3 febbraio 2020

Tunisia, la lunga attesa del definitivo salto democratico

Sono passati 9 anni da quel gennaio 2011. Un mese di rivolte pacifiche di massa che stupì il mondo per la sua forza travolgente sfociata nell’operazione più impensabile della storia del Nord Africa, liberarsi di Zayn al-Abidin Ben Ali, il despota che, succeduto al padre della patria Habib Bourguiba a seguito di un colpo di Stato il 7 novembre 1987, aveva progressivamente trasformato la Tunisia in una delle tante dittature mascherate – neanche troppo – del continente africano. Il mondo osservava sbalordito la folla strabordante sfilare senza paura su Avenue Bourguiba al grido di degagèr – fatti da parte – e dare l’innesco a quelle rivolte che, nel bene e nel male, avrebbero cambiato per sempre il volto dell’Africa del Nord, del Medio Oriente e, a cascata, dell’intero pianeta.

È trascorso quasi un decennio, e la Tunisia è ancora lì, sospesa tra il definitivo salto democratico e il ritorno al caos, unica, com’è, tra le tante ‘primavere’ di inizio decennio, a non essersi trasformata in rigido inverno, ma allo stesso tempo ripetutamente esposta ai venti dell’instabilità politica e sociale, che rendono ciclicamente il percorso tortuoso e impervio.

L’ultima, gigantesca empasse che rischia di bloccare il Paese, già gravemente colpito da recessione e problemi socioeconomici, afflitto anche dalla questione del ritorno in patria dei foreign fighters (circa 3.000, la Tunisia è stato il maggior esportatore), riguarda l’estenuante processo di formazione di una maggioranza governativa. Le elezioni parlamentari dello scorso 6 ottobre, infatti, hanno consegnato al Paese un Parlamento estremamente frammentato e reso il compito di creare un esecutivo una mission – quasi – impossible.

Il percorso che ha condotto al voto si è complicato il 25 luglio scorso quando, all’età di 93 anni, si spegneva il presidente Béji Caïd Essebsi. La scomparsa rendeva quindi necessario un ulteriore passaggio elettorale che designasse un nuovo capo di Stato. La sfida a due, però, presentava fin da subito inconvenienti in sé: il candidato Nabil Karoui, a differenza dello sfidante Kaïs Saïed, partecipava alla partita elettorale non da uomo libero. Alla fine di agosto, infatti, il ricchissimo imprenditore e proprietario del canale televisivo tunisino Nessma, era finito in carcere con l’accusa di frode fiscale e riciclaggio e, per il primo turno del 15 settembre, si presentava agli elettori senza la possibilità reale di fare campagna. Nonostante ciò ha costretto Saïed, un giurista conservatore noto per le sue posizioni marcatamente islamiche e per la sua condotta integerrima, al ballottaggio (che Saïed, il 13 ottobre, ha nettamente vinto con il 72% delle preferenze, divenendo presidente della Repubblica).

Solo una settimana prima del secondo turno, nel frattempo, in quello che passerà alla storia come l’autunno elettorale più caldo della storia tunisina, in un clima non certo rilassato, i cittadini venivano chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento. Sfiduciati dall’atmosfera, disillusi per gli alti tassi di disoccupazione e per lo stato di permanente recessione in cui versa il Paese dal 2011, i tunisini hanno risposto alla chiamata dei seggi con molta riluttanza: solo il 41,3% dei 7 milioni di elettori iscritti si è recato votare, la percentuale più bassa mai registrata.

Il partito islamista Ennahdha è risultato primo, ma con pochi seggi, solo 52. Il numero di deputati più alto, però, gli ha fruttato la nomina del suo leader Rashid Ghannouchi alla presidenza del Parlamento. Qalb Tounes, invece, il partito di Nabil Karoui, di freschissima fondazione (appena 4 mesi prima) e con il suo leader in carcere (è stato rilasciato il 9 ottobre, 4 giorni prima del secondo turno delle presidenziali) guadagna 38 seggi piazzandosi secondo. A seguire, i socialdemocratici con 22 seggi, la coalizione islamo-populista Karama con 21, il Partito desturiano libero – formazione anti-islamista di destra – con 17 seggi e Tahya Tounes, il partito del primo ministro uscente Youssef al-Shahed, con 14.

Per ottenere la fiducia, il governo aveva bisogno del sostegno di 109 deputati su 217. Pochissimi, quindi, quelli a favore della formazione di governo presentata da Habib Jemli, esponente di Ennahda, a cui Saïed, a novembre, aveva conferito l’incarico di dare vita a un esecutivo: al voto di fiducia del 10 gennaio scorso, che avrebbe dovuto sancire il via libera al nuovo governo, Jemli ha incassato solo 72 sì.

Tutto da rifare, quindi, sotto la minaccia reale di trovarsi costretti a convocare nuove elezioni e forzare i cittadini estenuati a una quarta tornata da settembre a oggi.

A placare temporaneamente gli animi giunge la notizia di un nuovo incarico conferito, il 20 gennaio, a Elyes Fakhfakh, esponente del partito di centrosinistra Ettakattol (senza seggi in Parlamento). Fakhfakh ha un mese esatto di tempo per mettere su una squadra di governo e scongiurare il ritorno alle urne.

Su tutta la situazione, inoltre, piomba, il 26 gennaio, la notizia della prematura morte di Lina Ben Mhenni, la giovanissima blogger e attivista nota per essere stata tra le promotrici della Rivoluzione dei gelsomini, candidata nel 2011 al premio Nobel per la pace, a causa di una brutta patologia renale aggravata, secondo alcuni a lei vicini, dalle percosse subite negli anni a opera dei servizi di polizia tunisina.

Sono passati 9 anni dall’episodio inscenato da Mohamed Bouazizi che incendiò, oltre al suo povero corpo, una vasta area di terre comprese tra il Nord Africa e il Medio Oriente, fino all’Asia Minore. Le folle libere dal terrore che sfidavano il potere, le piazze di Tunisi, SousseKairouan, fecero assurgere la Tunisia a simbolo di libertà. Il piccolo Paese spremuto tra Libia e Algeria sembra ancora vacillare tra il definitivo passaggio alla democrazia e il ritorno all’opacità delle sue strutture.

Può però contare sul suo popolo. Lo stesso che nel 2014 ha fermato a colpi di manifestazioni, il tentativo del primo governo libero di cambiare la Costituzione in direzione decisamente maschilista. Sulla sua società civile, scesa massicciamente in piazza contro gli omicidi politici degli scorsi anni, che ha prodotto realtà come il Quartetto per il dialogo nazionale, premio Nobel 2015, come Lina Ben Mhenni e un numero altissimo di attivisti per i diritti, tra cui tantissime donne. La fiducia che il Paese si aggrappi ai risultati ottenuti con grandi sacrifici e non imbocchi un viaggio a ritroso è in gran parte riposta in loro.  

 

Immagine: Famosi giornali tunisini in arabo che riportano notizie relative alle elezioni presidenziali e parlamentari tunisine del 2019, Tunisi, Tunisia (gennaio 2020). Crediti: Tilki Mohamad Ali / Shutterstock.com

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