino a pochi giorni fa. Eppure anche il ministro della Giustizia (Attorney General), William Barr, ha riconosciuto che la vittoria di Biden non è contestabile. Dalla Georgia al Michigan, dall’Arizona alla Pennsylvania politici repubblicani e giudici conservatori rigettano le pressioni del presidente e certificano il risultato elettorale. In Georgia – dove il 5 gennaio vi saranno due ballottaggi che decideranno la futura maggioranza al Senato – lo scontro tra Trump e i vertici repubblicani si fa ogni giorno più aspro e alti funzionari statali del partito del presidente intervengono duramente, invitandolo a fare un passo indietro e a «smettere d’ispirare le persone a commettere atti potenziali di violenza», perché il rischio elevatissimo è quello di un’escalation dove qualcuno potrebbe «essere ucciso», come afferma il responsabile (repubblicano) per il monitoraggio del nuovo sistema di voto, Gabriel Sterling, informando i cronisti delle numerose (e credibili) minacce giunte a lui e a molti altri. Sia pure con mille cautele e ambiguità, un numero crescente di politici repubblicani prende le distanze da Trump ovvero non ne asseconda le denunce e richieste, attendendo – spesso con opportunistico silenzio – che si completi l’iter che porterà Biden alla Casa Bianca. Nel mentre, al Congresso repubblicani e democratici trovano piccole ma significative convergenze bipartisan denunciate dal presidente, ma che potrebbero rivelarsi a prova di veto qualora Trump decidesse di utilizzarlo (per superare il veto è necessario il voto a maggioranza qualificata dei 2/3 di entrambi i rami del Congresso).

Da più parti questi esempi vengono ora enfatizzati per sottolineare come il Partito repubblicano non sia un monolite pienamente trumpizzato e per denunciare chi con troppa facilità ha evocato il rischio di una deriva autoritaria sotto la presidenza Trump. Critica, la seconda, fatta propria soprattutto a sinistra contro la propensione dei liberal a esagerare questo rischio e addirittura a invocare arditi paralleli con il fascismo, minimizzando magari le complesse matrici sociali ed economiche del trumpismo (tra coloro che si sono distinti in tale critica vi sono due influenti intellettuali come Corey Robin e Samuel Moyn).

Una frattura – questa tra liberal e sinistra – che riadatta al tema del trumpismo linee di faglia in fondo antiche, con la prima che denuncia l’insipienza (e l’ingenuità) di chi non vede il salto di qualità oggettivo e pericoloso avvenuto con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e la seconda che sottolinea le continuità tra Trump e precedenti presidenti repubblicani, ovvero le colpe di chi ha permesso il maturare delle condizioni che hanno portato milioni di americani a sostenere entusiasticamente questo presidente.

Come è spesso il caso, entrambe le parti hanno delle ragioni; ed entrambe vedono solo alcune variabili di un’equazione assai più complessa e opaca. E proprio il complesso rapporto tra Trump e i repubblicani ce lo dimostra. Se andiamo a esaminare le politiche attuate, Trump ha governato secondo standard repubblicani assai convenzionali e ortodossi: in sincrono con le posizioni del conservatorismo statunitense dell’ultimo mezzo secolo. Una presidenza Cruz o una presidenza Rubio non sarebbero insomma state tanto diverse. Tagli alle tasse e politiche fiscali generalmente regressive (ancorché non particolarmente radicali); alte spese militari; negazionismo in materia di cambiamento climatico e smantellamento dell’apparato regolamentatorio adottato con Obama; crescita a deficit (addirittura il 4.5% del PIL nel 2019, prima della pandemia); deregulation finanziaria e bancaria con l’obiettivo di stimolare consumi a debito; attacco alla riforma sanitaria di Obama; nessun impegno su temi cruciali per gli americani meno abbienti, a partire ovviamente dal salario minimo. Sono questi solo alcuni degli elementi di politiche, quelle dell’amministrazione Trump, fotocopia del manuale di governo repubblicano. Anche su quei dossier – immigrazione, politica di sicurezza, commercio per esempio – dove la discontinuità sarebbe stata più marcata, lo scarto tra retorica e risultati è risultato in realtà tale da indurre a ridimensionare la portata della rottura trumpiana. A dispetto di tutto, il deficit commerciale è continuato a crescere; la promessa reindustrializzazione non è avvenuta (né, ovviamente, poteva avvenire); il giro di vite sull’immigrazione vi è stato solo in parte e i repubblicani avevano comunque abbandonato da tempo le posizioni più liberali di Reagan e dei Bush; la politica estera si è fatta più cauta e meno interventista, ma anche su quello la dinamica predata in larga misura l’ascesa di Trump e riflette sia il disincanto verso l’uso dello strumento militare, conseguenza delle fallimentari guerre statunitensi del XXI secolo, sia gli effetti ancora tangibili della crisi del 2008 e di quel che essa ha rivelato sulla globalizzazione e i suoi limiti.

E però, sottolineare tutti questi elementi – e come l’evidente dilettantismo politico di Trump e del suo entourage mal si concili con la realizzazione di un’efficace svolta autoritaria – per quanto corretto rischia di minimizzare quel che questi quattro anni hanno rivelato: degli Stati Uniti, del loro elettorato e, in una certa misura, del resto del mondo. È vero, Trump è più in sintonia di quanto non si creda con la traiettoria storica del Partito repubblicano statunitense, incluso il suo sovrappresentare un elettorato bianco non di rado blandito con parole d’ordine surrettiziamente razziste. Ed è altrettanto vero che la sua inattesa ascesa politica deve molto al malessere di segmenti di una società caratterizzata da diseguaglianze crescenti, crollo di parte del manifatturiero, redditi stagnanti per un ceto medio impoverito e che, con la crisi del 2008, ha visto ridursi drasticamente la possibilità di accedere al fondamentale ammortizzatore sociale indiretto dei consumi a debito. Con Trump un salto di qualità pare nondimeno esservi stato. Nel suo offrire all’elettorato un nazionalismo razziale ruvido ed esplicito: tanto essenzialista nella visione d’America che esso esprime quanto normativo nel tentativo d’imporla. Nel suo cavalcare ed esacerbare, anche da presidente, una polarizzazione estrema che oggi lacera e divide il Paese. Nel suo esprimere un analfabetismo costituzionale che delegittima ulteriormente istituzioni federali di loro già in difficoltà. Nel suo proporre una Realpolitik sempliciona e quasi darwiniana rispetto a un contesto internazionale caratterizzato da forme d’integrazione globale particolarmente pericolose se non governate (e qualsiasi loro governo è inimmaginabile senza un serio impegno statunitense). Nel suo inserire nel corpo già in sofferenza della democrazia statunitense i veleni delle verità alternative, delle cospirazioni globali e, ora, anche delle frodi elettorali e delle “vittorie rubate”. Veleni, questi, che già sono entrati in circolo e che alimenteranno la narrazione trumpiana e repubblicana nei mesi e negli anni a venire.

E allora ben vengano le tante prese di posizione, talune indubbiamente coraggiose, dei repubblicani contro Trump e la sua richiesta di non rispettare l’esito del voto. Non dimenticando però come Trump sia per molti aspetti il cascato di un processo che ha contraddistinto la traiettoria della destra statunitense, abbia ottenuto un risultato elettorale di tutto rispetto, espandendo la base di votanti ben oltre quel che si pensava fosse possibile, e ottenga ancora oggi il pieno appoggio di circa nove elettori repubblicani su dieci.

 

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Immagine: Donald Trump (25 settembre 2020). Crediti: Evan El-Amin / Shutterstock.com

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