23 marzo 2021

La Turchia esce dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne

La Turchia è uscita dalla Convenzione di Istanbul, il cui scopo è prevenire e combattere la violenza contro le donne, con un decreto presidenziale firmato il 20 marzo. La Turchia era stata il primo Paese a firmare nel 2011 questa Convenzione del Consiglio d’Europa; a lungo Ankara ha considerato l’adesione alla Convenzione come un indicatore del miglioramento della condizione femminile nel proprio Paese. In realtà i femminicidi in Turchia sono frequenti: trecento sono stati accertati nel 2020, ma ci sono molti casi sospetti e più volte i responsabili di questi crimini hanno cercato di far passare la morte della vittima come un suicidio. Fin dal 2014, quando la Convenzione è diventata operativa, i gruppi conservatori turchi ne hanno contrasto l’applicazione, sostenendo che indeboliva la famiglia, incrementava i divorzi e favoriva le rivendicazioni della comunità LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender). Adesso Erdoğan, secondo alcuni commentatori in cerca del sostegno degli integralisti islamici, ha sostenuto che la Convenzione danneggia i valori della famiglia tradizionale e che i diritti delle donne saranno comunque protetti dalla legislazione nazionale.

L’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste nelle principali città turche, con una vasta partecipazione di donne che sono scese subito in piazza nelle principali città. Per far sentire la propria voce, nonostante le restrizioni imposte dalla pandemia, le femministe turche hanno annunciato l’avvio di una protesta particolare: tutti i giorni, alla stessa ora, affacciate ai balconi e alle finestre delle loro case, esprimeranno il loro dissenso percuotendo pentole e coperchi. L’Unione Europea ha fatto sentire la sua protesta, invitando la Turchia a un ripensamento: un atteggiamento comunque flessibile, secondo alcuni osservatori, perché deve tener conto del ruolo strategico della Turchia nella gestione dei flussi migratori, ma anche delle contraddizioni interne all’Unione stessa.

Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia non hanno infatti ratificato la Convenzione. In Ungheria, nel 2020, è stata bocciata dal Parlamento perché considerata favorevole alla cosiddetta ideologia gender e, indirettamente, al diritto d’asilo per le vittime di violenza e all’immigrazione clandestina. La Polonia aveva in un primo tempo aderito poi il governo conservatore ci ha ripensato. La Corte costituzionale bulgara nel 2018 ha addirittura definito la Convenzione di Istanbul incostituzionale perché rendeva meno chiara la distinzione fra uomo e donna. Quindi anche all’interno dei Paesi europei la questione è tutt’altro che scontata.

Negli Stati Uniti è stato in prima persona il presidente Joe Biden a criticare la decisione di Erdoğan, in nome del rinato impegno per i diritti civili, che sono tornati a essere un elemento centrale dell’immagine e dell’azione degli Stati Uniti nel mondo. Naturalmente, gli Stati Uniti leggono nell’iniziativa turca anche un segnale con cui Ankara tende a rimarcare il proprio specifico ruolo e la propria identità nell’arena globale. La decisione del 20 marzo sottolinea infatti che il rapporto della Turchia con gli alleati nella NATO, con i suoi alti e bassi, è complesso e basato su convergenze e divergenze di ordine geopolitico, e che non si fonda su una condivisione, neanche formale, di principi e di valori. 

 

Immagine: Protesta contro la decisione del governo di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul, Smirne, Turchia (20 marzo 2021). Crediti: oykuozgu / Shutterstock.com

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