2 maggio 2020

Trump, le accuse alla Cina e il conflitto con il Deep State

 

Una nuova puntata del conflitto fra l’Amministrazione Trump e la Cina. La notizia è doppia: da un lato il Presidente decide di “uscire” di nuovo sul tema dell’origine cinese del virus, sposando la linea di chi sostiene che il Covid-19 sia stato creato in un laboratorio; dall’altro, praticamente in contemporanea, il capo a interim dell’Office of National Intelligence - Richard Grenell, fedelissimo (?) del Presidente, che presto dovrebbe essere sostituito dal congressman repubblicano John Ratcliffe - ha sostenuto l’esatto opposto, anche se non ha escluso che i cinesi avessero isolato il virus di origine animale in laboratorio, e che da lì potrebbe essersi diffuso in seguito a un errore umano.

Ricordiamo quello che stiamo dicendo da tempo, utilizzando un elenco preso a prestito da Mario Del Pero. In vista della campagna elettorale del 2020 la retorica trumpiana colpirà almeno tre nemici, fino a quando il Coronavirus manterrà questa rilevanza: la Cina, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (a essa collegata, nella narrazione trumpiana) e il nemico interno, ovvero Governatori e sindaci, per lo più democratici. Il primo e il terzo sono i più importanti, e per entrambi assistiamo a un’escalation: nel caso della Cina, Trump sostiene di avere nuove prove del loro comportamento criminale (viene emulato: il Missouri, uno stato a guida repubblicana, chiederà ufficialmente un rimborso economico alla Cina); nel secondo si osserva una strategia a tenaglia, con le critiche dall’alto del Presidente e le manifestazioni dal basso contro il lockdown del Michigan (stato governato da una democratica), che sono estremamente mediatizzabili (i manifestanti indossano vistose armi da fuoco fin dentro il Congresso statale). Senza contare il ruolo del quarto nemico, la stampa: “l’establishment mediatico” è un nemico di lungo corso, per Trump.

 

Ma cosa è accaduto, esattamente, questa volta? Due giorni fa, durante una delle consuete conferenze stampa di crisi tenute dal Presidente Trump, un giornalista ha posto una domanda diretta all’inquilino della Casa Bianca: “Ha potuto osservare prove che le diano, con un importante livello di certezza, che il virus abbia avuto origine all’interno dell’Istituto di virologia di Wuhan?” Risposta nettissima: “Si, ce l’ho, ce l’ho. E penso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe vergognarsi di se stessa per il fatto di comportarsi come l’agenzia delle pubbliche relazioni della Cina”. A successiva domanda, il Presidente ha sostenuto di non poter rivelare ulteriori informazioni per questioni di sicurezza. Nello stesso giorno si era espresso il già citato Direttore dell’Office of National Intelligence - che, ricordiamo, coordina tutte le agenzie di intelligence americane - attraverso un inusuale comunicato stampa. In esso si sosteneva che “esiste un largo consenso scientifico” rispetto alle origini naturali del Covid-19. “Continueremo a esaminare in modo rigoroso tutte le informazioni che ci perverranno, affinché si possa determinare se il primo focolaio sia avvenuto per il contatto con animali infetti o per un incidente nei laboratori di Wuhan”.

 

La dichiarazione era stata considerata di estrema importanza (a suo modo coperta, mediaticamente, da quella di Trump) perché si dava l’obiettivo di porre fine alla teoria della cospirazione sulle origini del virus. Che, notare bene, non circolano solo negli Usa, ma anche in Cina: si voleva dare anche una risposta a chi, a Pechino, sostiene che si tratti in realtà di un’arma batteriologica che gli americani avrebbero diffuso a Wuhan. Sappiamo che Trump non è nuovo a questi conflitti con il personale dell’Amministrazione, anche quello che gli è più vicino: non sarà l’ultimo e non è certo il primo. La domanda, inevitabile, è la seguente: fino a che punto questo conflitto permanente con il “Deep State” americano può essere portato avanti, senza che esso finisca col nuocere al Presidente stesso? In questi quattro anni esso ha raggiunto vette inaudite, con conflitti pubblici, indiscrezioni a mezzo stampa e interviste. Trump gioca sempre su un crinale molto pericoloso: la scommessa di riuscire a mobilitare il proprio campo sempre e comunque, di fronte a ogni tipo di nemico. Funzionerà anche a novembre?

                 

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Immagine: Washington, DC, 4 gennaio 2019: il presidente Donald Trump parla ai media nel Rose Garden della Casa Bianca dopo aver incontrato i democratici per discutere dello shutdown parziale del governo. Crediti: Michael Candelori / Shutterstock.com

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