10 giugno 2021

La Turchia di Erdoğan tra Stati Uniti, Israele e questione palestinese

 

«Sei stato dalla parte degli armeni riguardo al cosiddetto genocidio, oggi invece fai la storia con le mani sporche di sangue». Sono parole dure come pietre quelle che Recep Tayyip Erdoğan ha riservato a Joe Biden nei giorni in cui a Gaza crollavano palazzi sotto le bombe israeliane e l’amministrazione americana formalizzava un accordo dal valore di 735 miliardi di dollari per la vendita di armi alla stessa Israele. Erdoğan e Biden si erano sentiti al telefono, per la prima volta dall’elezione del presidente americano, soltanto il 23 aprile scorso. Il giorno dopo il colloquio Biden aveva deciso di riconoscere come “genocidio” i massacri subiti dagli Armeni in epoca ottomana, diventando di fatto il primo presidente americano ad utilizzare ufficialmente questo termine. Parlare di genocidio armeno in Turchia è tuttora molto controverso e questa definizione per descrivere la violenza del 1915 viene rifiutata non solo dalle autorità, ma anche da gran parte della popolazione turca. Sorprendentemente, l’immediata reazione da parte di Ankara alla dichiarazione del presidente americano non è stata estremamente dura, forse per non logorare ulteriormente i rapporti con gli Stati Uniti in un momento particolarmente fragile per l’economia turca. A giudicare dalle forti parole di Erdoğan contro la posizione filoisraeliana degli USA pare comunque che il presidente turco non abbia facilmente dimenticato la dichiarazione di Biden.

La nuova ondata di violenza esplosa tra Israele e Palestina non ha infatti lasciato indifferente il presidente turco che durante il conflitto ha definito più volte Israele come uno Stato «terrorista». Nei giorni del conflitto a Gaza, nelle moschee di Istanbul si sono tenuti funerali simbolici per le vittime palestinesi, mentre anche in altre città turche venivano bruciate bandiere israeliane durante manifestazioni in sostegno alla Palestina che si susseguivano quasi quotidianamente e venivano permesse nonostante ci fossero restrizioni per gli assembramenti a causa del Covid. Erdoğan è sicuramente noto per le sue posizioni filopalestinesi. Il momento in cui l’attuale presidente turco interruppe – nel 2009 sul palco del World Economic Forum di Davos – il discorso di Shimon Peres per dirgli che Israele «uccide bambini sulle spiagge» è ancora vivo nella memoria di molti in Turchia e non solo. Erdoğan si scagliò duramente contro Israele anche un anno dopo il Forum di Davos, quando una nave turca che portava aiuti umanitari a Gaza, sfidando l’embargo imposto da Israele, fu bloccata in acque internazionali dalla Marina israeliana che durante un raid a bordo uccise 10 attivisti turchi. Entrambi gli episodi hanno fortemente indebolito le relazioni tra Turchia e Israele, mentre il puntuale riaccendersi della violenza nella Striscia, nei territori occupati o a Gerusalemme ha sempre spinto il presidente turco ad esprimere forti critiche diventando così molto popolare tra la popolazione palestinese. I problemi tra Turchia e Israele hanno portato, nei quasi vent’anni al potere di Erdoğan, anche a frequenti rotture delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Nel 2018 la Turchia espulse l’ambasciatore israeliano ad Ankara come reazione all’uccisione di una sessantina di palestinesi che protestavano a Gaza contro l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme. Le forti tensioni tra Turchia e Israele non devono però essere scambiate per una totale rottura dei rapporti.

È innegabile che da quando il partito di Erdoğan ha preso il potere nel 2002 le relazioni con Israele sono peggiorate rispetto alla situazione che c’era negli anni Novanta quando i rapporti con Ankara erano invece molto buoni e oltre a importanti accordi per scambi commerciali tra i due Paesi ci furono addirittura anche esercitazioni militari congiunte nell’ambito di un programma di cooperazione militare. Durante l’amministrazione di Erdoğan i rapporti con Israele sono stati scanditi da puntuali critiche e crisi diplomatiche, ma le relazioni commerciali tra i due Paesi sono rimaste buone o comunque non si sono mai interrotte. Israele non ostacola generalmente l’arrivo di aiuti umanitari turchi a Gaza e anzi incassa senza problemi il pedaggio dei mezzi che per arrivare nella Striscia attraversano il territorio israeliano. Il periodo più difficile per le relazioni tra Turchia e Israele si è consumato dalla fondazione dello Stato ebraico ai primi anni Novanta quando è iniziato invece un momento di distensione dei rapporti. L’amministrazione di Erdoğan ha avuto con Israele un rapporto invece variabile, con critiche spesso espresse esplicitamente da parte turca ma anche decisi tentativi di riconciliazione con un Paese con cui la Turchia cerca di dialogare per tentare di guadagnare qualcosa in delicate questioni regionali che vedono entrambi gli Stati coinvolti come la battaglia per il gas a largo dell’isola di Cipro. A dimostrazione di questo, la visita in programma per giugno ad Ankara del ministro dell’Energia israeliano, un incontro deciso negli scorsi mesi che è stato poi annullato all’ultimo minuto dalla Turchia come reazione alla recente ondata di violenza a Gaza.

Il rapporto tra Turchia e Israele è sempre stato influenzato dall’andamento del conflitto con i palestinesi, visti come vittime dalla maggior parte della popolazione turca e dalla quasi totalità dei partiti politici a prescindere dal loro orientamento. Il sostegno ai palestinesi da parte del presidente Erdoğan è anche espressione dell’Islam politico del partito che guida: l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della giustizia e dello sviluppo) che ha contribuito a fondare nel 2001. Ma il rapporto tra Turchia e Israele è anche una diretta conseguenza delle relazioni tra Ankara e Washington. Durante l’amministrazione Trump i rapporti tra Turchia e Stati Uniti erano altalenanti e questo si rifletteva anche sulle relazioni con Israele. Quando Trump riconobbe Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, Ankara reagì duramente e le relazioni con Israele entrarono nuovamente in crisi. L’arrivo di Biden ha letteralmente raggelato le relazioni con la Turchia e portato Ankara ad esprimersi sempre più duramente contro Israele. Il nuovo presidente americano non ha mai incontrato Erdoğan di persona da quando è stato eletto e ha deciso di chiamarlo al telefono per la prima volta soltanto il giorno prima di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno. Nei primi mesi dell’amministrazione Biden, la Turchia è stata esclusa dal programma di cooperazione militare con gli USA sulla produzione di caccia F-35, una decisione presa in realtà già dall’amministrazione Trump dopo l’acquisto di Ankara del sistema missilistico di produzione russa S-400 ma che è concretamente entrata in vigore soltanto con Biden. Numerose in questi mesi sono state le critiche del Dipartimento di Stato USA verso la Turchia a causa della dura repressione di proteste studentesche a Istanbul e alla decisione di Erdoğan di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul, il più importante trattato internazionale per combattere la violenza contro le donne. Contemporaneamente alla crisi dei rapporti tra Ankara e Washington la lira turca ha perso notevolmente valore rispetto al dollaro americano portando l’inflazione in Turchia a crescere costantemente e rendendo drammatica una situazione economica già fragile e ovviamente appesantita dalla pandemia di Covid. Sono queste le premesse dell’incontro tra Erdoğan e Biden che si terrà il 14 giugno a margine del vertice NATO in programma in quei giorni a Bruxelles, il primo faccia a faccia tra i due da quando il presidente americano è stato eletto.

 

Immagine: Recep Tayyip Erdoğan (3 febbraio 2020). Crediti: Siarhei Liudkevich / Shutterstock.com

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